Riforma 0-6, parla l’ideatrice Vanessa Masè

Intervista alla consigliera provinciale de La Civica: “Un percorso di qualità educativa, sostenibilità organizzativa ed equità territoriale”

La sua proposta di legge è stata approvata, non senza uno scontro politico su alcuni aspetti: quali sono le finalità che si propone e a quali problemi cerca di rispondere?

Il confronto politico c’è stato, com’è naturale quando si interviene su un sistema così rilevante. Ma al netto delle dinamiche d’aula, credo sia giusto riportare il focus sul merito: questa legge rappresenta un passaggio significativo per il sistema educativo trentino e per l’esercizio dell’Autonomia. La finalità principale della L.P. 01/2026 è costruire una cornice più organica per il sistema integrato 0-6 anni, superando quella cesura evidente tra lo zero-tre e tre-sei che oggi, chiunque passi da un segmento all’altro, percepisce. In Trentino abbiamo una tradizione molto solida di servizi per l’infanzia, regolata per la scuola dell’infanzia dalla legge provinciale del 1977 e per i servizi 0-3 dalla legge provinciale del 2002. La legge approvata si pone in maniera integrata rispetto all’impianto normativo vigente, senza generare sconquassi ma accompagnando il cambiamento. Perchè di cambiamenti, dal 1977 ad oggi, ce ne sono stati tanti: nella società, nella pedagogia, nei bisogni dei bambini e delle famiglie, nelle esigenze del personale. Se la prima motivazione di questa legge risiede nell’avere una normativa al passo coi tempi, nell’ottica della coerenza e continuità pedagogica, il provvedimento cerca di rispondere anche a problemi molto concreti. Da una parte abbiamo un calo demografico che porta, in molte realtà, a una sottoutilizzazione degli spazi nelle scuole dell’infanzia. Dall’altra parte, nella fascia 0-3, l’offerta di servizi non è distribuita omogeneamente sul territorio, soprattutto nelle aree di montagna. L’idea della legge è quindi favorire un sistema più integrato, capace di utilizzare meglio le strutture esistenti, rafforzare la progettazione pedagogica comune e garantire un accesso più equilibrato ai servizi per le famiglie, tutelando sempre la qualità dei servizi proposti. Non è una riforma che stravolge il sistema, ma l’avvio di un percorso di aggiornamento che tiene insieme qualità educativa, sostenibilità organizzativa ed equità territoriale.

Nel resto d’Italia, com’è la situazione sullo 0-6?

A livello nazionale il tema dell’integrazione tra 0 e 6 anni è stato avviato con la legge 107 del 2015 e con il decreto legislativo 65 del 2017, che hanno istituito il sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni. L’obiettivo di queste norme è proprio quello di superare la frammentazione tra servizi educativi per la prima infanzia e scuola dell’infanzia, promuovendo continuità educativa, coordinamento pedagogico e una maggiore diffusione dei servizi.

Dal punto di vista normativo, molte sono le regioni che hanno legiferato in questo senso, cogliendo fin da subito l’opportunità che lo Zerosei rappresenta per tutto il sistema infanzia. Ho sempre creduto molto in questo approccio, tant’è che la mia prima proposta è arrivata già nel 2022, in un contesto che però non aveva ancora familiarizzato con questa possibilità nuova. Ma la rassegna stampa ci dice oggi che molta strada nel frattempo è stata fatta, e ormai la mentalità Zerosei è assodata, sia nella formazione pedagogica, sia nelle esigenze che tantissimi amministratori del Trentino stanno esprimendo e a cui, con la legge, sarà possibile dare risposta in maniera coordinata.

Una delle critiche avanzate alla legge riguarda il personale e la contrattualizzazione. Cosa risponde a chi solleva questo tema?

Il tema del personale è centrale e merita grande attenzione, ma è necessario distinguere tra istanze reali e polemiche strumentali che hanno altri fini. Innanzitutto ci vuole chiarezza sul quadro: nido e scuola dell’infanzia hanno titoli e contratti diversi, che tali resteranno. Scuole dell’infanzia provinciali ed equiparate hanno contratti quasi sovrapponibili per il personale insegnante, mentre il personale ausiliario delle scuole provinciali è comunale (benché una norma di qualche anno fa aprisse alla loro provincializzazione). I nidi – che sono per lo più a gestione indiretta tramite le cooperative – adottano invece il contratto della cooperazione sociale, recentemente rinnovato e in cui la Provincia ha saputo garantire risorse importanti, anche se restano da fare ulteriori passi in avanti. C’è poi il tema della competenza con lo Zerotre che è prerogativa comunale, e il 3-6 provinciale; e quello della gestione: provinciale o con gli enti gestori nel 3-6 e diretta o indiretta con le cooperative nello 0-3. Credo che queste poche righe esplicitino le complessità insite nel sistema infanzia, ma io credo fermamente che sia irresponsabile stare fermi solo perché ci sono delle difficoltà. Le istituzioni hanno la responsabilità di dare risposte, tenendo conto delle criticità, ma lavorando per superarle e risolverle. Il gomitolo ingarbugliato non si butta via. Si districa con pazienza e dovizia.

Dal punto di vista pedagogico, un’altra critica mossa alla legge è di aver dato più spazio alla conciliazione vita-lavoro rispetto al progetto educativo. Cosa ne pensa?

Credo che sia una lettura molto parziale del provvedimento. Se vogliamo metterla così, da un certo punto di vista tutta l’offerta scolastica rivolta ai minori di 14 anni ha una propria valenza conciliativa. Il cuore della legge è la continuità educativa, cioè la costruzione di un percorso coerente per i bambini dalla nascita ai sei anni. Non si tratta di anticipare la scuola né di mescolare indistintamente le età, ma di rafforzare la coerenza pedagogica tra nido e scuola dell’infanzia attraverso progettazione condivisa, coordinamento e formazione. Anche quelli che inizialmente dicevano che la legge non aveva abbastanza contenuti pedagogici, si sono resi conto che utilizzavano una argomentazione ridicola e inconsistente: le leggi danno un impianto (si vedano ad esempio la l.p. 13/1977 e la l.p. 4/2002) e sono poi i documenti attuativi previsti a disciplinare gli aspetti più prettamente pedagogici. Mi rendo però conto che non tutti possano discernere tra critiche vuote e strumentali e invece contenuti di merito, su cui peraltro ho cercato di lavorare con grande attenzione e apertura anche nella fase d’Aula.

La sua proposta di legge è stata approvata a fine febbraio: ora cosa succederà?

L’approvazione in Consiglio rappresenta l’inizio della fase più importante, cioè quella dell’attuazione. La legge definisce la cornice normativa, ma ora sarà necessario lavorare sui provvedimenti attuativi, sulle linee pedagogiche, sugli strumenti di coordinamento, sulla formazione e sul monitoraggio della qualità dei servizi. E non sarà solo un lavoro dell’assessorato e del servizio competente, perché la legge prevede strumenti e passaggi in cui anche tutti gli altri portatori di interessi saranno a vario titolo coinvolti. Mi preme però sottolineare che la strada scelta con questa formulazione della legge, rispetto ad altre proposte presentate, garantisce prudenza, attenzione e tutela dell’esistente, affiancando però un cambiamento atteso che potrà avere ricadute positive e significative sui bambini e le loro famiglie.

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