Ho dentro di me un milione d’usignoli

Dieci giovani poeti palestinesi, con le loro 32 poesie, raccolte in un volume dal titolo “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi Editore), scritte perlopiù dopo il tragico 7 ottobre 2023. Alcuni di loro sono stati uccisi durante il conflitto.

Se davvero la politica è un’arte, come lo dovrebbe essere, non è questa certamente la sua stagione più creativa, visti gli esiti di disumanità a cui sono arrivati in questa fase storica i suoi “massimi livelli”, dove a trionfare è la cosiddetta realpolitik, la sua corrente più cinica e meno diplomatica, quella in cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.

Li conosciamo questi artisti della bugia, della forza delle armi come scorciatoia: niente di artistico in tutto questo!

Lontani i tempi in cui Nilde Iotti, una donna stimata da tutto il mondo politico, nell’ultima intervista fattagli da Enzo Biagi nel 1999, pochi mesi prima di morire, si confidava:
“Io credo che la politica è arte, uso una parola forse non consueta, l’arte più alta che si possa esercitare: quella di organizzare la società per gli uomini, e perché gli uomini possano viverci bene.”

Ancora prima un papa, Paolo VI, aveva definito la politica “la più alta forma di carità”.

L’ARTE “INUTILE” CHE PUÒ SALVARE IL MONDO. Per fortuna c’è quell’altra arte, “inutile” quanto necessaria, che attraverso la bellezza dovrebbe o potrebbe salvare il mondo; bellezza da intendersi come promessa di felicità, tensione rinviante, come luogo del possibile e dello stupore, che emancipi dalla schiavitù dell’utilitarismo e dei falsi bisogni, dando vita a sane empatie e ragionevoli utopie.

Risuonano ancora le parole del grande poeta Eugenio Montale nella sua prolusione al conferimento del Premio Nobel per la letteratura nel 1975:
“In ogni modo sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà.”

Vola basso il poeta, minimalista, quasi pudico a rivendicare umilmente il ruolo inoffensivo della sua arte, ma pure la sua paradossale nobiltà che ha a che fare con qualcosa di profondamente umano, tutto il contrario della volgarità esibita nelle parole mistificanti, se non farneticanti, dei cosiddetti padroni del mondo.

La guerra è l’ultima risorsa degli incapaci”, annotava Isaac Asimov; “La guerra è merda”, gli fa eco il titolo del recente libro di Jacques Charmelot, giornalista e regista francese, che lucidamente “svela il sistema corrotto di potere che in nome del profitto sta infiammando il mondo”.

La politica ha perso la sua capacità di farsi argine per non ammazzarsi, abdicando a porsi come unica, vera alternativa alla guerra.

IL COMPITO DELL’ARTE: CUSTODIRE LA BELLEZZA. All’arte, quella che riesce ancora a mettere insieme etica ed estetica, il compito di custodire la bellezza come un diritto dell’umanità, come strumento potente per promuovere i diritti umani e per esercitare una critica sociale, adoperando la sua forza simbolica ed evocativa per “dare una forma e un volto, spirituale e politico, alla speranza”.

Nel discorso fatto agli artisti nella Cappella Sistina nel giugno del 2013, Papa Francesco ribadiva che:
“L’arte non può mai essere un anestetico; dà pace, ma non addormenta le coscienze, le tiene sveglie. Spesso voi artisti provate a sondare anche gli inferi della condizione umana, gli abissi, le parti oscure. Noi non siamo solo luce, e voi ce lo ricordate: ma c’è bisogno di gettare la luce della speranza nelle tenebre dell’umano, dell’individualismo e dell’indifferenza. Aiutateci a intravedere la luce, la bellezza che salva.”

DIECI POETI PALESTINESI NEL CUORE DI GAZA. E a gettare la luce della speranza nelle tenebre di Gaza ci hanno provato dieci giovani poeti palestinesi, con le loro 32 poesie, raccolte in un volume dal titolo “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi Editore), scritte perlopiù dopo il tragico 7 ottobre 2023. Alcuni di loro sono stati uccisi durante il conflitto.

Nella prefazione al libro lo storico israeliano Ilan Pappé evidenzia che:
“Scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi. La consapevolezza con cui questi giovani poeti affrontano la possibilità di morire ogni ora eguaglia la loro umanità, che rimane intatta anche se circondati da una carneficina e da una distruzione di inimmaginabile portata.”

VOCI CHE RESISTONO.

Marwan Makhoul (1979), ingegnere e scrittore:
“Per scrivere una poesia non politica / devo ascoltare gli uccelli, / e per sentire gli uccelli / bisogna far tacere gli aerei da caccia”,
e ancora:
“E anche tu, poesia mia, morirai sicuramente, / eppure scriverò / e possa tu vivere solo un po’ / dopo di me. Potremmo non cambiare questo mondo con ciò che scriviamo, ma potremmo graffiare la sua vergogna.”

Heba Abu Nada (1991-2023), biochimica ma anche poetessa, morta a Khan Yunis il 20 ottobre 2023 durante un attacco aereo:
“… Con dolcezza, passiamo sulle ferite / come una garza decisa, un accenno di sollievo, un’aspirina. / Piccola luce dentro di me, tu non morire / anche se implodessero le galassie del mondo. / Piccola luce dentro di me di’ pure: / entra nel mio cuore in pace. Tutti siete accolti!”,
e ancora:
“… Concedo a te rifugio, e ai bambini / che cambino il corso del razzo / prima che atterri sui loro sorrisi. / Concedo a te rifugio, e ai bambini / che dormono come pulcini nel nido. / Non camminano verso i loro sogni nel sonno. / Sanno che la morte si nasconde fuori casa….”

Refaat Alareer (1979-2023), poeta e professore universitario a Gaza, ucciso il 6 dicembre 2023 insieme ad altri sette membri della sua famiglia, durante un raid israeliano:
“Se io dovessi morire / tu devi vivere per raccontare la mia storia / per vendere tutte le mie cose / comprare un po’ di stoffa e qualche filo, / per farne un aquilone… /…Se dovessi morire / che porti allora una speranza / che la mia fine sia una storia!”.

LA POESIA COME CANTO DI RESISTENZA.    La poesia come canto di resistenza e speranza è quella che accomuna i tre poeti palestinesi, degni eredi del loro grande poeta nazionale Mahmoud Darwisch (1941-2008); poesie capaci di volteggiare più in alto dei fucili, dei raid, delle bombe, delle meschinità compiute da chi fa del potere un uso diabolico e malato.

“Potete legarmi mani e piedi / togliermi il quaderno e le sigarette…”, poetava lo scrittore palestinese, tra i maggiori poeti arabi contemporanei, “…Ho dentro di me un milione di usignoli / per cantare la mia canzone di lotta.”

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