La ICET di Tione, quando tra il profumo del legname cresceva la speranza

La ICET non era soltanto un’impresa, era un luogo dove si costruivano case, ma anche relazioni. Dove si vendevano materiali, ma soprattutto si alimentava la fiducia nel futuro.

Come cantava Adriano Celentano ne Il ragazzo della via Gluck: «Là dove c’era l’erba ora c’è…».

Oggi, percorrendo viale Monsignor Donato Perli, pochi immaginano che là dove sorgono negozi, uffici e moderne palazzine, un tempo pulsasse uno dei cuori della Tione che stava rinascendo.

Dall’Ottica Oliana al Videocenter, fino alla Banca Intesa Sanpaolo, tutto parla di un presente dinamico e moderno. Ma sotto l’asfalto, dietro le facciate ordinate degli edifici, sembrano ancora riecheggiare i rumori di un’altra epoca: il rombo dei camion, il tintinnare delle catene, il colpo secco delle assi di legno scaricate a mano e le voci degli uomini che lavoravano per costruire il futuro.

ERA LA ICET. Per noi ragazzi degli anni Sessanta era semplicemente “la ICET”. Un nome familiare, quasi magico, che identificava un luogo immenso, misterioso e affascinante.

Ma per capire davvero cosa rappresentasse bisogna tornare ancora più indietro, agli anni del dopoguerra.

La guerra era finita da poco. Anche nelle Giudicarie aveva lasciato segni profondi. Molti uomini erano tornati dal fronte con negli occhi ricordi che non raccontavano volentieri. Altri non erano tornati affatto. Le famiglie avevano imparato a vivere con poco, a non sprecare nulla, a fare tesoro di ogni cosa.

Eppure, proprio da quella povertà e da quelle sofferenze nacque una straordinaria voglia di ricominciare.

La Tione di allora era un paese che si stava lentamente rimettendo in piedi. Ogni mattina si vedevano muratori partire con la bicicletta, falegnami aprire le botteghe, contadini alternare il lavoro nei campi a qualche giornata nei cantieri. C’era un’energia nuova, silenziosa ma potente. La gente voleva costruire. Case, famiglie, attività. Voleva costruire il domani.

La ICET era parte integrante di quel sogno.

L’acronimo identificava una realtà che riuniva l’Impresa di Costruzioni e Commercio Legnami e Materiali Edili. Era molto più di un semplice deposito: rappresentava uno dei principali punti di riferimento per la ricostruzione e lo sviluppo delle Giudicarie.

CHI ERANO LE PERSONE CHE CI LAVORAVANO? L’azienda si articolava in due rami strettamente collegati. Da una parte operava l’impresa di costruzioni, fondata da Rossaro Guido insieme al ragioniere Aldo Pedretti e al tecnico edile Docimo Fedrizzi di Preore. Quando, nel 1950, Rossaro Guido si ammalò, la guida dell’impresa passò a Tullio Rossaro, che ne proseguì l’attività negli anni successivi.

L’altro ramo era quello commerciale, affidato a Gildo Parolari, con Sergio Zamboni responsabile del magazzino. Era un’attività indispensabile per imprese, artigiani e privati. Dai suoi depositi usciva tutto ciò che serviva per costruire: cemento, calce viva e calce spenta, ferro, tubazioni in cemento e, successivamente, anche in plastica, attrezzature per l’edilizia e le caratteristiche piastrelle di graniglia da 7,5 per 15 centimetri, dapprima bianche e verdine e, con il passare degli anni, anche nelle tonalità rosa, allora molto richieste nelle nuove abitazioni.

Ricordo ancora i grandi camion che arrivavano lentamente lungo il viale. Per noi bambini erano giganteschi. Comparivano da lontano avvolti in una nuvola di polvere e si fermavano nel piazzale carichi di assi, travi, tavolame e materiali per l’edilizia. Gli autisti scendevano con calma, scambiavano qualche parola e iniziavano le operazioni di scarico. Noi osservavamo tutto da lontano, con gli occhi spalancati.

Il profumo del legname era ovunque.

Un odore intenso, che si mescolava all’aria fresca delle mattine e al sentore della calce. Era il profumo della ricostruzione, anche se allora non potevamo ancora comprenderlo.

Da quei magazzini partivano ogni giorno i materiali destinati ai paesi delle Giudicarie. Case, stalle, laboratori, negozi, muri di sostegno, strade: una parte importante della trasformazione del territorio passava proprio da quel cortile.

Gli uomini che lavoravano alla ICET appartenevano a quella generazione straordinaria che aveva conosciuto la guerra e che ora costruiva la pace, mattone dopo mattone.

La sede dell’azienda si affacciava direttamente sul viale. Al piano terra trovava posto il negozio del settore commerciale, mentre un ampio portico, alto circa cinque metri, consentiva l’ingresso ai camion, ai motocarri e agli altri mezzi impegnati nel continuo movimento delle merci.

