Trentasei gradi. C’è chi li affronta abbassando una tapparella, accendendo il climatizzatore o rimandando una passeggiata. C’è chi, invece, a quell’ora è ancora in un cantiere, in un campo, su un tetto o lungo una strada. E c’è chi, semplicemente, il climatizzatore non ce l’ha.
È scattata l‘allerta gialla in Trentino per le temperature elevate. Fino a giovedì nei fondovalle si potranno toccare i 35-37 gradi, con la possibilità di temporali anche intensi nel pomeriggio e in serata. Le raccomandazioni della Protezione Civile sono quelle di sempre: bere molto, evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde e prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e persone con patologie croniche.
Negli ultimi anni, però, queste allerte stanno diventando sempre meno eccezionali. Non è solo una sensazione. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), il riscaldamento globale sta rendendo le ondate di calore più frequenti, più intense e più durature. L‘Organizzazione mondiale della sanità (OMS) le considera oggi uno dei principali rischi climatici per la salute umana.
Ma c’è una domanda che vale la pena porsi: quando il caldo diventa un’emergenza?
Per qualcuno è solo una giornata scomoda. Per altri può significare un colpo di calore, un ricovero in ospedale o una giornata di lavoro che diventa quasi impossibile.
Il caldo non è democratico. E nemmeno il cambiamento climatico.
Vale nelle Giudicarie, dove il caldo pesa soprattutto sugli anziani soli, su chi lavora all’aperto, sulle persone con malattie croniche o su chi vive in case che d’estate diventano forni. Ma vale ancora di più se allarghiamo lo sguardo. C’è chi, nelle nostre valli, cerca un po’ d’ombra e aspetta che passi l’ondata di calore. E c’è chi, dall’altra parte del mondo, perde il raccolto, l’acqua o la casa.
Gli studiosi la chiamano ingiustizia climatica. Il cambiamento climatico riguarda tutto il pianeta, ma non tutti ne pagano lo stesso prezzo. Anzi, spesso sono proprio le popolazioni che hanno contribuito meno alle emissioni di gas serra a subirne le conseguenze più pesanti. Non è un’opinione: è uno dei temi centrali dei rapporti dell’IPCC, che descrivono come gli impatti del clima seguano spesso le linee della povertà e della vulnerabilità.
Questo non significa guardare lontano dimenticando ciò che succede vicino. Anzi.
Anche una comunità come quella delle Giudicarie è chiamata a fare la propria parte. Un’allerta meteo non serve solo a dirci quanti gradi farà domani. Serve a ricordarci che c’è qualcuno che quel caldo lo sopporta molto peggio di noi. Magari è il vicino anziano che vive da solo. Magari è chi sta lavorando sotto il sole. Un bicchiere d’acqua, una telefonata o una visita possono sembrare gesti banali. A volte non lo sono.
Per fortuna, nelle nostre valli un’ondata di calore è ancora un’emergenza che possiamo affrontare con prevenzione, buon senso e una rete di comunità che sa prendersi cura delle persone più fragili.
Non ovunque è così.
Ed è forse questa la riflessione più importante che può nascere da un’allerta gialla: il clima cambia per tutti. Ma non tutti hanno le stesse possibilità di difendersi.
































