Tesori nascosti a Sclemo tra affreschi, furti e capolavori ritrovati

La piccola Chiesa del Banale, un viaggio: Rinascimento, arte barocca e storie incredibili

IL CAMPANILE CHE DOMINA IL BORGO. Da oltre cinque secoli lo svettante campanile in pietra rosata della chiesa dei Santi Pietro e Paolo sorveglia dall’alto l’abitato di Sclemo, distribuito su un dolce pendio in un unico affascinante agglomerato, ad occupare la lieve conca valliva. È lui, con le sue quattro bifore separate da colonnine sormontate da capitelli reimpiegati di un precedente luogo di culto che illuminano la cella campanaria ed il suo tetto piramidale, a dettare lo skyline del piccolo borgo del Banale Esteriore “verso Castel Stenico”, non inferiore per solennità e rigore costruttivo a quello della vicina pieve di Santa Maria di Tavodo.

La vocazione di Paolo porta maggiore della chiesa don Luciano Carnessali 1975

Il recente restauro dell’antico manufatto quattrocentesco va ad impreziosire e rilanciare un edificio sacro già di per sé degno di attenzione sotto il profilo storico-artistico, facendone tappa di quel “paesaggio culturale” che connota felicemente questo territorio, combinando insieme armonicamente l’opera dell’uomo e quella della natura.

LE ORIGINI MEDIEVALI E LA RICOSTRUZIONE QUATTROCENTESCA. A confermare la possibile preesistenza di una chiesa del XIII secolo vi è pure il capitello medievale conservato nell’attuale edificio quattrocentesco.

1491 è la data incisa su di una lapide incassata all’esterno, sul muro del presbiterio, che indica la ricostruzione dell’intero bene, circoscritto perlopiù alla zona presbiterale dove si distende il ciclo di affreschi attribuito a Cristoforo II Baschenis.

1533 è la data del successivo ampliamento, riferito all’unica navata coperta da un reticolo di costoloni tardogotici, opera del capomastro Beltramo da Como, della schiera dei “maestri comacini” provenienti dai laghi lombardi, secondo lo stile del cosiddetto “Rinascimento clesiano”, fondendo elementi gotici e rinascimentali.

GLI AFFRESCHI E IL CICLO DELLA PASSIONE. Di epoca rinascimentale, fine Quattrocento, possono considerarsi pure gli affreschi dell’area absidale, recuperati in parte dalla scialbatura seicentesca solamente nel 1964.

Storie della Passione affreschiCristoforo II e bottega XV secolo

Sotto i segni di una fitta e penalizzante martellinatura per fare aderire la malta e permettere l’intonacatura delle pareti ai tempi della peste, emergono su registri sovrapposti alcune scene di un ciclo pittorico dedicato alle Storie della Passione, dove spicca per qualità formale ed eleganza stilistica una splendida “Crocefissione”, da attribuire quasi certamente al pennello di Cristoforo II Baschenis, molto rassomigliante a quelle che l’artista brembano dipinge negli stessi anni sul fondo delle chiese di San Felice di Bono (1496) e dei Santi Rocco e Sebastiano di Pergnano (1500 ca.): stessa drammatica espressività, esaltata da un linearismo ancora tardogotico ma di grande forza comunicativa.

Le altre scene che si intravedono sulle pareti del presbiterio, di apparente minore qualità pittorica, sono imputabili ai possibili collaboratori di Cristoforo, comunque della sua cerchia. Il ciclo delle storie di Cristo, a vederlo nella sua completezza, doveva rappresentare una sequenza colorata di straordinaria suggestione, una vera “Biblia pauperum”.

IL RIORDINO SETTECENTESCO E IL CORO IN NOCE. Il riassetto settecentesco del presbiterio, se da una parte ha compromesso in maniera pesante le pitture murali, sottoponendole ad una devastante picchiettatura, ha permesso altresì l’installazione del pregevole coro di legno di noce (doc. 1776) a firma dell’intagliatore Francesco Nicolli di Sclemo, ottimo artigiano/artista del posto.

