Perse una mano in un incidente da bambina, la sua storia di accettazione e libertà in “La Cima” dal Trento Film Festival al Paladololiti
Nicolle Boroni di Bocenago: “Per anni ho visto un difetto, oggi so che la mia mancanza mi rende unica”

Cosa accade quando si perde una parte importante di sé? È la domanda che attraversa “La Cima”, il primo film da regista di Simone Cargnoni, ambientato tra le pareti delle Dolomiti, dove l’arrampicata diventa molto più di una disciplina sportiva: è il linguaggio attraverso cui raccontare fragilità, rinascite e nuovi modi di guardare ai propri limiti.
Tra i protagonisti della pellicola, insieme a Kevin Ferrari e Gianluigi Rosa, c’è anche la giudicariese Nicolle Boroni, 33 anni, originaria di Bocenago e oggi impegnata all’Azienda per il Turismo Madonna di Campiglio nell’ambito dell’organizzazione di eventi. La sua è una storia che parla di dolore, ma soprattutto di consapevolezza e conquista.
La svolta arriva quando ha appena quattro anni. Si trova nella macelleria di famiglia a Madonna di Campiglio e sta giocando con il fratello. I genitori sono nel retrobottega quando avviene l’incidente che le cambierà la vita: la mano finisce in un tritacarne. Di quei momenti Nicolle non conserva ricordi diretti, ma ricorda bene gli anni successivi. L’adolescenza è segnata dal peso degli sguardi degli altri, dalla difficoltà di accettarsi e dal desiderio di nascondere quella che per lungo tempo considera una mancanza.
Lo sport rappresenta il primo strumento di riscatto. A soli due anni dall’incidente torna a sciare grazie a una protesi, coltivando una passione che la accompagna nella crescita. Proprio l’amore per la montagna la spinge a scegliere il liceo della montagna, ma durante il colloquio di ammissione si sente dire che senza una mano non sarebbe stata in grado di affrontare attività come l’arrampicata su ghiaccio. Parole che la feriscono e la portano a cambiare strada.
Nicolle si trasferisce ad Arco, studia lingue, viaggia e continua a mettersi alla prova. Con alcune amiche scopre l’arrampicata e, accanto allo sci, al nuoto e alla pallavolo, trova una nuova dimensione di libertà. Per la prima volta sente di poter decidere autonomamente quali siano i propri limiti, senza lasciare che siano gli altri a definirli.
La svolta più profonda arriva però durante un’esperienza di volontariato in Ecuador, dopo la maturità. A contatto con bambini con disabilità che vivono situazioni di forte emarginazione, matura una consapevolezza destinata a cambiare il suo modo di guardarsi. «Mi sono chiesta cosa mi mancasse davvero nella vita. Avevo una famiglia, avevo tutto ciò di cui avevo bisogno e potevo fare quello che desideravo. Perché continuare a nascondermi?». Da quel momento inizia un percorso di accettazione che la porta a mostrarsi senza timore e a raccontare pubblicamente la propria esperienza, anche sui social.
La sua testimonianza diventa un punto di riferimento per molte persone che stanno affrontando momenti difficili, non soltanto legati alla disabilità. Attraverso incontri, racconti e relazioni si crea una rete di sostegno che unisce chi ha vissuto perdite, paure o momenti di fragilità. È in questo contesto che Nicolle incontra Gianluigi Rosa e Kevin Ferrari durante un evento dedicato all’inclusione promosso da Dolomiti Open. Da quell’incontro nasce il percorso che conduce a “La Cima”.
Nel film, le loro storie si intrecciano lungo una parete dolomitica che diventa metafora di un viaggio interiore. Tre corpi, tre esperienze differenti e una stessa domanda sul significato del limite. L’arrampicata non viene raccontata come una sfida contro la montagna né come una ricerca della prestazione. È piuttosto un gesto condiviso, fatto di fiducia reciproca, di aiuti silenziosi e della capacità di procedere insieme.
La macchina da presa segue i protagonisti con discrezione, evitando ogni forma di retorica. Anche la vetta perde il significato tradizionale di traguardo da conquistare e si trasforma in un luogo di riflessione. Nel dialogo tra uomo e natura emergono interrogativi che riguardano tutti: quanto sono reali i confini che crediamo invalicabili? E quante delle barriere che incontriamo esistono soltanto perché qualcuno ci ha insegnato a considerarle tali?
«Nessuno è perfetto. Questo film vuole essere un inno alla diversità», racconta Nicolle. «Per anni ho visto la mia mancanza come un difetto. Oggi so che è ciò che mi rende unica».
Presentato in anteprima con due appuntamenti al Trento Film Festival davanti a una sala esaurita, “La Cima” si è aggiudicato il premio CinemAMoRe per il forte messaggio di inclusione e accessibilità nello sport di montagna, temi che negli ultimi anni hanno assunto una rilevanza crescente anche grazie all’attenzione portata dalle manifestazioni paralimpiche ospitate in Trentino.
Ora il film arriva nei luoghi di Nicolle. L’appuntamento è fissato per il 21 agosto alle 21 al PalaDolomiti di Pinzolo, in una serata che si preannuncia come un’occasione speciale per il territorio e per una comunità che, attraverso questa storia, potrà riconoscere il valore universale dell’inclusione e della capacità di reinventarsi, amando la vita nonostante le sfide che pone ad ognuno.






















