Gregge sbranato dai lupi: l’incubo di Luca Scalfi a Saone

La predazione nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 a pochi passi dal paese lascia tutti sotto shock. L’allevatore: “Siamo impotenti, chiediamo solo di poter allevare i nostri animali in sicurezza”

Non è più soltanto un episodio isolato. Non è più la suggestione romantica della fauna selvatica che riconquista la montagna. Nelle Giudicarie, tra stalle, piste ciclabili e paesi vissuti ogni giorno da famiglie e allevatori, sta crescendo un sentimento molto più concreto: la paura.

Nella notte tra venerdì 15 e sabato, a Saone, un lupo ha attaccato il piccolo gregge di Luca Scalfi, poco fuori dall’abitato. Il bilancio è pesante: pecore sbranate e divorate, altre ferite mortalmente. Una scena devastante, trovata all’alba da chi con quegli animali vive ogni giorno, investendo sacrifici, tempo e passione. (nella foto in copertina due pecore sopravvissute con ancora i segni evidenti dell’attacco dei lupi).

Ma l’episodio più recente è soltanto l’ultimo tassello di una situazione che, nelle Giudicarie, sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Mercoledì scorso un’orsa con i suoi cuccioli è stata avvistata alle otto del mattino nei pressi della palestra di roccia dopo Coltura. Lunedì sera, attorno alle 19.30, un altro orso passeggiava tranquillamente nel prato davanti al ponte di Ragoli. Venti minuti più tardi, un secondo esemplare veniva segnalato sopra Pez, verso il Lisano.

Scene che fino a qualche anno fa sarebbero sembrate eccezionali oggi stanno diventando quasi ordinarie.

Solo pochi giorni fa aveva fatto sorridere la storia della famiglia di volpi che ha trovato rifugio vicino alla chiesa di Preore: quattro piccoli e la madre ospitati in una legnaia, visibili al tramonto mentre giocano tra le case. Un’immagine tenera, quasi fiabesca, che aveva conquistato molti residenti.

Ma la realtà, per tanti cittadini, appare molto meno poetica. Perché il problema non è più soltanto la presenza degli animali selvatici. È la loro progressiva confidenza con l’uomo. È il continuo avvicinamento alle abitazioni, alle strade, ai luoghi frequentati quotidianamente da persone, bambini, ciclisti e turisti.

Oggi vi raccontiamo l’ultima incursione dei lupi

Lungo la storica “Via delle Vacche”, poco distante dall’abitato di Saone, Luca Scalfi e la moglie allevano con dedizione alcuni animali in località Piazóle. Nessuna azienda agricola, nessun contributo pubblico: soltanto l’amore per l’allevamento e per la montagna.

Ad accogliermi davanti alla loro casa ci sono due persone provate, ma dignitose. Parlano con calma, senza odio verso la fauna selvatica, ma con l’amarezza di chi vede distrutto qualcosa costruito negli anni.

Il primo grave attacco risale al 23 marzo scorso, attorno alle dieci del mattino. Quattro femmine e un piccolo montone vennero uccisi nella predazione. Sul posto intervennero anche i forestali.

La scena che si presentarono davanti i proprietari fu devastante: carcasse sparse, animali agonizzanti, altri sgozzati. Proprio le profonde ferite alla gola avrebbero confermato che ad agire fossero stati i lupi, predatori che colpiscono il collo e la trachea per immobilizzare rapidamente le prede.

Poi altre notti di paura.

“Verso le undici di sera abbiamo sentito gli asini ragliare in modo strano”, raccontano. Un allarme improvviso che li ha fatti uscire di casa nel buio. Poco dopo la terribile scoperta: pecore con la gola squarciata e gli animali nel panico.

Nell’ultima incursione un altro capo è stato ucciso e altri due feriti mortalmente. Il veterinario, immediatamente contattato, ha tentato di salvarli con cure antibiotiche.

Oggi nella stalla restano silenzio e tensione.

I numeri raccontano soltanto una parte del dolore: due asini, tre femmine, due agnelli e un montone rimasti dopo le predazioni. Prima erano nove pecore e due montoni. Alcune femmine erano gravide.

Ma basta ascoltare Luca mentre parla dei suoi animali per capire che qui non si tratta di semplici capi di bestiame. Le pecore di razza Ouessant, originarie della Bretagna e di piccola taglia, erano curate con attenzione quasi familiare.

Ogni recinto, ogni dettaglio della stalla racconta affetto, presenza quotidiana, passione autentica. Visitando quel luogo si percepisce qualcosa di raro: una serenità semplice, costruita nel tempo da marito e moglie accudendo insieme i loro animali.

“Siamo impotenti”, dice Luca con amarezza. “Siamo lavoratori che gestiscono tutto questo per hobby. Non chiediamo soldi, non vogliamo nulla.”

Poi interviene la moglie, con parole pacate ma profondissime: “Non vogliamo farci paladini contro gli animali selvatici o contro i predatori. Chiediamo soltanto di poter allevare i nostri animali in sicurezza.”

Una richiesta semplice, quasi disarmante.

Perché qui non c’è odio verso la fauna selvatica. Non c’è voglia di scontro ideologico. C’è invece la sensazione crescente che la convivenza tra uomo e grandi predatori stia diventando ogni giorno più difficile, soprattutto per chi vive e custodisce il territorio.

Intanto cresce anche il disagio tra i residenti. Con l’arrivo della bella stagione aumentano le passeggiate, il turismo all’aria aperta, l’utilizzo delle ciclabili e dei sentieri. Ma sempre più persone raccontano di sentirsi meno libere di muoversi serenamente sul territorio.

E mentre avvistamenti e predazioni aumentano, molti cittadini si chiedono se le istituzioni abbiano davvero il controllo della situazione o se si stia aspettando qualcosa di ancora più grave prima di intervenire con decisione.

Perché la convivenza con la fauna selvatica può essere un valore. Ma quando la distanza tra uomo e predatori si riduce ogni settimana di più, il confine tra natura e pericolo diventa sempre più sottile.

NOTA: Pecora di Ouessant: la razza ovina più piccola del mondo: è la razza ovina più piccola esistente, originaria dell’isola di Ouessant in Bretagna (Francia). Le femmine raggiungono un’altezza di 43–48 cm al garrese e pesano 13–15 kg, mentre i maschi arrivano a 45–50 cm per 15–20 kg.
Un tempo diffusa in tutta la Bretagna, negli anni ’70 rischiò l’estinzione (solo poche centinaia di esemplari nel 1976). Grazie all’intervento di allevatori, la razza è stata recuperata e oggi è diffusa in Francia, Belgio e Olanda.
Si tratta di una pecora rustica, resistente al freddo e adatta alla vita all’aperto. Ha un carattere docile ed è facile da allevare, ma essendo un animale gregario deve vivere almeno in coppia.

 

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