Al primo piano erano sistemati gli uffici, raggiungibili attraverso una lunga scala esterna sul lato interno dell’edificio. Un corridoio collegava i vari locali e, dettaglio che oggi fa quasi sorridere, tutti condividevano un unico telefono a muro. Bastava quella sola linea per coordinare un’attività che serviva un vasto territorio.

Dietro la palazzina si apriva un grande piazzale, fiancheggiato da due capannoni destinati ai depositi dell’impresa e del settore commerciale. Era un luogo sempre animato: arrivavano camion, si caricavano materiali, si preparavano le consegne e si incrociavano muratori, falegnami, trasportatori e clienti provenienti da tutta la valle.

VECCHIE FOTOGRAFIE. Guardando oggi queste vecchie fotografie viene quasi da sorridere pensando a quanto un semplice scorcio di paese possa raccontare la storia di un’intera epoca.

Nelle immagini compare quello che allora era il Viale Littorio, così chiamato durante il periodo fascista. Era il viale elegante di Tione, alberato e ordinato, che conduceva lo sguardo fino alla chiesa arcipretale e al campanile che ancora oggi domina la borgata. Dopo la guerra, con la fine del regime e l’inizio di una nuova stagione per l’Italia, il viale avrebbe assunto il nome di Monsignor Donato Perli, quasi a simboleggiare il passaggio da un’epoca all’altra. 

Sulla destra delle fotografie si distingue l’edificio della ICET, affacciato direttamente sulla strada principale. Era una posizione strategica. Chi arrivava a Tione non poteva non notarlo.

Davanti a quell’ingresso transitavano ogni giorno camion carichi di tavolame, cemento, calce e materiali destinati ai cantieri delle Giudicarie. Alcuni provenivano dalla pianura, altri ripartivano verso le valli con il loro prezioso carico. Per noi ragazzi rappresentavano una finestra aperta sul mondo. Ogni automezzo che arrivava sembrava provenire da luoghi lontanissimi.

E proprio accanto alla ICET c’era un altro luogo che faceva parte della vita quotidiana del paese: il Bar «Centrale».

Lì si incontravano imprenditori, muratori, autotrasportatori, clienti e fornitori. Dopo aver concluso un acquisto o scaricato un camion, spesso ci si fermava per un bicchiere di vino, un caffè o semplicemente per scambiare due parole. In anni in cui i telefoni erano pochi e le comunicazioni passavano soprattutto attraverso gli incontri personali, il Centrale era molto più di un bar. Era una sorta di ufficio informale delle Giudicarie.

Tra quei tavoli si parlava di lavori da iniziare, di case da costruire, di legname da consegnare, di strade da sistemare. Si commentavano le notizie del paese, si raccontavano i raccolti e si discutevano i progetti per il futuro.

Anche questo faceva parte della ricostruzione. Perché il dopoguerra non fu soltanto cemento e mattoni. Fu soprattutto il ritorno della fiducia. La voglia di incontrarsi, di fare progetti e di credere che, dopo tante sofferenze, fosse possibile costruire una vita migliore.

Forse è per questo che guardando oggi quelle fotografie non vediamo soltanto una strada, qualche edificio o l’insegna della ICET. Vediamo una Tione che stava rinascendo. Una comunità che, passo dopo passo, camion dopo camion, casa dopo casa, tornava a credere nel proprio domani.

Ricordo il titolare, Tullio Rossaro, padre dei miei amici Roberto e Guido. E ricordo Gildo Parolari, padre di Livio, altro compagno di classe e di gioco delle nostre giornate. Erano uomini seri, laboriosi, sempre impegnati, ma capaci di trovare il tempo per una parola gentile o un sorriso rivolto a noi ragazzini curiosi.

Naturalmente, mentre loro lavoravano, noi trasformavamo quel luogo nel nostro regno.

I piazzali diventavano piste d’avventura. Le cataste di legname si trasformavano in fortezze. I magazzini erano castelli da espugnare. E poi c’erano loro: le grandi vasche della calce, il luogo più affascinante e, nello stesso tempo, più proibito di tutta la ICET.

Erano due enormi vasche, lunghe circa sei metri, larghe quattro e profonde quasi due, dove maturava lentamente la calce spenta, quella che tutti chiamavano semplicemente “la calzina”.

Una apparteneva al settore commerciale di Gildo Parolari. Da lì veniva prelevata la calce destinata alla vendita. Era un prodotto indispensabile in quegli anni: serviva per imbiancare le case, preparare le malte, colorire e soprattutto disinfettare stalle e ambienti rurali. Ricordo ancora le lunghe file di persone provenienti da tutte le Giudicarie. Arrivavano con secchi, bidoni e recipienti di ogni misura, aspettando pazientemente il proprio turno per portarsi a casa quella preziosa calce.