LE TELE TRA SEICENTO E SETTECENTO. Tra XVII e XVIII secolo trovano collocazione nella piccola chiesa di Sclemo alcune tele di un certo valore, cinque delle quali rubate da ignoti la notte tra il 26 ed il 27 giugno 1979 e fortunatamente ritrovate a Monaco di Baviera nel 1983. Dopo un opportuno restauro, i dipinti sono stati restituiti alla comunità parrocchiale l’estate del 2005 con la loro ricollocazione, in alto, lungo i lati della navata.

Madonna con Bambino e i SS. Rocco e Sebastiano Erasmo Antonio Obermuller 1703-1709

Sulla parete di sinistra sfilano una “Madonna in trono con Bambino e un angelo, tra i Santi Carlo Borromeo, Barbara e Domenico di Guzman”, di autore ignoto; una “Deposizione di Cristo”, attribuita al pittore Elia Naurizio (1589-1657); un dipinto del XVII secolo di buona fattura, anch’esso di autore ignoto, dalle influenze venete, con “Sant’Antonio abate e le Sante Apollonia, Barbara, Agata e Lucia”, nelle tipiche pose estatiche dei santi barocchi.

Sulla parete di destra il quadro di maggior qualità artistica è la “Madonna con Bambino e i Santi Rocco e Sebastiano” di Erasmo Antonio Obermüller (1667-1710), pittore di origine bavarese, attivo in Trentino tra la fine del ‘600 ed il primo decennio del ‘700, dopo un passaggio fondamentale in Laguna, alla scuola della grande pittura barocca veneziana.

La tela di Sclemo (1703/1709) è probabilmente una delle sue ultime opere insieme alla pala della “Madonna col Bambino e i Santi Lorenzo e Giovanni Battista” (1703) nella chiesa di San Lorenzo in Banale e la coeva “Immacolata con i Santi Vigilio, Gerolamo e Giovanni Battista” nella Pieve di Tavodo: medesimo pathos, dentro un’atmosfera mistica e spirituale ed un orizzonte spaziale sospeso e rarefatto.

San Pietro pala dell altare maggiore autore ignoto XX secolo

A completare le pitture su tela della parrocchiale di Sclemo, la pala dell’altare maggiore con un imponente San Pietro, patrono del borgo, con le due chiavi della sua autorità, secondo un’iconografia di grande solidità e potenza espressiva: il santo si staglia solitario dentro un paesaggio scarno con all’orizzonte i bagliori di un tramonto metafisico. L’opera è di autore ignoto, probabilmente di inizio XX secolo.

IL DIALOGO TRA ANTICO E MODERNO: DON CARNESSALI. L’arrivo di don Luciano Carnessali (1928-2003) nel 1960 favorisce, nelle chiese di cui sarà pastore per 43 anni, un inedito e originale dialogo fra antico e moderno, grazie ai suoi interventi nell’arredo liturgico secondo i canoni più aggiornati dell’arte sacra.

Per quanto riguarda Sclemo, sue sono le magnifiche decorazioni sui due battenti bronzei della porta principale della chiesa (1975), incastonata a sua volta in armonica simbiosi, senza soluzioni di continuità, nel solenne portale rinascimentale. Soggetto dei bassorilievi a stiacciato che trapuntano i battenti della porta di Sclemo sono i sei episodi salienti legati alla vita dei Santi Pietro e Paolo, patroni della chiesa.

L’adeguamento liturgico, voluto dal Concilio Vaticano II, sollecita il prete scultore ad intervenire pure all’interno della sua chiesa di Sclemo: del 1966 l’altare al popolo in ferro con fronte figurata traforata, ornato di formelle con simboli eucaristici, completato negli anni ’70 da un bassorilievo bronzeo centrale riportante la “Cena in Emmaus”; dello stesso periodo l’ambone con i simboli dei quattro evangelisti, i quattro angeli musicanti in bronzo a circondare il tabernacolo ed il crocifisso bronzeo pensile.

Il nuovo arredo sacro si integra perfettamente con il contesto antico, a dimostrare l’intelligenza artistica di don Carnessali, ricordato, dopo la sua morte, con un busto in bronzo nel “giardino della memoria” prospiciente il lato est della chiesa.

(Estratto di una scheda divulgativa promossa dal Circolo Sicheri di Stenico e la Parrocchia di Seo e Sclemo)

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