Come avrebbe voluto Koyo Kouoh, un bisogno di tonalità minori

Polemiche, strumentalizzazioni e tifoserie alla Biennale di Venezia 2026 in contrasto con il significato della rassegna

Non si è mai parlato di Biennale di Venezia come negli scorsi mesi, diventando una delle manifestazioni culturali più longeve e prestigiose al mondo motivo di acceso scontro politico a 360 gradi, focalizzato su questioni geopolitiche internazionali e la loro ricaduta a livello nazionale.

Subito la discesa delle tifoserie in campo: Padiglione russo sì, Padiglione russo no; Israele sì, Israele no; politici ignoranti che invece di attendere alla loro specifica arte, come dovrebbe appunto essere la politica esercitata seriamente, discettano intorno ad una materia per tanti di loro a dir poco astrusa, fino a ieri fieri assertori del «Con la cultura non si mangia» e del non meno inelegante «Il patrimonio culturale è il nostro petrolio», riducendo tutto a mera risorsa economica, se non strumentalizzare l’arte per scopi nazionalisti o propagandisti.

Altro che autonomia dell’arte! Che non vuol dire neutralità della stessa, essendo la dimensione artistica profondamente interconnessa con la vita civile e sociale e i suoi drammi, comunque sempre proiettata verso uno sguardo “altro”, offrendo un punto di vista diverso, critico, di una bellezza intesa non solo esteticamente ma anche eticamente e spiritualmente.

Questo lo sguardo pulito ed intellettualmente onesto di Koyo Kouoh, critica d’arte camerunense naturalizzata svizzera, quando viene scelta per curare la 61°Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (dal 9 maggio 2026 al 22 novembre 2026), una nomina storica, prima donna africana a coprire tale ruolo a 131 anni dalla fondazione della kermesse nel 1895.

Koyo Kouoh, figura di spicco nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, ha tempo solo pochi mesi per impostare la sua Biennale, dal dicembre 2024 al maggio 2025, venendo a mancare improvvisamente proprio il 10 maggio 2025 a 57 anni, causa un tumore fulmineo.

Riesce comunque a dare un titolo significativo e suggestivo alla sua rassegna ‘In Minor Keys’ (‘In Tonalità Minore’), mutuando dal linguaggio musicale la filosofia che sottende la mostra stessa: difronte alla gran cassa del mondo, al frastuono dei conflitti, alla spettacolarizzazione volgare, l’invito a «rallentare il passo e a sintonizzarsi sulle frequenze delle tonalità minori. Perché, sebbene spesso siano sommerse dalla cacofonia ansiogena del caos che imperversa nel mondo, la musica continua. I canti di chi genera bellezza nonostante la tragedia, le melodie dei fuggitivi che riemergono dalle rovine, le armonie di chi ripara ferite e mondi».

E ancora, nel suo saggio introduttivo alla mostra, che diventa un vero e proprio testamento spirituale, oltre un manifesto di resistenza politica e poetica, così annota: «Le tonalità minori rifiutano il fragore orchestrale le marce militari dal passo cadenzato, e prendono vita nei toni sommessi, nelle frequenze più basse, nei mormorii, nelle consolazioni della poesia – tutti varchi di improvvisazioni verso l’ altrove e l’ altrimenti. Le tonalità minori richiedono un ascolto che interpelli le emozioni e che, a sua volta, le sostenga…In questo spirito, la mostra della 61°Biennale Arte non intende essere né una litania sugli eventi mondiali, né un atto di disattenzione o di fuga dalle crisi complesse e continuamente intrecciate. Al contrario, essa propone una riconnessione radicale con l’habitat naturale e il ruolo originario dell’arte nella società: quello emotivo, visivo, sensoriale, affettivo e soggettivo…’In Minor Keys’ è un susseguirsi di viaggi entusiasmanti che parlano al sensibile e all’affettivo, invitando i visitatori a meravigliarsi, meditare, sognare, gioire, riflettere ed entrare in comunione con dimensioni con cui il tempo non è proprietà delle corporazioni né sottomesso alla tirannia di una produttività incessantemente accelerata…La “missione civilizzatrice” appiattisce tutto con un disprezzo condiscendente, e nell’epoca contemporanea intere società ed ecologie sono trattate come danni collaterali nella corsa ostinata alla crescita, sorretta da spietatezza e avidità. Rifiutando lo spettacolo dell’orrore, è giunto il momento di ascoltare le tonalità minori, di sintonizzarsi sotto voce sui sussurri e sulle frequenze più basse; di scoprire le oasi, le isole, dove si tutela la dignità di tutti gli esseri viventi».

Una mostra di storie, luoghi, situazioni provenienti da angoli diversi del pianeta, per raccontare la bellezza e la fragilità. L’arte, quindi, come un luogo di resistenza pacata, un oasi dove si tutela la dignità umana e si pratica la cura. 111 gli artisti selezionati dal team coordinato dalla curatrice camerunense, perlopiù originari o attivi in Sudamerica, Africa e Asia, con netta prevalenza femminile, che convergono con le loro opere ad indagare e valorizzare la diversità culturale, in specie delle culture non occidentali, dando spazio alle geografie del Sud del mondo, storicamente marginalizzate, promuovendo una riflessione post-coloniale, superando la visione del mondo eurocentrica.

Scrive Koyo Kouoh: «La mostra ‘In Minor Keys’ si presenta come una partitura collettiva, composta insieme ad artisti che hanno costruito universi dell’immaginazione. Artisti che operano ai confini della forma, le cui pratiche possono essere intese come melodie complesse…le cui pratiche si intrecciano naturalmente con la società. Artisti che accolgono la vita quotidiana come parte di una relazione logica ed esteticamente coerente tra le parti. Artisti straordinariamente generosi e ospitali verso la vita».

Purtroppo nelle prime settimane della Biennale, si è parlato di tutto meno che dei contenuti della stessa che, come al solito, sembrano interessare solo gli addetti ai lavori. In piena contraddizione con le ‘tonalità minori’ invocate dal titolo della rassegna, di nuovo è prevalso solo «un gran clamore orchestrato da predatori di immaginario dalla vocazione necrofora e militare».

Parlare sottovoce può essere una scelta rivoluzionaria , soprattutto quando il mondo urla. A noi tener desto il messaggio della coraggiosa Koyo Kouoh che terminava sempre le sue email con le parole «with grace and light»/ «con grazia e luce!»

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