La paura, un’emozione antica del nostro cervello

Preservata attraverso tutto l’arco dell’evoluzione per via del suo evidente risultato pratico, la paura ha permesso all’uomo di sopravvivere”. Viene sempre innescata dalla “previsione del pericolo”, se costante diventa però fobia

Il buio delle nuvole ha cancellato l’evento, e così non abbiamo visto l’eclisse. E nemmeno le stelle cadenti, lo sciame di detriti luminosi della cometa Swfit Tuttle, che tutti gli anni la Terra attraversa a fine estate. Niente desideri inespressi! Il tempo però non cancella i ricordi ma li fonde e li fortifica nella memoria: era il 1961, il mese di febbraio quando con il mio vetro affumicato avevo “guardato” l’ultima eclisse totale di sole. Il buio di quegli attimi e la scomparsa del sole mi aveva spaventato fino a farmi correre fra le braccia di mia madre, urlando di paura; nonostante mi avessero ben spiegato cosa sarebbe successo…

COME LAVORA IL CERVELLO. Il nostro cervello, come altri organi, lavora in automatico; non deve ricordarsi di funzionare, è sempre attivo ed elabora a velocità supersonica tutte le informazioni da cui viene inondato. Le sensazioni vengono, quasi sempre, create da eventi provenienti dall’ambiente esterno o emergono da esperienze vissute a cui abbiamo dato significati importanti.

Ma è sempre molto difficile controllare le emozioni. Perché? Perché a livello cerebrale i diversi collegamenti fra i vari settori si sono evoluti nel corso di millenni e vanno “sempre” nella stessa direzione. Mi spiego: le cellule che compongono le varie sezioni del cervello sono tutte super-specializzate e alla fine dei vari percorsi inviano le informazione a quella sede che si chiama corteccia cerebrale che le elabora e gli da un nome: è la sede del controllo razionale.

Se così non fosse per ogni esperienza avremmo già la risposta pronta; non saremmo alla ricerca di novità, non studieremmo per imparare. Alla vista di qualcosa che “apprezziamo” per la prima volta avremmo già l’informazione di cosa si tratta. La bicicletta: zac, ci salgo su e la so guidare. Non è così; devo prima imparare e ci metto del tempo.

LA PAURA: UN’EMOZIONE ANTICA. Analizziamo una delle emozioni che ci ha permesso di interagire con l’ambiente, che ci ha permesso di evolvere e di riuscire a sopravvivere: la Paura. Siamo vissuti in simbiosi con l’ambiente che ci circonda, che ci ha dato tantissimo e qualche volta ci ha anche tolto tanto. E’ il sentimento più antico che ci ha permesso di sopravvivere in caso di pericolo. Parte tutto in modo automatico, i comandi delle varie zone del cervello sono precisi, non ci sono intoppi.

Vediamo cosa succede, immaginiamo la scena: è una bella giornata di sole, e sono nel bosco da solo in cerca di funghi. Ogni incanto che colpisce i miei sensi mi provoca piacere : la luce che filtra fra gli alberi, il profumo dell’erba, il panorama, il canto degli uccelli, lo stormire delle foglie, il cestino che è quasi colmo, il ricordo di uscite precedenti. Poi di colpo succede qualcosa, i miei occhi registrano un evento che era lontano dai miei pensieri, qualcosa che il piacere del momento aveva escluso dalle mie preoccupazioni. Eppure è li, spunta da sotto i rami degli alberi, inaspettato, peloso, immobile, enorme.

LA REAZIONE DEL CORPO: FUGGI O COMBATTI. La mia “retina” invia l’immagine al “talamo” che la spedisce subitissimo “all’amigdala” che si attiva all’istante. I movimenti del corpo si bloccano, non bisogna avvicinarsi al pericolo; i muscoli della faccia spalancano la bocca, sono pronto a urlare ma la voce non esce dalla gola; gli occhi si spalancano per vederci meglio; l’ipotalamo produce adrenalina a go go che fa aumentare il battito cardiaco, la pressione va alle stelle e il respiro accelera. Tutto succede in una frazione di secondo, assumiamo l’atteggiamento legato all’istinto del “fuggi o combatti”.

E’ il risultato di milioni di anni di adattamento al pericolo ed è stato messo in pratica miliardi di volte. Potremmo definirla una “emozione innata che preservata attraverso tutto l’arco dell’evoluzione per via del suo evidente risultato pratico, ha permesso all’uomo di sopravvivere”. La Paura, possiamo dire a ragione, viene sempre innescata dalla “previsione del pericolo”.

