I sei punti per una coesistenza responsabile con orsi e lupi

di Maurizio Petrolli

Vivo e ideologico è il dibattito sui grandi carnivori in Trentino. Un recente progetto di ricerca del Parco Adamello Brenta: «Opinioni. Il pensiero delle comunità su orsi e lupi» restituisce l’immagine di una comunità pragmatica, che non chiede l’eliminazione di orsi e lupi, ma una convivenza possibile fondata su regole chiare, prevenzione efficace e gestione attiva.

In realtà, avvistamenti sempre più frequenti anche in zone antropizzate, aggressioni e predazioni ripetute su bestiame e malghe, come la strage di 58 pecore “Tingola” sbranate da sei lupi, con l’orso intervenuto come ultimo commensale opportunista nella notte tra il 14-15 aprile 2026 a Comano, dimostrano che la convivenza genera conflitti evidenti e concreti.

Quando fu lanciato il progetto Life Ursus, la popolazione residente ricevette assicurazioni secondo cui la convivenza sarebbe stata sostanzialmente indolore, gli orsi sarebbero rimasti confinati e l’impatto sulle attività tradizionali sarebbe stato trascurabile. Quelle previsioni non erano supportate da una valutazione scientifica sufficientemente realistica dell’evoluzione demografica e spaziale della popolazione reintrodotta. Oggi quelle rassicurazioni si sono rivelate insufficienti: la popolazione si è espansa e la situazione è aggravata dalla presenza di branchi di lupi sempre più numerosi e diffusi.

Il Trentino non è una wilderness incontaminata, ma un paesaggio culturale intensamente antropizzato, forgiato in secoli di lavoro di agricoltori, allevatori e pastori.

Dal punto di vista scientifico, gli esperti affermano che la capacità portante biologica del territorio, ossia il numero massimo di esemplari che l’habitat naturale può sostenere a lungo termine senza degrado ambientale consentirebbe ancora un certo margine (già superata tuttavia in alcune valli). Il discrimine decisivo è però la capacità portante sociale: quel livello di presenza oltre il quale l’accettazione delle comunità locali rischia di venir meno, con conseguenze gravi per l’economia montana e , a catena, per la stessa tutela della specie. Le terre alte non possono trasformarsi in riserve selvagge a scapito di chi le abita da generazioni. Ignorare questo fattore genera polarizzazione, bracconaggio sommerso e perdita di fiducia nelle istituzioni.

Si dà atto della sensibilità e dell’azione proattiva dimostrata dall’assessore Roberto Failoni, che ha avviato i primi abbattimenti gestionali e ha potenziato misure di prevenzione sul territorio. Occorre però fare di più. La Provincia Autonoma di Trento ha competenze esclusive ampie in materia di fauna selvatica e ambiente, rafforzate dalla recente riforma dello Statuto. Può e deve esercitarle con determinazione, nel rispetto dei vincoli europei della Direttiva Habitat, che lasciano comunque margini per una gestione attiva e motivata.

Alla ricerca del Parco Adamello Brenta deve quindi corrispondere una decisa azione politica di lungo periodo, oltre i significativi passi avanti già compiuti tra il 2024 e il 2026.

La proposta di un nuovo Patto sociale, che traspare da quella ricerca e che riconosce i diritti socio- ecologici come un tutto integrato di animali e esseri umani, entrambi da tutelare, è meritoria e necessaria. Potrà però essere efficace solo se non prescinde dalla preminenza consolidata della componente antropica: il paesaggio agricolo e culturale non è un ostacolo alla biodiversità, ma il quadro di riferimento primario entro cui ogni politica faunistica deve essere inscritta. La tutela della biodiversità resta un valore pubblico importante; va perseguita, tuttavia, senza sacrificare le comunità che da secoli vivono e modellano questi territori.

In ogni caso, i principi essenziali che dovrebbero informare un nuovo Patto sociale per una Coesistenza Responsabile sono:

1. L’individuazione di una soglia numerica tollerabile di orsi e lupi sul territorio, oltre gli esemplari problematici, basata su criteri tecnico-scientifici e socio-economici/politici;

2. La gestione attiva e ordinaria, non solo emergenziale: rimozione di esemplari problematici o confidenti, monitoraggio costante, prevenzione dei conflitti e possibilità di prelievo controllato per mantenere la popolazione entro la soglia;

3. La partecipazione reale della comunità, con il coinvolgimento effettivo di residenti, allevatori, operatori turistici e amministratori locali, nelle decisioni;

4. Trasparenza, informazione corretta e educazione: contrastare le fake news, fornire dati affidabili e promuovere conoscenza per ridurre le paure e costruire accettazione nel medio-lungo termine;

5. Equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo locale: proteggere la biodiversità (inclusi i grandi carnivori) senza compromettere le attività tradizionali, il turismo sostenibile e la vitalità delle comunità montane;

6. Eventuali modifiche ulteriori al quadro normativo, dove necessarie, per rendere la gestione realmente condivisa e sostenibile.

Solo un Patto sociale fondato sui fatti e non sulle illusioni può tutelare al tempo stesso la biodiversità e il futuro delle nostre comunità montane.

Come scriveva Aldo Leopold, «la conservazione è uno stato di armonia tra gli uomini e la terra».

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