La giudicariese ci ha raccontato i retroscena della sua Olimpiade, riprecorrendo il viaggio che l’ha portata a diventare una portacolori azzurra nello ski cross
Andrea Chesi:«Mi sono sentita protagonista di qualcosa di grande»

Buongiorno Andrea. Ripensando alle olimpiadi invernali, cosa si è portata via da
quell’esperienza? Quale momento vorrebbe rivivere?
A: Non siamo così lontani dall’evento, in questi due mesi ho ragionato a lungo su cosa sarebbe
potuto andare meglio. Non sono stata molto entusiasta della mia prestazione, ma col
passare dei giorni mi sento sempre più fiera di ciò che ho realizzato. Se potessi, rivivrei
sicuramente la giornata della mia prima gara, resa indimenticabile da un’atmosfera unica: mi
sono sentita protagonista di qualcosa di importante.
I pensieri al momento della prima partenza dal cancelletto?
A: Io e la mia mental coach abbiamo posto particolare attenzione a quel momento nei mesi
precedenti alla competizione: a pochi istanti dal via ero molto serena e convinta di essermi
preparata al meglio, godendomi quegli istanti. Non tutto, poi, ha funzionato durante la gara,
ma lo sport è anche questo.
Lei si è dedicata fino al 2019 allo sci d’alpinismo tradizionale, per poi passare al freestyle
nell’anno successivo: quali sono le principali differenze nella preparazione fisica e tecnica di queste due discipline?
A: La mia passione per lo sci è nata da piccola, per poi continuare ad ardere durante la mia
adolescenza. Ho avuto modo di addentrarmi nel mondo dello ski cross grazie ad un
programma organizzato dal comitato Trentino e ne sono subito rimasta folgorata. La
preparazione fisica a secco delle due discipline è molto simile, anche se nello ski-cross va
dato un occhio di riguardo alla potenza e all’esplosività; la differenza sostanziale sta
soprattutto nella disponibilità di strutture per allenamenti ad alto coefficiente tecnico: in Italia i park per ski cross sono infatti pochissimi.
La sua prima grande apparizione al di fuori dell’Italia risale all’esordio in Coppa Europa nel
2020, quando aveva soltanto sedici anni: come è riuscita a gestire il binomio studio-sport in un momento così delicato qual è l’adolescenza?
A:La mia esperienza è stata subito intensa e dopo appena poche gare sono riuscita a
qualificarmi in Coppa Europa. L’istruzione mi ha accompagnato sin dagli albori,
“costringendomi” a trovare delle strategie che rendessero produttivi i miei pochi momenti di studio e rendendomi costante nel portare avanti un impegno non necessariamente sportivo:
è una palestra di vita.
Tornando sempre al tema studio, lei ha frequentato il Liceo della Montagna a Tione, unico
indirizzo a concedere l’abilitazione per “accompagnatore di media montagna”: quanto si
sente fortunata ad aver potuto intraprendere un percorso così affine alla sua più grande
passione?
A: In primo luogo mi sento molto fortunata perchè questo tipo di liceo ha fatto combaciare due percorsi formativi, cioè l’accompagnatore di media montagna e l’istruttore di sci; inoltre il mio lavoro (accompagnatrice di media montagna n.d.r) mi fornisce una stabilità economica e mi consente di dedicare molto tempo alla preparazione atletica estiva.
La convocazione per le Olimpiadi di Milano-Cortina è stato indubbiamente uno dei suoi più
grandi risultati conseguiti, tuttavia nello sport la motivazione si rigenera con la nascita di
nuove ambizioni. Quale obiettivo occupa attualmente il primo posto nella sua lista dei
desideri?
A:Aver disputato la mia prima olimpiade è il risultato di tutti i sacrifici fatti per arrivare fino a qui.
Non sono una ragazza che si pone obiettivi a lungo termine, mi piace vivere il momento e
non volare troppo in alto. Molte volte mi viene chiesto se punterò alle Olimpiadi invernali del
2030: in quattro anni possono succedere tante cose, anche se non nascondo che arrivarci
sarebbe una grande soddisfazione.






















