A un mese dal primo sparo, la situazione della caccia con Sandro Zambotti

Come stanno caprioli, cervi, mufloni, cinghiali e camosci nell’Area Sud-Occidentale? I primi sono in crisi da anni, i numeri degli ultimi invece un vanto giudicariese

Domenica 6 settembre è stato dato il via ufficiale alla stagione venatoria trentina 2026. Quale è la situazione nell’Area Sud-occidentale? Ne parla il direttore tecnico dell’Associazione cacciatori trentini, già guardiacaccia, Sandro Zambotti.

Zambotti, quale il bilancio dell’ultima stagione nella valli Giudicarie?

Nell’intera area nel 2025 sono stati abbattuti 550 cervi così suddivisi nei suoi quattro distretti: 153 Chiese, 160 Giudicarie, 102 Ledro e 135 Rendena. Si sono poi contati 665 caprioli ripartiti tra 232 Chiese, 169 Giudicarie, 88 Ledro e 176 Rendena. Infine 993 camosci: 334 zona Adamello, 267 Brenta, 132 Cadria Altissimo, 83 in destra Chiese, 32 Ledro, 13 Misone Casale, 5 Paganella, 127 Presanella.

Foto di Daniel Moresco

Ok quindi partiamo dal cervo, che ricordiamo in estrema crescita fino a qualche anno fa: ci commenta questi dati? In che situazione si inseriscono?

Il 2023 ha avuto il picco massimo di abbattimenti. Se andiamo a vedere la progressione del prelievo del cervo, in quell’anno ne venivano abbattuti fra tutti 708, quindi sui 150 in più. Il calo più importante nel 2025 è stato nelle Giudicarie, passando da 263 a 160 capi.

Cala quindi la sua presenza sul territorio? Cosa dicono le stime di quest’anno?

Nell’area il cervo è calato, perché nel 2023 venivano stimati 1.050 cervi sul territorio, nel 2024 erano 900 e nel 2025 erano 650, Quest’anno secondo le consistenze abbiamo una timida ripresa, con 680 capi stimati. Logicamente a questi cali di stima corrispondono anche dei cali proporzionali alla pianificazione del prelievo. Una ripresa minima, però sembra che la popolazione stia rispondendo.

Rispondendo a cosa?

Parrebbe che la flessione di questi anni sia giunta in concomitanza con la presenza in zona, praticamente stabile, del lupo. In Rendena era forse meno presente, in Giudicarie di più. Di fatto però in molti distretti non abbiamo avuto la percezione del calo del cervo, ed è una particolarità, forse deriva dal fatto che c’è stato un arrivo più repentino rispetto ad altre situazioni.

Parliamo di animali morti o di spostamenti?

Sono più probabili degli spostamenti: con un calo dovuto a una superpredazione ci sono di solito anche dei rinvenimenti, in questo caso non sono aumentati particolarmente. Il lupo, oltre a predare, ha anche un’influenza dal punto di vista comportamentale. Questi ungulati, il capriolo, il camoscio, il cervo, si sono evoluti insieme a lui, hanno sviluppato dei comportamenti antipredatori. Quando il lupo è sparito dalle Alpi, li hanno un po’ persi. Nel momento in cui torna c’è un impatto importante perché ci sono diversi animali che mancano di quel tipo di comportamento. Di solito è facile che si spostino, cambino abitudini, cambino orari. Gli etologi parlano appunto del paesaggio della paura legato alla presenza del lupo. Col tempo comunque gli animali imparano di nuovo.

È per la leggera ripresa nelle consistenze di quest’anno che il Piano di abbattimento di quest’anno ha previsto di togliere le limitazioni alla caccia nel periodo del bramito?

No questa è una bufala. L’obbligatorietà per la pausa cinegetica, quella del bramito, è stata eliminata dalla Provincia cinque anni fa, nel 2021. Dal 2022 fino ad oggi, l’Associazione Cacciatori, attraverso i propri regolamenti interni, ha restituito questa pausa per tutti i distretti che lo avessero richiesto. Quest’anno è stato uguale: 13 distretti su 20, in maniera del tutto autonoma, hanno scelto di tutelare il bramito del cervo dalla fine di settembre fino ai primi di ottobre.

Possiamo definirlo un equilibrio?

Gli equilibri naturali sono sempre equilibri dinamici, quindi non c’è mai niente di fermo. Non sono ferme neanche le montagne, figurati le popolazioni animali. Questa è una situazione che al momento è accettabile, però deve essere comunque mantenuta in costante monitoraggio. È ovvio che i cacciatori vorrebbero più cervi, i contadini vorrebbero molti meno e la Provincia deve mediare. In più, la Provincia ha una problematicità abbastanza acuta relativamente sia ai danni all’agricoltura, sia ai danni alla rinnovazione forestale e alla problematica della viabilità.

A proposito di viabilità, qual è la situazione degli attraversamenti?

È stata sperimentata una segnaletica a Vezzano e in Val di Fiemme, la stessa nel tratto più problematico in Val del Chiese. Utilizza una termocamera con un algoritmo di riconoscimento: la segnaletica si accende nel momento in cui un ungulato si sta avvicinando alla strada. Non c’è più un segnale passivo che continua a segnalare e che viene ignorato. Se è accesa, sai che l’animale c’è e rallenti. Il problema è che questa soluzione è ferma, i dispositivi sono stati sperimentati ma non sono accesi al momento.

