San Brizio di Tours: nella storia dell’arte il pensiero va la Duomo di Orvieto nel Giudizio Universale di Luca Signorelli
A Saone un patrono davvero originale

Che bella storia quella di San Brizio a Saone! Anche se il nome del patrono saonese non è tra i più gettonati del santorale cristiano, tantomeno in terra trentina, trattandosi dell’unica dedicazione in diocesi al santo francese, ciò non toglie nulla al fascino e alle suggestioni di un culto che si assesta dalle nostre parti, con molta probabilità ancora in età franco-carolingia, contemporaneamente a quello di San Martino: San Brizio di Tours l’uno, San Martino di Tours l’altro.
SAN BRIZIO NELL’ARTE. Certo, quando si dice San Brizio nella storia dell’arte, il riflesso condizionato va subito all’omonima cappella del duomo di Orvieto, dove Luca Signorelli dispiega il suo Giudizio Universale (1499-1502), capolavoro assoluto della pittura rinascimentale.
A noi ci bastino, sotto il profilo iconografico, il San Brizio raffigurato nel meraviglioso ciclo pittorico duecentesco romanico (1221-1238) della Cappella di San Martino nel Castello di Stenico, vicino al suo maestro spirituale Martino, a sua volta effigiato in ieratica posa vescovile, e quello della grande pala settecentesca, di autore ignoto, posta dietro il prezioso altare maggiore barocco della parrocchiale saonese, dove il patrono in abiti vescovili occupa lo spazio centrale della composizione, attorniato dai santi Rocco, Sebastiano, Carlo Borromeo e Vigilio in adorazione della Madonna col Bambino in gloria.
Accanto la figura imponente e solenne del vescovo Brizio, protagonista della tela, volteggia un angioletto con gli attributi simbolo della sua santità: il pastorale, ornato e di metallo prezioso, simbolo di autorità nella guida spirituale, e la ciotola di carboni ardenti, simbolo del suo cammino di purificazione.
IL DISCEPOLO DI SAN MARTINO. Ma chi è Brizio di Tours e come è arrivato a diventare titolare della chiesa di Saone?
Il nome di Brizio è legato inestricabilmente a quello di Martino, divenendone il suo successore sulla cattedra vescovile di Tours, nella Valle della Loira, quando nel 397, stesso anno del martirio di Sanzeno e della morte di Ambrogio di Milano, “l’Apostolo delle Gallie” muore ottantenne, dopo una vita a dir poco avventurosa, diventando immediatamente uno dei santi più amati e venerati d’Europa. Il suo culto fu veicolato dai Longobardi prima e dai Franchi di Carlo Magno poi.
UN PERCORSO DI PROVA E REDENZIONE. Il cammino di Brizio, prima di diventare degno erede spirituale di Martino, è assai controverso. Educato dallo stesso Martino nel monastero di Marmoutier, il giovane monaco non riesce a dominare il suo carattere irascibile e ribelle, fino ad offendere con espressioni insolenti ed oltraggiose il suo maestro, invidioso della sua santità.
“Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brizio?”, afferma il paziente Martino, intuendo che quel discepolo indisciplinato sarebbe giunto comunque alla perfezione spirituale.
Anche dopo la nomina a vescovo di Tours, diocesi che guida per lunghi trentatré anni, Brizio non è risparmiato da insinuazioni e accuse malevole. Tra tutte, la più infamante è quella di avere avuto un figlio da una religiosa; è lo stesso bambino, pur avendo solo tre mesi di vita, che, parlando, dichiara l’innocenza di Brizio.
Questo fatto miracoloso non impedisce però il suo allontanamento da Tours ed un esilio di sette anni a Roma, dove il papa finalmente lo riabilita, riconsegnandogli la sede episcopale per gli ultimi sette anni della sua vita e della sua missione pastorale, fino alla morte nel 444, pacificato e reso saggio dalle prove affrontate.
Sepolto nella chiesa che lui stesso ha edificato per accogliere le spoglie di Martino, la sua tomba è distrutta nel 1562, in seguito all’iconoclastia ugonotta. Le notizie sulla vita di San Brizio provengono da un altro vescovo di Tours, San Gregorio, eminente storico e agiografo del VI secolo, autore della Historia Francorum.
IL CULTO IN TERRA TRENTINA. Ecco quindi il legame che unisce i due santi francesi, Martino (memoria liturgica 11 novembre) e Brizio (memoria liturgica 13 novembre), riproponendosi in terra giudicariese nelle dedicazioni adiacenti delle chiese di Zuclo e Saone, depositarie di un antico culto gemello, di molto precedente gli attuali edifici sacri, entrambi settecenteschi.
MEMORIE E TRADIZIONI LOCALI. Nelle sue Memorie delle Giudicarie (1786), Padre Cipriano Gnesotti riferisce che in occasione dell’abbattimento della vecchia chiesa di San Brizio, posizionata nell’area dell’attuale cimitero di Saone, “vi si vidde circa l’anno 1766, sotto più intonicature nell’antico muro la immagine di Carlo Magno in atto di ossequiare S. Stefano”, probabilmente un sequel iconografico cinquecentesco degli affreschi di Peellizzano e di Carisolo, forse opera dello stesso Simone II Baschenis, a voler perpetuare la memoria del leggendario passaggio del re dei Franchi in territorio trentino.
UNA STORIA DI FEDE ED AUTONOMIA. La prima attestazione dell’esistenza di una cappella di San Brizio, dipendente dalla pieve del Bleggio, è del 1537, in occasione della visita pastorale promossa dal cardinale Bernardo Clesio.
Fa specie pensare che i fedeli di Saone per secoli hanno dovuto valicare il Passo Durone per potersi recare alla pieve di riferimento, ottenendo solo nel 1608 la concessione del fonte battesimale e nel 1654 la possibilità di custodire il Santissimo presso la loro chiesa.
Del 1735 la separazione della chiesa di Saone dalla Parrocchiale di Bleggio e la nascita della curazia di San Brizio (1735-1942); nel 1903 la curazia di Saone viene aggregata al decanato di Tione.
UN FILO TRA GALLIA E TRENTINO. Non è un caso che l’antica pieve bleggiana, oggi meglio conosciuta come pieve di Santa Croce, sia stata dedicata, almeno a partire dal 1211, a Sant’Eleuterio, un altro santo proveniente dalla Gallia, al quale più tardi saranno affiancati nell’intitolazione i santi Dionigi e Rustico, martiri del III secolo, fondatori della chiesa di Parigi, a ipotizzare per la pieve una fondazione di epoca franca (VIII-IX secolo).
A supporto di questa tesi pure il grande pluteo altomedievale dissotterrato nella cripta romanica di Sant’Agata, coevo ai plutei rinvenuti nella cappella di San Martino a Stenico.














