Annata nera per l’Adamello, la situazione con Enrico Valcanover

Il presidente del Comitato glaciologico della SAT: “Nella zona della fronte il ghiacciaio del Mandrone perde mediamente circa 6 metri di spessore all’anno. In 14 anni perso un terzo della superficie dei ghiacciai trentini”

Valcanover, avrà presente il confronto tra le due foto dell’Adamello a distanza di dieci anni l’una dall’altra. Vengono da Copernicus, il progetto di osservazione terrestre che fa parte del Programma Spaziale dell’Unione Europea e sono state pubblicate lo scorso 7 agosto: ce le commenta?

La foto riporta molto bene la situazione al ghiacciaio del Mandrone, che può rappresentare un po’ tutti i ghiacciai alpini a quota inferiore ai 4.000 metri. Vediamo un’enorme riduzione della superficie e l’arretramento delle fronti, ma anche una grande perdita di spessore di ghiaccio. Nella zona della fronte il ghiacciaio del Mandrone perde mediamente circa 6 metri di spessore all’anno, vuol dire 60 m in quei dieci anni. È questo un cambiamento che si vede più sul posto, anche solo per arrivare al ghiacciaio bisogna camminare molto più. E per scattare alcune foto con la stessa angolazione e altezza di quelle storiche, può servire oggi il drone.

Quindi cosa ci dicono queste immagini sullo stato di salute del ghiacciaio? Che annata è questo 2026?

Quest’anno veniamo da delle nevicate invernali piuttosto scarse. A maggio la quantità di neve, o meglio di acqua sotto forma di neve, presente sul Mandrone, era di circa un 40% inferiore alla media storica delle nevicate. In poche parole siamo partiti in svantaggio, e a questo si sono aggiunte delle temperature estremamente calde, per cui anche la poca neve che c’era ha iniziato a fondere già molto presto durante la stagione.

Che poi si rivede nel colore grigiastro delle foto satellitari: ci spiega meglio?

Al momento la maggior parte della superficie del ghiacciaio presenta un colore grigio, si tratta di ghiaccio esposto, non più coperto dalla neve, che altrimenti vedremmo bianca. È rimasta molto poca neve residua, probabilmente solo in alcune piccole zone di accumulo più in alto. In queste circostanze, i fenomeni di fusione addirittura accelerano, sia perché il ghiaccio è colpito direttamente dai raggi, che perché la colorazione più scura assorbe maggiormente la radiazione solare. Che sia chiaro, sono processi naturali che si verificano tutti gli anni, ma in questo 2026 sono partiti in anticipo.

Quindi non è un fenomeno solo di oggi: come si colloca rispetto gli anni passati?

Il 2022, così come si prospetta quest’anno, è stato un annata pessima. Storicamente misuravamo degli arretramenti della fronte del Mandrone tra i 20 o 30 metri all’anno. Nei due anni tra 2022 e 2023 c’è stato un arretramento di 200 metri, per una media di 100 metri all’anno: si parla di un numero 4 o 5 volte maggiore rispetto a quello che era l’arretramento normale del ghiacciaio. Io sono stato sul posto a giugno, la scena è già cambiata nel giro di due mesi, la morfologia della fronte è già diversa.

Dati impressionanti pensando all’Adamello come al ghiacciaio più grande dell’arco alpino. Cosa ci dice degli altri?

Se prendiamo le misure da inizio Novecento, quello a cui abbiamo assistito è un continuo arretramento con una brevissima finestra fra gli anni Settanta e Ottanta, dove alcuni ghiacciai hanno avuto addirittura un piccolo periodo di avanzamento. Dagli anni Novanta in poi, però, il fenomeno è ripartito in modo abbastanza deciso, fino ai picchi degli ultimi dieci anni in cui registriamo arretramenti sempre più veloci. Nel 2011 la superficie totale dei ghiacciai del Trentino era di circa 30 chilometri quadrati, riperimetrandoli nel 2023 erano 20: abbiamo perso in 14 anni un terzo della superficie dei ghiacciai trentini.

Ci sta dicendo che i nostri figli potrebbero non vedere l’Adamello? Siamo a un punto di non ritorno o c’è ancora una speranza di recupero?
Diciamo che
alle condizioni attuali, con il cambiamento globale in atto, non ci sono prospettive di una ripresa nel breve periodo, tutta la comunità scientifica lo dice da tempo. Succede che la zona di accumulo, cioè quella porzione di ghiacciaio più in quota in cui la neve caduta durante l’inverno non fonde completamente e quindi si trasforma fino a divenire ghiaccio, si sta restringendo sempre di più. In alcuni ghiacciai, in estate, questa zona già scompare. In pratica il ghiaccio non è in grado di rigenerarsi affatto, o comunque non in quantità tale da sopperire alla massa persa durante l’estate. Alle condizioni attuali, molti ghiacciai non saranno in grado di ritrovare un equilibrio e sono quindi destinati a scomparire.