Speriamo vengano utilizzati allora. Quali i dati sugli investimenti stradali?

A livello provinciale siamo sempre attorno ai 550 investimenti l’anno, per i cervi sui 300, L’anno scorso sono stati 280, un numero che rimane alto considerando la pericolosità dell’impatto: abbiamo avuto relativamente pochi morti, due negli ultimi quindici anni. Nell’area sud-occidentale, negli ultimi cinque anni ci sono sempre stati sui 50 investimenti all’anno, di cui la maggior parte in Giudicarie e proprio nel Chiese.

Foto di Carlo Girardi

Ha nominato il capriolo, una specie in sofferenza ormai da anni. Una situazione che si riconferma? Quali le consistenze?

È in difficoltà in tutta Europa, probabilmente non c’è una causa unica. Nel nostro caso abbiamo avuto un peggioramento della qualità e dell’estensione dell’habitat: il capriolo è una specie ecotonale, vive bene nella zona di transizione tra il bosco e i pascoli, nel momento in cui la superficie boscata aumenta e diminuiscono le zone agricole e le radure, diminuiscono anche le disponibilità di cibo. Tra l’altro, dal punto di vista alimentare, è un po’ una principessa, perché è particolarmente esigente. Aggiungiamo la concorrenza interspecifica con il cervo e l’arrivo del lupo e hai un mix abbastanza letale. Secondo le stime delle consistenze il capriolo è in calo. Nell’area si è passati dai 7300 capi del 2023 ai 6150 del 2025. In particolare nel Chiese da 2400 a 2100, nelle Giudicarie da 2300 a 1750, a Ledro da 1050 a 900, in Rendena da 1550 a 1400.

Passiamo al muflone: qual è la situazione?

Il muflone è una specie alloctona, non originaria delle Alpi: è una pecora selvatica proveniente dalla Sardegna e dalla Corsica, è stata introdotta in Trentino negli anni Settanta. È sempre stata un po’ malvista dall’amministrazione provinciale, la strategia è stata sempre quella di limitarne la diffusione e l’espansione. Ha di particolare che non si è evoluto insieme al lupo, non lo conosce, viene predato facilmente: oggi la popolazione provinciale è in un calo drastico. Nel 2016 contavamo 1.500 mufloni, nel 2025 poco più di 600. Nell’area sud-occidentale se ne trovano due colonie, una in Rendena, dalla Val Genova a Campiglio a Giustino e una sul Brenta, da Dorsino alla Paganella.

Foto di Debora Simoncelli

Abbiamo tralasciato quello che sappiamo essere un vanto trentino in termini numerici: ci parla del camoscio?

Il camoscio è una specie che è presente ormai in tutta la provincia di Trento dove ha occupato tutto l’areale disponibile. Negli anni Settanta venivano contati 5.000 camosci, oggi ne contiamo 30.000. Considerando che in tutto l’arco alpino italiano, da Imperia a Trieste, se ne contano sui 120mila, significa che un quarto sono in Provincia di Trento. La metà dei camosci che vengono abbattuti annualmente sull’arco alpino italiano, quindi 6000 su 12.000 totali, sono prelevati in Trentino-Alto Adige, 3000 Trento e 3000 Bolzano. Alla tradizionale mostra dei trofei della scorsa primavera a Tione, in questo senso, erano concentrati tantissimi trofei di camoscio.

Quali i numeri quindi?

Secondo le stime, in linea con gli anni passati, l’area ha sui 1500 camosci. Non è l’exploit di una sola annata. In questo caso il lupo, considerando le difficoltà del terreno a certe quote, ha difficoltà nella predazione.

Visto che nomina Tione, quest’anno è stato un punto di riferimento per il vostro settore, concorda?

Immagino si riferisca ai corsi di abilitazione al controllo del cormorano, una sede era a Tione, c’è stato un buon numero di iscritti. Si tratta di un’attività particolarmente limitata per essere praticata. In prossimità della quasi totalità dei corsi d’acqua provinciali c’è una pista ciclabile e in prossimità delle piste ciclabili non è possibile sparare. È stato aumentato il contingente degli abbattimenti, ma poi se ne abbattono pochi, se è solo per mettere il numero sulla carta ha poco senso.

Ultime novità riguardano i cinghiali: si torna ad arco e frecce? Quale la situazione e quale il suo punto di vista?

La caccia del cinghiale in provincia di Trento è chiusa, è possibile effettuare il controllo. In circa un terzo del territorio provinciale, tra cui in Val del Chiese, il controllo viene svolto dai controllori per 12 mesi l’anno. Nel restante territorio provinciale i cacciatori possono abbattere il cinghiale in concomitanza con la caccia agli ungulati. I numeri parlano di un calo, nel 2021 ne abbiamo abbattuti sui 1000, l’anno scorso sui 500. Alcune zone, soprattutto quelle di confine, hanno una percezione diversa. Per capirci, a Storo la popolazione è fortemente influenzata dalle diverse regolamentazioni della Valsabbia. Parlando di arco e frecce, si tratta di una sperimentazione: l’obiettivo dovrebbe essere aumentare ulteriormente l’efficacia dell’attività di controllo. L’arco non fa rumore, cosa non da poco, quindi probabilmente nell’idea del legislatore era possibile essere più efficace e abbattere più cinghiali. Io su questo ho qualche dubbio però vediamo.

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