Articoli scritti da Udalrico Gottardi

Ci sono ricordi che riaffiorano all’improvviso. Basta una raffica di spot televisivi per ritrovarsi, in un attimo, seduti davanti a un televisore in bianco e nero.

Oggi tutto corre. Stai seguendo un film che ti emoziona, una storia che finalmente è riuscita a catturarti, e proprio sul più bello arriva l’interruzione. Non una volta soltanto, ma continuamente. Trenta secondi che sembrano innocui e che, invece, cercano di conquistare ogni angolo della nostra attenzione.

Ti spiegano che cosa mangiare, come profumarti, quale detersivo scegliere, come prenderti cura delle parti più intime del tuo corpo, quale automobile acquistare e molto altro ancora. Una sequenza interminabile di consigli, proposte e sollecitazioni che finisce spesso per allontanarti da ciò che stavi guardando.

Ma la pubblicità invasiva non si limita più alla televisione. Ormai ci insegue anche sul telefono.

Pensi di leggere tranquillamente qualcosa che ti interessa: una notizia, un fatto di cronaca, un articolo di interesse generale oppure un approfondimento di carattere medico. Macché. Devi affrontare un vero e proprio slalom tra annunci, finestre, immagini e video pubblicitari che si susseguono senza tregua.

Leggi dieci righe di articolo e compare una pubblicità. Ne leggi altre dieci ed ecco un altro annuncio. E così via, fino alla fine, sempre che nel frattempo tu non abbia perso la pazienza o perfino il filo del discorso.

È logico tutto questo? A mio avviso no.

È comprensibile che la pubblicità contribuisca a sostenere economicamente televisioni, giornali e siti di informazione. Ma quando interrompe continuamente la lettura, ostacola la comprensione e invade quasi completamente lo spazio dello schermo, non è più soltanto un messaggio commerciale. Diventa una forma di comunicazione aggressiva, che limita la nostra libertà di scegliere che cosa guardare, leggere e approfondire.

È questo che mi lascia perplesso. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel parlare di igiene, di salute o di cura del corpo. Ma perché sembra che non esista più il confine della discrezione. Quello che un tempo apparteneva alla sfera privata oggi viene esibito senza esitazioni, come se la sorpresa, l’insistenza e la provocazione fossero diventate le uniche strade per vendere.

Forse sto semplicemente invecchiando. Oppure no.

Ricordo ancora Carosello. Lo aspettavamo come si aspetta una favola della buonanotte. La pubblicità c’era anche allora, naturalmente, ma arrivava dopo una piccola storia, un sorriso, una battuta, un personaggio che diventava quasi uno di famiglia.

Prima veniva il racconto. Poi il prodotto.

E ricordo soprattutto una voce: «Bambini, ancora questo… e poi tutti a letto.»

Era la voce di mio padre. Bastava quella frase per chiudere una giornata.

Oggi quella voce non c’è più, ma ogni tanto sembra riaffacciarsi tra il rumore delle pubblicità che si inseguono una dopo l’altra, interrompendo film, programmi, notizie e perfino le nostre letture quotidiane.

Forse è proprio questo che mi manca davvero. Non il bianco e nero, non la televisione di allora, ma il rispetto dei tempi. Il rispetto del silenzio. Il rispetto per uno spettatore e per un lettore che non avevano bisogno di essere continuamente sollecitati, interrotti e inseguiti.

Carosello vendeva prodotti, certo. Ma, quasi senza accorgersene, ci regalava anche qualche minuto di fantasia.

E forse, in fondo, era proprio quella la pubblicità più bella: una pubblicità che sapeva raccontare, che non invadeva ogni momento e che, soprattutto, sapeva aspettare.

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