DAGLI 80 CENTESIMI (PER L’ALLEVATORE) AL LITRO DELLO SCORSO ANNO AI 20 ATTUALI: IN CRISI UN INTERO SISTEMA. La tempesta perfetta. Ecco la sintesi della vita dell’allevatore di montagna nel bel mezzo del terzo millennio. Il prezzo del latte è crollato a venti centesimi al litro; l’anno scorso, per fare un esempio, era arrivato a superare gli ottanta centesimi (riferimento al latte utilizzato per produrre grana). Pochi centesimi in meno per il latte spot (quello in cartone, per capirci).
Già così è faticoso, anzi, di più: scoraggiante. Se poi ci metti in mezzo le varie tragedie che si rincorrono in questo “porco mondo”, allora la vita dell’allevatore si fa grama. Prima l’invasione russa dell’Ucraina, con il blocco del petrolio e l’aumento dell’energia a livelli stratosferici. Quando le cose sembravano normalizzate, ecco l’attacco di Stati Uniti e Israele ai danni dell’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz. E su di nuovo il prezzo di petrolio e gas. “Questi aumenti – ci racconta un allevatore – portano all’incremento del costo dei trasporti e delle materie prime”.
I problemi vissuti dagli allevatori non sono i soli. Non sembri una bestemmia il fatto che accomuniamo l’allevamento alla pesca d’alto mare. Proprio a metà marzo è uscita sulla stampa la difficoltà dei pescatori liguri, alle prese (non è un caso) con le “quote gambero” e con le malefatte di una burocrazia incontrollabile. Alla fine ci sono anche gli aumenti delle materie prime, ma sono solo la goccia che fa traboccare il vaso. Nel porto di Santa Margherita Ligure nel 1968 erano ormeggiati quarantasette pescherecci; l’anno scorso diciassette; quest’anno nove. “Mi mancavano due anni alla pensione – confessa un pescatore – ma ero stanco di lottare contro questa burocrazia assurda che ha rovinato la nostra vita. Il pescatore va avanti solo per passione. Mi hanno offerto 186.000 euro per uscire di scena. Mi mancano due anni alla pensione. Me ne vado”.
E l’allevamento? “È una lenta agonia”, si lamenta un allevatore, che racconta della chiusura di stalle giudicariesi. “Chi te lo fa fare di resistere? Non trovi personale, quindi sei da solo a sfangartela 365 giorni all’anno. Conosco colleghi che hanno deciso: stalla chiusa e buona notte. Per loro il problema è risolto: invece di fare l’allevatore con stalla tua, d’estate vai in malga con un bello stipendio, anche perché non si trovano malgari. D’inverno vai sulle funivie di Campiglio, così ti togli ogni responsabilità di gestione”. C’è un rischio: la desertificazione dell’Italia. Stiamo parlando di allevatori di montagna e di pescatori d’alto mare. Ma potremmo parlare di ristoranti e bar, di botteghe di vicinato. Chi se la sente di tenere aperto?
LATTE, IL PREZZO CROLLA. Messa così, uno dice: “Bene. Se il prezzo crolla ne prendo due cartoni, anziché uno”. Eh no. Crolla alla partenza. Quanto all’arrivo nelle case, è tutta un’altra cosa. Allora una domanda ci frulla nella testa: perché il latte all’origine è passato dagli oltre settanta centesimi al litro a meno di trenta? E qui arriviamo alle storture del libero mercato. O meglio, alla legge della domanda e dell’offerta. Meglio ancora, come ci corregge un piccolo allevatore: “La speculazione sulla legge della domanda e dell’offerta”. In un recente passato il prezzo del latte era salito a quote interessanti: settanta, ottanta centesimi al litro, come si diceva. Gli allevatori (parliamo della pianura, dove ci sono grandi superfici e stalle da migliaia di capi) si sono fatti ingolosire dai guadagni, perciò hanno aumentato il numero di capi nelle loro stalle, aumentando di conseguenza la produzione di latte. Il risultato (come può spiegare qualsiasi economista) è pressoché scontato: troppa produzione, crollo del prezzo.
E ora? Se il mercato è saturo e i prezzi sono andati a terra, bisognerà correre ai ripari. Come? Le grandi stalle potrebbero liberarsi di un certo numero di capi, riducendo la quantità di latte e quindi sperando di riportare il prezzo del latte a cifre accettabili.
È un giochetto che possono praticare i grandi allevatori. A rimetterci e basta sono i piccoli allevatori di montagna, con venti, trenta o cinquanta capi, i quali non possono permettersi di aumentare o diminuire il numero di capi in base alle convenienze. I piccoli allevatori sono vittime e basta.
Intendiamoci, non sono le uniche vittime. Di mezzo ci andiamo tutti, perché andiamo a comperare il latte, come passiamo dal distributore di benzina o di gasolio, come paghiamo la bolletta dell’energia elettrica o del gas. E per carità! Fermiamoci qua!
LA VAL RENDENA. Manuel Cosi da Giustino nella vita gestisce un agriturismo, è allevatore e produttore di yogurt biologico. Contemporaneamente è presidente dell’Anare, l’Associazione delle vacche di razza Rendena. “Se, come ci dicono le nostre catene di conferimento, il prezzo del latte crolla, anche perché viene importato dalla Germania fuori dalle quote latte a prezzi concorrenziali, viviamo chiaramente delle difficoltà. Tuttavia – ammonisce – è bene usare la testa”. Tradotto? “In Trentino il latte di montagna fatto nelle nostre aziende (siano Giudicarie Esteriori, Rendena o Chiese, giusto per rimanere nelle Giudicarie) non è lo stesso sul piano della qualità di quello prodotto in Pianura Padana. Allora è il caso di fare un ragionamento e porci una domanda: perché siamo così succubi di questo mercato globale? Non è bello che una Cooperativa nostra ci dica: ‘Non fate latte, o fatene di meno, perché così si risolve il problema’. Poi è vero che viviamo in un’epoca in cui ogni poco salta fuori un’emergenza spinta dal vento mediatico: un giorno è la carne di bovino, un altro la carne di maiale, un altro ancor il prezzo del latte, e un giorno il formaggio…”.
A proposito, la carne? “Ecco – risponde Cosi – oggi è pagata a prezzi decenti. Ma se proprio devo dirla tutta, non fanno i salti di gioia gli allevatori, considerati gli aumenti dei costi di produzione con il gasolio che supera i due euro al litro. Insomma, non c’è possibilità di tirar su la testa”.
Tutto letame? Ci scusiamo per la battuta. Manuel Cosi una ricetta la propone: “Parlo del Trentino. Dovremmo essere capaci di produrre in loco e consumare localmente. Ora parlo da allevatore di razza Rendena, razza autoctona. Questa è una carta da valutare con attenzione, perché può essere una opportunità”. Parole di un produttore di yogurt biologico di razza Rendena, che in un recente incontro sulla produzione biologica ha ironizzato: “Sono l’unico produttore mondiale di yogurt biologico di razza Rendena”. E ti pare poco?























