Mattia Gottardi: “Sì, perché la riforma serve a rendere la Giustizia molto più credibile”

Le ragioni dell’avvocato e Assessore provinciale sul Referendum

In vista del Referendum costituzionale confermativo a cui tutti i cittadini saranno chiamati a votare i prossimi 22 e 23 marzo 2026, a fianco delle ragioni del NO, riportiamo le ragioni del SI’. Segue l’intervista all’avvocato e assessore provinciale Mattia Gottardi.

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia. In generale perché siete favorevoli a questa legge?

Sono convintamente favorevole perché questa riforma non è un semplice aggiustamento tecnico, ma un passo fondamentale di civiltà giuridica per il nostro Paese. Chi, come me, esercita la professione forense da vent’anni, sa bene che l’attuale assetto ha mostrato nel tempo evidenti segni di logoramento. La riforma costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale risponde a un’esigenza primaria: migliorare il funzionamento della giustizia italiana e farle riacquisire quella credibilità che, purtroppo, negli ultimi anni è andata scemando agli occhi dei cittadini.

Non dobbiamo cadere nell’errore di leggere questo appuntamento referendario come un terreno di scontro partitico o come una resa dei conti tra politica e magistratura. Al contrario, questa è una grande occasione per rimettere al centro del dibattito il bene comune, al netto di pregiudizi ideologici. Il nostro sistema sconta un peccato originale storico: durante la Costituente si decise di mantenere l’assetto unitario della magistratura, eredità del periodo precedente, rinviando il problema. Oggi, però, quella struttura non è più compatibile con le esigenze di una democrazia moderna che, dal 1989, ha scelto un processo di stampo accusatorio. Votare Sì significa avere il coraggio di ammettere che lo status quo non è più sostenibile e che serve un riequilibrio tra i poteri dello Stato per conservare il futuro delle nostre istituzioni.  

Nello specifico perché una separazione delle carriere netta renderebbe la giustizia più imparziale?

Per comprendere questo punto bisogna guardare alla sostanza di ciò che accade nelle aule di tribunale. Con la riforma del codice di procedura penale del 1988 (la riforma Pisapia-Vassalli), l’Italia ha abbandonato il vecchio rito inquisitorio per abbracciare il modello accusatorio. In questo modello, il processo si fonda sul contraddittorio tra due parti che devono essere, almeno astrattamente, su un piano di parità: l’accusa (il Pubblico Ministero) e la difesa (l’Avvocato), davanti a un Giudice terzo e imparziale.

Tuttavia, fino ad oggi abbiamo mantenuto un’ambiguità di fondo: Giudici e PM appartengono allo stesso ordine, sono colleghi, condividono la stessa carriera e lo stesso organo di autogoverno. Questa contiguità istituzionale e culturale rischia di appannare l’immagine di terzietà del giudice. La separazione delle carriere, ottenuta riscrivendo l’articolo 104 della Costituzione, risolve questa anomalia: prevede che i magistrati debbano scegliere, prima dell’inizio della carriera, se esercitare la funzione giudicante o quella requirente.

Questo non è un attacco ai PM, ma una garanzia per il cittadino. Se accusa e giudizio provengono da percorsi professionali nettamente separati, si garantisce una vera equidistanza tra chi accusa e chi difende. Inoltre, c’è un tema di efficienza: la specializzazione delle funzioni consente di sviluppare al meglio le capacità specifiche richieste: la conduzione delle indagini per i PM e la redazione delle decisioni per i giudici. È una riforma che allinea l’Italia agli altri paesi moderni.  

In che modo il sorteggio per i magistrati del Csm riduce il potere delle correnti nella magistratura?

Questo è forse l’aspetto più incisivo della riforma per scardinare le logiche di potere interne. Oggi esiste un unico Csm dove le nomine e le carriere sono spesso decise sulla base dell’appartenenza alle cosiddette “correnti”, gruppi organizzati che indirizzano i voti.

La riforma introduce due novità dirompenti. La prima è la creazione di due Csm distinti: uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente. Questo elimina il conflitto d’interessi per cui i giudici votano le nomine dei capi delle procure e i Pm quelle dei presidenti di tribunale.

La seconda novità è il metodo di selezione: i membri togati non saranno più eletti dai colleghi (meccanismo che favorisce le cordate di potere), ma saranno sorteggiati all’interno delle rispettive categorie. Chi viene sorteggiato dura in carica quattro anni e non può partecipare alle successive procedure. Togliendo il meccanismo elettorale, si taglia alla radice il potere delle correnti: il magistrato membro del Csm non dovrà più dire “grazie” a nessuno per il suo posto e potrà valutare i colleghi in piena libertà e autonomia. È una rivoluzione copernicana che restituisce dignità al singolo magistrato, liberandolo dal giogo delle logiche corporative.

La riforma rafforza o indebolisce le garanzie costituzionali del Pubblico Ministero?

Vorrei essere molto chiaro su questo, perché si è fatta molta disinformazione. La riforma non indebolisce l’autonomia del Pubblico Ministero, né tantomeno lo sottopone al controllo dell’esecutivo. L’articolo 104 della Costituzione, così come novellato, continua a sancire a chiare lettere che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.

La garanzia costituzionale è blindata dalla presidenza: sia il Csm giudicante che quello requirente saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, esattamente come avviene oggi. Non c’è alcun rischio di deriva autoritaria. Anzi, la riforma tutela la dignità professionale del Pm, riconoscendogli una specificità e un organo di autogoverno dedicato, dove il Procuratore Generale della Cassazione è membro di diritto.

L’obiettivo non è controllare il Pm, ma evitare che il suo ruolo assuma, di fatto, un peso di giudizio anticipato o “etico”, come talvolta è accaduto in passato dopo la stagione di Mani Pulite. Il Pm deve fare il Pm: cercare le prove ed esercitare l’azione penale, ma in un perimetro chiaro e distinto da chi poi dovrà emettere la sentenza.  

Questa riforma risolve uno dei problemi strutturali della giustizia italiana?

Da amministratore abituato alla concretezza, dico: siamo realisti. Questa riforma non è la panacea di tutti i mali. Se vincerà il Sì, non spariranno magicamente domani mattina i tempi lunghi dei processi civili o le carenze di organico nei tribunali. Sarebbe disonesto prometterlo.

Tuttavia, questa riforma risolve un problema strutturale pre-politico decisivo: l’architettura dei controlli e degli equilibri. Oltre alla separazione delle carriere, la riforma istituisce l’Alta Corte disciplinare. Oggi il Csm fa tutto: autogoverno e disciplina. Domani, avremo un organo separato, composto da 15 giudici (di cui 6 nominati o sorteggiati tra professori e avvocati, e 9 magistrati sorteggiati), che si occuperà esclusivamente degli illeciti disciplinari. Questo garantisce che chi sbaglia paghi, giudicato da un organo terzo e non dai “vicini di scrivania”.

È un primo passo necessario per ricostruire un rapporto sano tra poteri dello Stato. Come scriveva il giudice Rosario Livatino nel suo diario, “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. Ecco, questa riforma serve a rendere la Giustizia molto più credibile. È un investimento sul futuro delle nostre istituzioni, i cui effetti benefici in termini di imparzialità e terzietà si vedranno chiaramente nei prossimi anni. Per questo invito a votare Sì.  

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