Là dove c’era il negozio delle Zàiere… ora c’è il “Boomerang”
Passiamo davanti quasi senza accorgercene. Eppure, in quel preciso angolo di Brévine a Tione, per molti di noi si nasconde ancora un pezzo d’infanzia.
Oggi lo conosciamo come “Spazio Riuso Boomerang”, dove oggetti di ogni genere – dagli abitini alle scarpe, dai giocattoli a tanti altri articoli – possono iniziare una nuova vita. Sessant’anni fa, invece, quel locale era il negozio delle Zàiere, un punto di riferimento per molte famiglie del paese. Basta pronunciare quel nome per sentire riaffiorare profumi, sapori e voci che sembravano perduti: le pèrole che rotolano sulla terra battuta di piazza Marconi, i richiami degli amici, i sughini alla liquirizia custoditi nei grandi vasi di vetro e le caròbole che rendevano speciale una merenda da poche lire.
E così, da quel piccolo negozio all’angolo della piazza Guido Boni, ricomincia il nostro viaggio nella Tione degli anni Sessanta…
Anni poveri di cose, ma ricchissimi di tempo. Tempo per giocare. Tempo per sognare.
Tempo per essere bambini. La nostra casa, in fondo, erano le piazze.
Piazza Guglielmo Marconi era una distesa di terra battuta che apparteneva a noi. Niente automobili parcheggiate, niente fretta, niente telefoni che suonavano. Solo bambini.
Con il calcagno della scarpa scavavamo una buca nel terreno e quella semplice cavità diventava il centro del nostro mondo.
Attorno a quella buca rotolavano le pèrole. Verdi, azzurre, trasparenti, screziate di mille colori.
Le osservavamo brillare al sole come fossero pietre preziose. E in fondo, per noi, lo erano davvero.
Le avevamo comprate dal signor Benini, nel suo Bazar all’inizio di via Trento. Ancora oggi mi sembra di vederlo dietro il bancone, mentre ci raccontava le virtù di una biglia piuttosto che di un’altra.
Ogni acquisto era una scelta importante. Dieci lire. Venti lire.
Cifre che oggi fanno sorridere, ma che allora rappresentavano giorni di attesa e di piccoli sacrifici.
Quando finalmente una nuova pèrola finiva nella tasca dei pantaloni, la sentivamo tintinnare insieme alle altre e ci sembrava di possedere una fortuna.
Ma esisteva qualcosa di ancora più prezioso: le lucide sfere d’acciaio custodite nei cuscinetti a sfere. Bastava riuscire a romperne uno per ritrovarsi tra le mani un piccolo tesoro. Comparivano raramente, portate da qualche amico il cui papà lavorava in officina. Bastava che una di quelle sfere lucide e pesanti facesse la sua comparsa sulla piazza perché si formasse immediatamente un capannello di bambini ‘curiosi’.
La si prendeva in mano con rispetto. Fredda. Perfetta. Quasi magica.
Vincerla in una partita era come conquistare una coppa.
Per giorni diventava l’orgoglio del proprietario, mostrata agli amici e custodita come un tesoro.
Poi arrivava la fame.
Quella fame leggera e allegra che solo i bambini conoscono dopo ore di giochi.
E allora i nostri passi ci portavano verso il negozio delle Zàiere. Appena la porta si apriva, usciva il profumo della frutta fresca. Ma noi non guardavamo le mele o le verdure.
I nostri occhi andavano subito verso i grandi vasi di vetro allineati sul banco.
Dentro c’era il paradiso. Sughini alla liquirizia, modellati nelle forme più strane.
E poi le caròbole. Con poche lire strette nel pugno pronunciavamo quasi sottovoce la nostra richiesta: — Lisa, mi dà cinque lire di sughini? E una caròbola?
Oggi quella frase può sembrare poca cosa. Ma allora conteneva un mondo intero.
Perché la felicità non si misurava in quantità. Si misurava nell’attesa. Nel profumo.
Nella sorpresa.
Nel gusto che cercavamo di far durare il più possibile. E quando l’ultimo pezzetto di sughino spariva dalla bocca, bastava uno sguardo agli amici per capire che era già ora di tornare a giocare.
La partita ricominciava.
La piazza tornava a riempirsi di grida e risate. E il sole sembrava non tramontare mai.
Oggi quelle piazze sono cambiate. Sono cambiati i negozi, le persone, le abitudini.
Ma ogni tanto, passando davanti a quell’angolo di Tione, mi sembra ancora di sentire il rotolare delle pèrole sulla terra battuta.
E allora capisco che i veri tesori non erano le pèrole di vetro, né le sfere d’acciaio, né i sughini.
Il vero tesoro era quell’infanzia semplice e libera che, senza saperlo, stavamo vivendo.
NOTA STORICA. Molti tionesi hanno sempre conosciuto Lisa e Ambrogia semplicemente come le «Zaiére», ma forse non tutti sanno da dove derivasse questo soprannome.
Secondo una testimonianza raccolta tra i “Brévenati”, la nonna delle due sorelle, Angela Antolini, aveva sposato Michele Lampacher, originario di Millan, presso Bressanone. Michele svolgeva il mestiere di conduttore di carrozze, che nel dialetto della sua terra veniva chiamato «zaiér».
Da quel termine sarebbe nato il soprannome di famiglia «Zaiére», rimasto poi legato per generazioni alle donne del negozio.
Si ritiene inoltre che l’attività commerciale sia stata avviata attorno agli anni Venti del Novecento. Una delle sorelle, Teresa, detta Ina perché omonima della madre, non desiderava ‘andare a servizio’ come molte ragazze dell’epoca e, con non pochi sacrifici familiari, contribuì all’apertura del piccolo negozio. Che negli anni ’60 veniva gestito da Lisa e Ambrogia che disponevano di una licenza che permetteva loro la vendita di una sorprendente varietà di prodotti.
Oltre alla frutta e alla verdura, sugli scaffali si potevano trovare lacci per scarpe, quaderni, bottoni, elastici, calze, borotalco, «zolin» e molti altri articoli di uso quotidiano.
Un vero e proprio piccolo emporio di paese, come ce n’erano un tempo in molte località delle Giudicarie, capace di soddisfare le necessità di ogni famiglia.























