Con la riapertura delle scuole e il ritorno sui banchi, la Val Rendena si trova di fronte a un dato di fatto che non è possibile ignorare o ridurre a semplice eccezione temporanea: il calo demografico sta ridisegnando la geografia e la qualità delle nostre scuole primarie.
In questo nuovo anno scolastico, 4 scuole primarie su 7 dell’istituzione scolastica locale si sono viste costrette a ricorrere alle pluriclassi (unendo alunni di età diverse) per il mancato raggiungimento della soglia minima dei 49 iscritti. Succede a Madonna di Campiglio, Carisolo, Giustino e Spiazzo. Nei plessi dove la pluriclasse non è scattata, i numeri delle prime classi restano comunque bassi: solo 7 alunni a Pinzolo, 7 a Caderzone, 13 a Darè.
Attraverso la riflessione di un’insegnante del plesso di Carisolo, proviamo ad analizzare la questione oltre la superficie dei numeri: cosa comporta davvero questa trasformazione per l’apprendimento e la crescita dei bambini? E siamo certi che la risposta al calo delle nascite debba per forza essere la frammentazione?
UN MITO DA SFATARE. L’opinione comune tende spesso ad associare la classe numericamente ridotta a una scuola di maggiore qualità. La letteratura pedagogica conferma che i contesti con pochi alunni garantiscono un’ottima personalizzazione della didattica, un’attenzione puntuale ai bisogni di ciascuno e una valutazione formativa continua.
Tuttavia diversi esperti, da John Dewey a Lev Vygotskij, ci ricordano che l’apprendimento non si esaurisce nel rapporto frontale con il docente, ma si nutre del confronto tra pari.
In una classe di pochissimi bambini si riducono drammaticamente i livelli linguistici presenti, la varietà degli interessi, la ricchezza delle modalità comunicative. Pochi alunni significano meno occasioni di imparare a gestire il conflitto e la diversità di pensiero. Inoltre, in caso di assenze temporanee, il gruppo rischia di ridursi a pochissime unità, rendendo la classe estremamente vulnerabile sotto il profilo relazionale.
Anche l’aspetto economico merita una riflessione: mantenere micro-classi richiede un costo per alunno elevatissimo. Risorse che potrebbero essere diversamente investite in più docenti di compendio, compresenze, laboratori specializzati e attività di sostegno.
LA SCELTA DELLE PLURICLASSI. Il tema si fa ancora più complesso con la formazione delle pluriclassi. Gli studi sul tema evidenziano come la convivenza tra età diverse non sia negativa a priori: se progettata con intenzione pedagogica, può favorire il peer tutoring (l’aiuto reciproco tra grandi e piccoli), la cooperazione e l’autonomia.
Tuttavia, come evidenziato dalle ricerche dell’INDIRE (L’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa), nel contesto italiano le pluriclassi nascono quasi sempre come risposta emergenziale per garantire un presidio scolastico in territori soggetti a spopolamento, e non come scelta metodologica ponderata.
Quando la pluriclasse nasce da una pura necessità organizzativa e non da un percorso didattico intenzionale, finisce per appesantire la gestione della classe, riducendo il tempo di interazione diretta del docente con i singoli gruppi e penalizzando, purtroppo, gli alunni con maggiori difficoltà.
Se la crisi demografica impone scelte, l’Alta Val Rendena gode di una ricchezza economica che permette ancora di sostenere costi che altrove, o in altri comuni vicini, non sono più sostenibili. Basti pensare a quanto accaduto recentemente a Bondo, dove la scuola è stata accorpata a Roncone.
Ma la vera domanda da porsi è: tenere aperto un edificio scolastico ad ogni costo significa davvero fare il bene dei bambini e della comunità?
Spesso la resistenza all’accorpamento nasce dal timore che la chiusura del plesso impoverisca la vita del paese. Ma la storia locale ci dimostra il contrario. Quando fu chiusa la scuola di Sant’Antonio di Mavignola, per esempio, la comunità è stata capace di re-inventarsi, mantenendo intatta la propria coesione sociale attraverso altre iniziative.
Oggi assistiamo a un paradosso: i nostri bambini frequentano la scuola dell’infanzia spostandosi tra i paesi, tornano al proprio campanile per le elementari, per poi riprendere a spostarsi per le scuole medie.
L’accorpamento di due o più scuole primarie a breve distanza territoriale, permetterebbe di creare classi con numeri equilibrati, capaci di garantire la ricchezza della socializzazione. Si manterrebbero i vantaggi della personalizzazione, evitando i rischi dell’isolamento e si potrebbero ottimizzare le risorse umane e strutturali, offrendo un’offerta formativa più ricca e inclusiva.
Non si tratta di rinunciare all’identità dei nostri paesi, ma di smettere di misurare la vitalità di un territorio sulla presenza di mura scolastiche semi-vuote, spostando l’attenzione sul valore e sulla qualità dell’esperienza educativa che offriamo alle nuove generazioni. I nostri bambini meritano di crescere insieme, in comunità scolastiche vive, stimolanti e aperte al futuro.
