E arriviamo a quello che è il ghiacciaio come risorsa idrica. Viviamo una sorta di paradosso: vediamo i fiumi abbondare di acqua ma se ne stanno andando le riserve in alta quota. A fronte di quella che è la scala di priorità rispetto l’utilizzo della risorsa, a fronte delle ultime dalla Provincia sulla sua razionalizzazione, quale ruolo hanno i ghiacciai?

Oggi fiumi come il Sarca o il Noce, con ghiacciai a monte in fusione, hanno delle portate abbondanti e una base costante durante la stagione estiva. C’è da chiarire che una volta che i ghiacciai non ci saranno più, non resteremo completamente senza acqua. Avremo dei torrenti che potranno avere un andamento più legato alla fusione della neve durante la primavera e poi, in estate, ai processi di pioggia e agli eventi meteorologici. Le acque usate per il consumo umano non arrivano mai direttamente dal ghiacciaio, l’acqua di fusione dei ghiacciai spesso non è potabile, questo va precisato. Se pensassimo all’acqua come al nostro conto in banca, il ghiacciaio potrebbe essere un’eredità lasciataci da una nonna: non rimarremo senza soldi ma li stiamo sperperando. L’acqua che viene dai ghiacciai, anche considerando i periodi di siccità, garantisce un deflusso minimo dei fiumi. Se parliamo a monte, una delle più grosse sfide dei rifugi è proprio quella della disponibilità di acqua. Il Tuckett, solo per fare un esempio, pesca l’acqua da un piccolo ghiacciaio pendente sotto a Cima Brenta: il gestore mi raccontava che dovevano andare a spostare spesso il tubo che raccoglieva l’acqua di fusione.

Ok, spostiamoci a un discorso più climatico. Quale il legame? E quale l’impatto della stessa scomparsa dell’Adamello sul clima?
Il ghiacciaio è un po’ una
cartina tornasole molto efficace, e molto veloce, rispetto quello che è il cambiamento climatico in atto. I nostri ghiacciai sono dei piccoli sistemi alla continua ricerca di un equilibrio, riescono a reagire in maniera molto rapida considerando il contesto più ampio. Il vero impatto a catena sul clima, derivante dalla stessa fusione dei ghiacciai, è da rifarsi più su larga scala, come per i ghiacciai del Polo Artico.

Però molte attività, in modo più o meno diretto, vivono coi ghiacciai. Vedete in valle già degli effetti collegati alla loro fusione?

Un tema di cui recentemente si parla molto è quello della degradazione del permafrost, cioè quel terreno presente in alta quota che rimane congelato durante tutto l’anno. Quando lo zero termico rimane a quote molto elevate per periodi prolungati, come avviene sempre più spesso, il ghiaccio presente nel substrato di terreni su versanti o pareti rocciose, che spesso funge da collante, tende a fondere. Crea così delle situazioni di instabilità locali.
Chi fa alpinismo in quota sta notando come alcune vie classiche diventano con il tempo sempre più pericolose o complesse, sia per la scomparsa dei ghiacciai, sia per un aumento dell’instabilità di alcuni versanti.
Ho in mente le storiche foto degli anni Cinquanta del satino di Bolbeno, Vigilio Marchetti: il paesaggio è completamente cambiato nel giro di settant’anni a questa parte.

Ci dica qualcosa di personale, quale la sua lettura?

Stiamo vivendo una situazione critica, ma personalmente credo che una buona comunicazione non debba cedere al sensazionalismo o a un allarmismo. Si tratta di una circostanza mai vista prima, che è importante tentare di gestire perché dovremo imparare a conviverci. Anche perché non sarà reversibile in quelli che sono i tempi che noi, i nostri figli e nemmeno i nostri nipoti riusciremo a vedere.

C’è qualcosa che un comune mortale possa fare, concretamente?
Qui dobbiamo iniziare a parlare di politica globale io credo. Dopodiché, dal momento che la politica parte dai singoli, chiunque può dare il proprio contributo. Mi piace pensare che anche nel nostro piccolo, in qualche modo, possiamo contribuire: a
bbiamo un’arma molto potente, che è il voto, e quindi se uno è sensibile su queste cose credo che sia fondamentale anche usarla correttamente.

Concludendo: se il futuro passa anche attraverso l’educazione delle nuove generazioni e l’Adamello potesse parlare, cosa direbbe a un giovane di oggi?
Di andare a vedere questi ghiacciai, perché li potremo vedere ancora per poco, e andarci in sicurezza, facendosi accompagnare da guide alpine o da chi è più esperto. Come SAT, proprio con questo scopo, abbiamo un paio di sentieri glaciologici. Abbiamo anche due centri a tema: uno inaugurato da poco alla diga del Careser, un altro proprio vicino al rifugio Mandrone, il Centro Payer.

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