“Voci da me, per te”, il romanzo di Lorenzo M. (capitolo II)

Il secondo capitolo del romanzo spinge il protagonista verso il bosco inesplorato, dove scopre di non essere solo, e allora…

Dopo il debutto della settimana scorsa, il romanzo thriller di Lorenzo Manente continua, con una nuova avventura nel mare dell’incubo. La sete di conoscenza spinge spesso a esplorare più a fondo i misteri che ci portiamo dentro, ma questa volta la curiosità si trasformerà in un nuovo pericolo per la psiche.

Leggi il primo capitolo qui: https://www.giornaledellegiudicarie.it/voci-da-me-per-te-un-romanzo-da-villa-rendena-incipit/

IL BOSCO

Arrivato a casa, ceno. Salgo in camera e, come un fiume in piena dopo giorni di intensa e incessante pioggia, ritornano e mi travolgono i pensieri.

Sapevo di non poterli arginare per sempre. Mi ero illuso di poterli ignorare. Ovviamente sbagliavo. E ora mi interrogo su cosa dovrei effettivamente fare.

Dormire? Restare sveglio? La stanchezza è tanta ma anche la paura di tornare lì. Su quella spiaggia, in parte ad un braciere di carboni sfrigolanti.

Le immagini sono piuttosto vivide. Il mio corpo ha ceduto alla stanchezza prima che io potessi prendere una decisione. Sto dormendo e sto di nuovo sognando.

Ma stavolta no, quella cosa non mi prenderà. Mi volto verso il bosco di conifere e imbocco il sentiero. Sembra inoltrarsi parecchio.

La luce dell’alba sembra aver perso contro il folto groviglio di rami sopra la mia testa, non riuscendo a penetrarlo e rendendo difficile la visione di quello che mi circonda.

Gli occhi lentamente riescono ad abituarsi al buio: mi era già capitato altre volte quando passeggiavo di sera nei boschi sopra casa mia. Il rumore del mare sembra essere un lontano ricordo e il vento produce dei sussurri sfiorando le fronde degli alberi.

Il silenzio viene interrotto ogni tanto da alcuni scricchiolii: piccoli rami che cadono, che vengono spezzati dal vento o prodotti da qualche animale di passaggio. Probabilmente uno scoiattolo in cerca di alcune nocciole. O magari qualche uccello che sonda il terreno con il becco, per trovare qualche lombrico da portare alla sua nidiata.

Questi suoni non mi impauriscono, li ho già sentiti. Un improvviso e intenso odore di resina invade le mie cavità nasali. Il suo profumo deve essere collegato in qualche modo al miele, visto che sento in bocca un sapore dolciastro tipico del millefiori.

Improvvisamente, gli scricchiolii sembrano farsi più pesanti e vicini. “Non è un buon segno” penso. I rami che si frantumano così non dipendono sicuramente dal peso di uno scoiattolo o di un uccello.

Qualcosa di molto grande si aggira qui intorno. E non sono sicuro di voler sapere di chi o cosa si tratti. Trovo riparo dietro ad un cespuglio di rovi.

L’odore intenso della resina viene sostituito da una puzza acre. Cerco di individuare l’origine dell’odore guardando attraverso i buchi del cespuglio. Sento un verso simile ad un grugnito provenire da dietro un albero.

È un orso bruno. Dalle dimensioni sarà almeno due quintali di animale. E sta puntando una carcassa vicina al cespuglio dove sono nascosto. L’orso si ferma e sembra annusare l’aria intorno a sé.

Dovrei correre ma ho le gambe bloccate, come fossero di piombo. Devo pregare che non abbia percepito in alcun modo la mia presenza. Mi accovaccio tenendo gli occhi puntati sulla bestia.

Dalla fitta boscaglia provengono dei ringhi canini. Fa che non siano lupi, prego silenziosamente. E invece eccone uno spuntare dall’altro lato della carcassa di fronte all’orso. Penso di non averne mai visto uno così grande, sarà lungo circa due metri.

Il pelo è nero pece e sul lato sinistro del collo presenta delle cicatrici. Artigli, una zampata. Non so come faccio a saperlo, ma sono convinto che non sia la prima volta che i due si incontrano. Si conoscono e hanno già lottato.

Si studiano, girando intorno alla carcassa di un cervo sventrato. Il lupo ringhia ferocemente mostrano i denti. L’orso bramisce gutturalmente, si alza in piedi e scorteccia con una zampa un albero lì vicino.

Le mie gambe sembrano essersi sbloccate. Arretro lentamente, mantenendo gli occhi sulle due bestie. Con i piedi pesto un ramo, spezzandolo: mi hanno sentito.

Si girano guardandomi famelici e, dimenticandosi l’uno dell’altro, si avvicinano verso di me. “Non dovresti essere qui, il tuo posto è sulla spiaggia” mi ringhiano in contemporanea. “Non dovevi venire qui, ora siamo costretti”.

Io sono terrorizzato. L’unica cosa che riesco a pensare è “correre”. E lo faccio più forte di quanto io abbia mai fatto. Sono dietro di me, li sento. Sono veloci ma io devo esserlo di più.

Arrivo alla spiaggia, inciampo sul tronco cavo ruzzolando rovinosamente sul bagnasciuga. I due animali si bloccano al limitare del bosco. Mi accorgo che non stanno fissando me. Stanno guardando qualcos’altro. Mugolano e scappano in due direzioni opposte.

L’acqua si increspa, vengo afferrato al collo e trascinato nell’acqua alta. Annaspo e affogo scivolando sul fondale. L’ultima cosa che vedo sono due occhi glaciali e inespressivi che mi guardano affondare.

 

La settimana prossima “Voci da me, per te” tornerà con un nuovo testo dei lettori; vuoi inviarci i tuoi scritti? Inviali a online@giornaledellegiudicarie.it  

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