Ricondotto all’essenzialità evangelica, il percorso del Santo racconta un cammino di conversione e di tenero affidamento ad un Dio bambino che guida i passi dell’uomo anche nei guadi più perigliosi della vita.
Sulle spalle di San Cristoforo

IL GIGANTE CHE PORTA CRISTO. Cristoforo: già il nome è tutto un programma! E che programma!: “Colui che porta Cristo”, una missione non da poco per un povero cristiano, che il nostro gigante ha assolto fino al suo martirio probabilmente in Licia (Asia Minore/odierna Turchia) nel 250 sotto l’imperatore Decio; un modello di santità che sembra lontanissimo ma che, depurato dall’alone leggendario che lo circonda, ricondotto all’essenzialità evangelica, racconta un cammino di conversione e di tenero affidamento ad un Dio bambino che guida i passi dell’uomo anche nei guadi più perigliosi della vita.
DA REPROBO A SANTO. Non si chiamava Cristoforo all’inizio, prima del battesimo, il nostro santo, ma Reprobo (rifiutato/malvagio) “giovane barbaro di stirpe cananea, di statura altissima, dal volto terribile; alto 12 cubiti (oltre 5 metri)”: così lo descrive Jacopo da Varazze, frate domenicano ed arcivescovo di Genova, nella sua Legenda Aurea del XIII secolo, la fonte letteraria e agiografica fondamentale per l’arte occidentale, a cui attingono gli artisti per le loro iconografie sacre.

IL TRAGHETTATORE DI DIO. Reprobo vuole mettere la propria forza a servizio del signore più potente della terra, che dapprima gli si configura come un grande re, poi nelle sembianze dello stesso diavolo ed infine, dopo aver traghettato e salvato un bambino attraversando un fiume impetuoso, nel piccolo Gesù, il vero padrone del mondo.
“Non stupirti Cristoforo, perché sulle tue spalle non soltanto hai portato tutto il mondo, ma colui che ha creato il mondo. Io, infatti sono Cristo, il tuo re, e tu mi servi con il tuo lavoro. Per convincerti che ti ho detto il vero, pianta il tuo bastone davanti alla tua capanna e domani vedrai che ha fatto fiori e frutti”.
Ecco l’immagine del gigante traghettatore, dal bastone fiorito, che si diffonde in tutta l’Europa medievale. Reprobo diventa Cristoforo, non solo “portatore di Cristo” ma anche “diffusore” infaticabile del suo messaggio.
TRA FEDE E LEGGENDA. Jacopo da Varazze ambienta la sua morte per decapitazione, dopo tremendi supplizi, nella città di Samo. Questa la versione occidentale della leggenda/storia di san Cristoforo, posteriore al suo culto più antico che affonda le radici nella Chiesa d’Oriente, documentato a partire dalla metà del V secolo.
Nella tradizione iconografica bizantina Cristoforo viene raffigurato con le fattezze di cinocefalo, come un santo soldato con la testa di cane, una simbologia di complessa interpretazione che fa riferimento ad un ambito ellenistico-egizio.
IL SANTO DEI VIANDANTI. Nonostante gli elementi visibilmente fantastici che intessono la sua biografia, il Martirologio Romano conferma la memoria liturgica di san Cristoforo il 25 luglio, associandolo come protettore di viandanti e pellegrini al san Giacomo di Compostela, di cui ricorre la festa lo stesso giorno.
È in queste vesti che viene raffigurato Cristoforo in area alpina tra Trecento e Quattrocento: la sua figura ben piantata, ieratica, in posizione frontale, a volte con un tronco di palma fiorito come bastone, il piccolo Gesù in spalla, campeggia possente, coloratissima, come un faro spirituale sull’esterno degli edifici sacri, in posizione strategica, richiamando fin da lontano al suo sguardo, severo ma protettivo, gli occhi dei fedeli che transitano su quelle strade e attraverso i guadi dei torrenti alpini e dei fiumi di fondovalle.
Ancora nel 1927 l’illustre studioso Simone Weber, pioniere degli studi di storia dell’arte nella nostra provincia, recensisce ben 35 raffigurazioni di Cristoforo dipinte sull’esterno delle chiese trentine.

DEVOZIONE POPOLARE E PROTEZIONE. San Cristoforo è pure lo specialista contro la mala morte, la morte improvvisa senza confessione e, fino all’avvento del più diffuso patronato di san Rocco, particolarmente invocato durante i tempi delle grandi epidemie. Un santo “multiuso”, quindi, dalle plurime valenze apotropaiche che sfiorano la superstizione, suscitando in tempo rinascimentale le giuste perplessità di Erasmo da Rotterdam, il maggiore esponente dell’Umanesimo cristiano:
“Uno ha per devozione di salutare ogni giorno san Cristoforo, ma non importa come: bisogna che abbia sotto gli occhi la sua immagine. A che scopo? Chiedo. Perché è persuaso che, mediante questo culto, egli è garantito per tutto il giorno dalla mala morte… Queste specie di devozioni, che non hanno alcun rapporto con Gesù Cristo, non si allontanano molto dalle superstizioni dei pagani… Preghi Dio di evitarti una fine prematura, e non lo preghi di volere senz’altro migliorare il tuo cuore in modo tale che, in qualsiasi momento possa venire la morte, ti trovi sempre ben preparato. Ma ti curi poco di condurre una vita migliore che ti limiti a chiedere a Dio di allontanare la morte”.
C’è anche da dire che in quella società cristiana, non esente comunque da fanatismi e millenarismi, il ricorso frequente e spontaneo ai santi intercessori, attraverso le devozioni, i riti e le pratiche della pietà popolare, rappresentava l’altra faccia di una religiosità, altrettanto profonda, che non era solo quella della liturgia canonica o delle alte elaborazioni teologiche ma una religiosità che teneva in buon conto dell’elemento emotivo, dove le immagini giocavano un grande ruolo, ancor prima dei testi scritti, prerogativa dei ceti colti.

I CRISTOFORI DEL TRENTINO. Teniamoci stretti i nostri Cristofori che ancora oggi scrutano benevoli e pazienti, dopo tanto tempo, i moderni passanti che transitano davanti alla loro effige, molto spesso inconsapevoli della forza della loro intercessione: il san Cristoforo, forse opera di Simone II Baschenis, sulla facciata della chiesa di San Rocco a Condino (1533 ca.); l’imponente san Cristoforo di Dionisio Baschenis sul prospetto della chiesa di Sant’Antonio di Pelugo (1493); il san Cristoforo dipinto sulla chiesa di San Giovanni Battista di Massimeno, opera di Simone II Baschenis e del figlio Filippo (1534); il grande san Cristoforo affrescato sulla parete meridionale di San Stefano di Carisolo, anch’esso per mano di Simone II (fra 1519 e 1534); l’arcaico san Cristoforo, dai colori stinti, probabilmente trecentesco, sulla parete meridionale della chiesa di San Vigilio di Pinzolo.






















