L’uccello mangia fino a mezzo chilo di marmorata al giorno. L’approvazione del nuovo Piano di gestione della Provincia: dubbi e criticità di una problematica complessa
Il miglior pescatore delle Giudicarie? Il cormorano

Chi ha anche solo una minima familiarità con la pesca lo riconosce subito: nei cieli delle Giudicarie, sopra il Sarca e il Chiese, il volo di grandi uccelli dal collo allungato non passa inosservato. Può trattarsi di cormorani o aironi cenerini, presenze ormai abituali che, per molti pescatori, evocano immediatamente una preoccupazione ben nota: quella per i pesci che finiscono nel loro becco.
Tutti in attesa di sapere, i pescatori, delle ultime a riguardo, specialmente in vista della prossima apertura di stagione. Nella giornata di venerdì 6 febbraio è stato approvato dalla Giunta provinciale il nuovo Piano di controllo del cormorano. A proporlo l’assessore alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni: il piano conferma e aggiorna la deroga prevista dalla normativa europea e nazionale, sarà valido fino al 15 marzo 2031.
LA SITUAZIONE IN VALLE. Ma quale la situazione pesca in Giudicarie? Qualche anno fa un colpo duro è arrivato con lo stop alla semina della trota fario, non più considerata specie autoctona. In poche parole la normativa europea, recepita dall’Italia, diceva che la trota fario non era una specie del posto perché non presente prima del Cinquecento. A partire dal 2024, eccetto che per il lago di Nembia, non la si è potuta più seminare.
Avanti quindi con l’allevamento della trota marmorata, che ad oggi conta una ventina di anni, con le sue diverse classi d’età tra uova, avanotti e trotelle.
DOVE NASCE LA QUESTIONE. Ed è proprio qui che la presenza stabile dei cormorani è diventata un bel problema. Negli ultimi anni la specie si è insediata in modo permanente sul territorio, con un dormitorio fisso al lago di Ponte Pià. Se un tempo questi uccelli erano solo di passaggio, oggi i censimenti provinciali, effettuati due volte l’anno, parlano di oltre un centinaio di esemplari stabili tra Sarca e Chiese. A questi si aggiunge la pressione degli aironi cenerini, specie particolarmente protetta e quindi non gestibile con interventi diretti.
Il controllo dei cormorani è affidato a cacciatori abilitati, ma con forti limitazioni operative: non si può intervenire nei dormitori, nelle zone di pronta pesca, né in prossimità di centri abitati, piste ciclabili o aree frequentate. Il che rende la caccia difficile, considerando le realtà di Sarca e Chiese. Di fatto, l’azione si riduce spesso a tentativi di dissuasione, con risultati altalenanti. Nel frattempo il cormorano, che non ha chissà quali predatori naturali, ha continuato ad aumentare di numero.
UN CONTROSENSO. Il paradosso è evidente. Da un lato la Provincia investe da anni nel recupero della trota marmorata, specie simbolo del Trentino, sostenendo gran parte dei costi di allevamento e ripopolamento. Dall’altro, la stessa marmorata viene immessa in ambienti dove la pressione predatoria è elevatissima, soprattutto nei momenti più delicati del ciclo vitale, come la frega. Un cormorano può arrivare a consumare circa mezzo chilo di pesce al giorno e caccia spesso nei tratti regolati da briglie, dove i pesci sono più concentrati e vulnerabili. Anche quando la trota riesce a fuggire, non è raro che rimanga ferita, compromettendo la sua sopravvivenza.
È vero che nei tratti più naturali e meno artificializzati il pesce ha maggiori possibilità di rifugio, e che gli interventi di rinaturalizzazione degli alvei possono aiutare. Ma questo, da solo, non risolve il problema: quando il cormorano non trova abbastanza prede in fiume, si sposta direttamente verso le pescicolture, amplificando il danno.
Il quadro si complica ulteriormente se si considerano altri fattori già critici per l’ecosistema fluviale: piene sempre più frequenti, gestione del limo, abbassamenti forzati dei livelli e occasionali episodi di inquinamento. In questo contesto, la sola dissuasione appare spesso insufficiente.
LE ULTIME DIRETTIVE. Il nuovo Piano di controllo del cormorano, approvato dalla Giunta provinciale, aggiorna quello esistente e mira a rendere il sistema di gestione più semplice ed efficace. Il Piano consente, se necessario, di avvicinarsi al limite massimo di 120 abbattimenti annui, una soglia che finora non è mai stata raggiunta: l’anno scorso, nelle zone del Sarca, vuoi per le difficoltà nelle attività dei cacciatori abilitati, ne sono stati abbattuti solo 2 dei 16 previsti. Il numero per Sarca e Chiese insieme è stato portato a 45 cormorani all’anno: il Piano ha infatti riorganizzato le aree di intervento in cinque macrozone, una quella giudicariese. A questo si è aggiunta l’eliminazione del limite di abbattimento di 2 capi per tratta per giorno. Inoltre, c’è stata una semplificazione nelle procedure di dissuasione, senza l’obbligo di farlo per una settimana prima dell’effettivo prelievo letale. Infine anche il coinvolgimento di personale di vigilanza, che potrà affiancare i cacciatori autorizzati.
UN FUTURO INCERTO. Resta però il dubbio, condiviso da molti pescatori, che senza la possibilità di intervenire nei punti davvero sensibili l’efficacia del piano rimanga limitata. La sensazione diffusa sul territorio è che la tutela della trota marmorata e quella del cormorano continuino a procedere su binari paralleli, senza incontrarsi davvero. Finché questo equilibrio non verrà affrontato in modo più diretto, il rischio è che gli sforzi per il ripopolamento continuino a essere in parte vanificati da una pressione predatoria che, nei fatti, resta difficile da contenere.
L’opinione del nuovo Guardiapesca dell’Associazione Alto Sarca Matteo Simoni è cauta: “I cormorani sono tanti, quando semino il venerdì mi ritrovo metà delle trote immesse in fiume già mangiate entro il giorno successivo. La logica non dovrebbe essere quanti poterne abbattere, ma quanti se ne possono mantenere. Il Piano è un punto di inizio, serve concretizzare gli abbattimenti permessi. Stiamo a vedere come evolve nei prossimi anni.”






