L’altra vasca era invece riservata all’impresa di costruzioni. Da lì si attingeva la calce spenta che, mescolata con la sabbia, diventava la malta utilizzata nei cantieri. Con la sabbia più grossa si preparava il fondo degli intonaci; con la sabbia fine del Po si otteneva invece la malta per le finiture, stesa con la maestria dei muratori di allora. Erano lavorazioni tramandate dall’esperienza, quando ogni impasto veniva preparato a mano e il mestiere si imparava osservando chi aveva più anni sulle spalle.

Per noi bambini, però, tutto questo aveva un altro significato. Quelle vasche rappresentavano il confine del proibito. I nostri genitori ci mettevano continuamente in guardia. «State lontani dalle vasche!»

Ce lo ripetevano ogni volta. Ma si sa come sono fatti i bambini. Più un luogo sembrava pericoloso, più aumentava la curiosità. Oggi, ripensandoci, viene quasi un brivido. Allora, invece, ci sentivamo immortali.

Uno dei ricordi più belli è legato al periodo in cui facevamo i chierichetti.

LA GIORNATA INIZIAVA QUANDO IL SOLE DOVEVA ANCORA SORGERE. Alle sei del mattino c’era la prima Messa e da Brévine bisognava partire con largo anticipo. Le strade erano quasi deserte. Qualche finestra illuminata, il profumo del fumo che usciva dai camini e il rumore dei nostri passi rompevano il silenzio dell’alba.

Terminata la funzione, la libertà aveva il sapore dell’avventura.

Prima di tornare a casa a prendere la cartella per la scuola, correvamo verso la ICET.

Erano pochi minuti, ma ci sembravano un’eternità. Esploravamo i piazzali, sbirciavamo tra i capannoni, osservavamo gli operai che già iniziavano il loro lavoro e fantasticavamo davanti ai camion pronti a partire verso destinazioni che ai nostri occhi sembravano lontanissime. Senza rendercene conto, stavamo assistendo al lavoro quotidiano di uomini che contribuivano alla crescita del nostro territorio.

Poi arrivava l’inverno.

E CHE INVERNI ERANO QUELLI. La neve cadeva abbondante per giorni interi. Gli spazzaneve la accumulavano ai bordi delle strade formando montagne bianche che oggi sembrano quasi incredibili.

Noi le scalavamo come fossero le Dolomiti. Scivolavamo, correvamo, cadevamo e ci rialzavamo ridendo. Tornavamo a casa con i piedi fradici e spesso trascorrevamo la mattinata sui banchi di scuola cercando di asciugare le scarpe vicino alla stufa. Il raffreddore arrivava puntuale, ma nessuno gli dava troppa importanza.

Erano gli anni in cui bastava poco per essere felici. Una montagna di neve. Un camion da osservare.

Un pomeriggio trascorso con gli amici. Un’avventura inventata tra i magazzini.

OGGI LA ICET NON ESISTE PIU’. Il tempo ha cambiato il paesaggio, ha trasformato gli spazi e ha cancellato molti dei segni materiali di quel mondo.

Al posto dei depositi sorgono edifici moderni, negozi, uffici e attività che testimoniano un’altra stagione della vita di Tione. È il naturale cammino della storia. Le comunità cambiano, si trasformano, crescono.

Ma la memoria ha una forza straordinaria.

Ogni volta che percorro quel tratto di viale Monsignor Donato Perli, dietro le vetrine e le facciate moderne mi sembra ancora di sentire il profumo del legname appena scaricato, l’odore della calce, il vociare degli operai, il rumore dei camion che entravano lentamente nel piazzale.

Rivedo gli uomini che lavoravano con competenza e sacrificio. Rivedo i clienti che arrivavano dai paesi della valle. Rivedo noi ragazzi, inconsapevoli spettatori di una stagione irripetibile, mentre trasformavamo quel mondo operoso nel teatro delle nostre avventure.

E allora capisco che la ICET non era soltanto un’impresa.

Era un luogo dove si costruivano case, ma anche relazioni. Dove si vendevano materiali, ma soprattutto si alimentava la fiducia nel futuro.

Molte delle abitazioni, delle stalle, delle scuole e delle strade che ancora oggi fanno parte del paesaggio delle Giudicarie sono passate, in un modo o nell’altro, da quel grande piazzale.

La ICET è scomparsa, ma il suo lavoro continua a vivere nei muri che ha contribuito a costruire e nei ricordi di chi l’ha conosciuta.

Perché ci sono luoghi che il tempo può trasformare, ma non cancellare. Continuano a vivere nella memoria di una comunità. E, forse, finché qualcuno continuerà a raccontarli, anche il rumore di quei camion e il profumo della “calzina” non smetteranno mai davvero di attraversare il cuore di Tione.

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