LA CORTECCIA ENTRA IN GIOCO: NON ERA UN ORSO. Siamo sempre nel bosco; il talamo continua a ricevere immagini dalla retina, e le invia oltre che all’amigdala anche alla “corteccia visiva”. Il processo di elaborazione diventa più complesso, il quadro di previsione diventa più completo: non era un orso, ma una mucca sdraiata sotto i rami di un albero. Le amigdale inviano in giro per tutto il corpo segnali rassicuranti: in breve tutto ritorna come prima.

Ma abbiamo fatto esperienza dell’accaduto. La “corteccia prefrontale” dove hanno sede i processi della conoscenza e dell’apprendimento, registra l’accaduto e ne fa memoria, in modo che possa venirci utile in altre situazioni di pericolo. Se fosse stato l’orso per davvero avrebbe prevalso l’atteggiamento del “fuggi o combatti”, o una reazione inconsulta generata dal terrore ?

Alla prossima situazione simile la corteccia prefrontale non ha più bisogno di registrare tutte le informazioni del momento, perché già “possiede” l’esperienza vissuta. E allora elabora la “paura razionale” che ci fa mettere in atto gli atteggiamenti positivi. Non urlo, controllo l’ambiente, mi allontano lentamente, assumo un comportamento prudente, mi preparo a reagire se ho degli strumenti di dissuasione. O prevale la “paura irrazionale generica” : l’orso mi aggredisce comunque; sono perduto, cosa faccio?

QUANDO LA PAURA DIVENTA FOBIA. Se facciamo prevalere la “paura irrazionale”, se la facciamo diventare cronica, se prevediamo sempre e solo il pericolo, allora qualsiasi rappresentazione di imprevisto reale o immaginato sfocia nella “Fobia”. Non vado più in certi posti perché è pericoloso! Esiste la claustrofobia (la fobia del chiuso), l’aracnofia (la paura dei ragni), l’ofidiofobia (la paura dei serpenti), la muridofobia (la paura dei topi) e possiamo continuare.

“Se la paura è l’aspettativa di un pericolo, il Panico è la paura che gira su se stessa, rafforzando l’aspettativa di pericolo”. Diventa “distruttiva” perché sfocia in una “aspettativa patologica”. La stimolazione continua e costante dell’atteggiamento “combatti o fuggi” stimola la produzione eccessiva di Cortisolo da parte del surrene. Si crea purtroppo un’allerta di tutti gli organi nobili del corpo, che in previsione di un pericolo non reale, ma solo immaginato, portano alla situazione che con termine tecnico si chiama Stress.

E’ fondamentale esercitarsi e distinguere quello che è effettivamente uno stato di pericolo reale da quello che un pericolo immaginato o supposto. La Paura non deve diventare uno stato patologico. Dobbiamo accettare il concetto che la Paura abita internamente nel nostro cervello.

CONOSCERE I NOSTRI “MOTORI” INTERNI. Dobbiamo renderci conto che i “centri cerebrali” che abbiamo citato più volte: l’ipotalamo, l’amigdala, la corteccia cerebrale prefrontale sono dei “motori” che si sono evoluti nel corso di milioni di anni e che “parlano” in continuazione fra di loro secondo vie prestabilite e con la liberazione di composti chimici che hanno funzioni specifiche e specializzate.

Dobbiamo prendere coscienza di come siamo e di come funzioniamo. Dobbiamo accendere ogni volta che possiamo la parte “positiva” del nostro cervello, che genera autostima, che genera a sua volta una migliore percezione di se stessi e quindi di ricompensa. Il tutto avviene in automatico se siamo attenti ad accendere quella parte di individualità che ognuno possiede e che si chiama consapevolezza di sé.

Il cervello con i suoi centri di valutazione e controllo, utilizza miliardi di informazioni, le processa e contribuisce a mantenere il nostro equilibrio creativo. E’ sempre attivo e prontissimo ad aiutarci; ma dobbiamo fidarci e creare la nostra personalità. Se no, rischiamo di perderci ad ogni allarme operativo e non approfittiamo dell’armatura che ognuno possiede ed è il risultato della simbiosi con l’ambiente. Ci permette di affrontare gli alti e bassi della vita.

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