Il progetto AASER25 coordinato dal Muse segna come il ritiro del ghiacciaio del 50% abbia cancellato l’habitat della specie
Nuovo verme glaciale scoperto sul Caré Alto: già estinto per il cambiamento climatico

Tra le acque gelide dei ghiacciai alpini, la scienza ha scoperto forme di vita straordinarie proprio mentre il riscaldamento globale le sta cancellando. È quanto accade anche sull’Adamello: ecco il doppio volto della ricerca coordinata dal MUSE – Museo delle Scienze di Trento insieme all’Università di Padova e all’Accademia Polacca delle Scienze, nell’ambito del progetto AASER25.
Gli ecosistemi glaciali rivelano i loro segreti più intimi proprio mentre rischiano di svanire per sempre. Si tratta del progetto Arctic and Alpine Stream Ecosystem Research che confronta i dati storici degli anni ’90 con i rilievi attuali per prevedere il futuro della biodiversità alpina e artica. In poche parole, esso delinea un quadro di straordinaria resilienza biologica minacciata da una crisi climatica senza precedenti.
La prima ricerca, coordinata dalla dott.ssa Valeria Lencioni (MUSE), ha fatto luce sul microbioma intestinale dei moscerini del genere Diamesa, insetti capaci di vivere in ambienti estremi a temperature prossime allo zero. Sebbene l’intestino di queste larve sia composto fino al 99% da materiale minerale (sabbia), la loro sopravvivenza è garantita da un nucleo stabile di microrganismi definiti “chef metabolici”. Questi batteri (appartenenti a generi quali Massilia, Serratia e Pseudomonas) trasformano i poveri detriti organici in nutrienti assimilabili, agendo come una vera e propria cucina biochimica che permette la vita dove apparentemente non c’è cibo.
Ma se da un lato la scienza celebra la scoperta di queste simbiosi, dall’altro registra una perdita irreparabile. Sulla rivista Acta Zoologica Bulgarica, la stessa Lencioni, con la ricercatrice Elzbieta Dumnicka, hanno descritto una nuova specie di verme acquatico: la Cernosvitoviella cryophila. La scoperta ha però un retrogusto amaro: individuata in campioni raccolti negli anni ’90 presso il ghiacciaio del Carè Alto, la specie è oggi già localmente estinta. Nei monitoraggi del 2022, infatti, non ne è stata trovata traccia: il ritiro del ghiacciaio del 50% e l’innalzamento della temperatura dell’acqua di oltre 2°C hanno cancellato l’habitat di questo organismo “amante del gelo” prima ancora che venisse classificato.
Non è tutto: la questione passa su piano sanitario, dove lo studio lancia un ulteriore monito. Attraverso l’analisi del DNA (metabarcoding), i ricercatori hanno individuato nelle larve e nell’ambiente tracce di batteri potenzialmente patogeni, come quelli legati all’antrace (Bacillus anthracis), alla Salmonella e alla Legionella. «Si tratta di materiale biologico rimasto isolato per secoli e ora rilasciato con la fusione dei ghiacci», spiegano i ricercatori. Questo fenomeno di “scongelamento” batterico potrebbe presto avere ripercussioni sulle reti trofiche e sulla fauna selvatica, richiedendo un monitoraggio costante.
«Il ritiro dei ghiacciai favorisce specie generaliste, ma le più specializzate hanno un destino segnato», conclude la dott.ssa Lencioni. La sfida dei ricercatori del MUSE rimane quella di documentare questa “biodiversità nascosta” prima che il cambiamento climatico ne cancelli definitivamente ogni traccia.






















