Quando anche l’enigmistica diventa inquietante

Teste che esplodono in mille coriandoli: il sorprendente linguaggio del nuovo spot televisivo

Lo spot televisivo de “La Settimana Enigmistica” sorprende per immagini che richiamano più il linguaggio dell’horror che quello dello storico passatempo italiano.

Ci sono pubblicità che divertono, altre che emozionano, altre ancora che cercano volutamente di provocare. E poi ce ne sono alcune che lasciano addosso una sensazione difficile da definire. È quanto mi sta accadendo, in queste settimane, davanti a uno spot televisivo de La Settimana Enigmistica.

Una sensazione, lo preciso, del tutto personale. Ma abbastanza forte da suggerire una riflessione.

Nello spot vengono inquadrate alcune persone intente a leggere il celebre settimanale. Fin qui nulla di particolare. Poi, improvvisamente, le loro teste sembrano esplodere, dissolvendosi in una miriade di frammenti o coriandoli.

Probabilmente l’intenzione creativa è facilmente intuibile: rappresentare visivamente una mente stimolata, sorpresa, forse addirittura “esplosa” per la quantità di giochi, curiosità e sollecitazioni offerte dal giornale.

Eppure il risultato, almeno ai miei occhi, è tutt’altro che allegro.

Quelle teste che esplodono hanno qualcosa di inquietante, quasi macabro. Un’immagine che sembra prendere a prestito il linguaggio visivo dell’horror per applicarlo a un prodotto che appartiene invece alla memoria familiare e popolare di generazioni di italiani.

Ed è proprio questo contrasto a colpire maggiormente.

La Settimana Enigmistica non è un prodotto qualsiasi. Per moltissimi italiani significa cruciverba fatti sotto l’ombrellone, rebus risolti in famiglia, pagine lasciate sul tavolo della cucina, matite, gomme, domande curiose e quel celeberrimo invito che attraversa le generazioni: «Il settimanale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione!»

Un piccolo rito nazionale, insomma.

Per questo sorprende vedere un marchio così tradizionale affidarsi a immagini tanto aggressive. Certo, la pubblicità contemporanea deve attirare l’attenzione in pochi secondi. Deve sorprendere, interrompere la distrazione, farsi ricordare. E da questo punto di vista lo spot raggiunge certamente l’obiettivo: difficile non notarlo.

Ma essere ricordati significa necessariamente dover impressionare?

È questa, forse, la domanda interessante.

Negli ultimi anni il linguaggio pubblicitario ha alzato continuamente l’asticella della provocazione. Immagini sempre più veloci, effetti estremi, deformazioni dei corpi, situazioni paradossali. Tutto deve stupire. Tutto deve lasciare il segno.

Ma esiste anche una misura.

Personalmente trovo quelle teste che esplodono in mille coriandoli non soltanto poco gradevoli, ma persino volgari nella loro esasperazione visiva. Non perché mostrino realmente qualcosa di cruento, naturalmente, ma perché richiamano un immaginario che appartiene alla violenza cinematografica, al grottesco, all’horror.

Forse qualcuno le troverà geniali. Qualcun altro divertenti. Altri non ci faranno nemmeno caso. A me, invece, provocano inquietudine.

Ed è curioso che a suscitare questa sensazione sia proprio la pubblicità di uno dei passatempi più tranquilli della nostra storia nazionale: sedersi, prendere una matita e cercare una parola di sette lettere.

Forse, qualche volta, per conquistare l’attenzione non occorre far esplodere una testa. Potrebbe bastare accendere un’intelligenza.

Ultime notizie

Uno sciacallo dorato a Tione

Avanti coi lavori in via Roma a Tione, sarà chiusa al traffico per mesi

Gianmarco Donati, è di Darzo il notaio più giovane d’Italia

Come funzionano le obbligazioni