Altro che periferia: perché le Giudicarie possono battere le città

Intervista a Oreste Bottaro rappresentante di Confindustria per le Giudicarie

La nomina a rappresentante di Confindustria per le Giudicarie risale allo scorso febbraio: nella nuova governance con l’imprenditore patron di Innova Srl, i vice delegati Elena Andreolli (Terme di Comano), Fabio Bomè (Bomé Spa) e Mirko Bottini (Bm Group Holding Spa). Abbiamo chiesto a Oreste Bottaro alcune valutazioni personali rispetto al ruolo delle aziende industriali nel nostro contesto territoriale.

Sviluppare un’azienda industriale in un valle periferica non è sicuramente una sfida facile. Che ruolo hanno le imprese industriali nello sviluppo economico delle Giudicarie guardando anche al futuro?

Non vedo ragioni decisive per cui un’impresa non possa svilupparsi nel nostro territorio. Non sono certo i pochi chilometri che ci separano da Brescia o da Trento a rappresentare un ostacolo reale. Se così fosse, non esisterebbero aziende di successo — in Italia e all’estero — nate e cresciute in contesti territoriali ben più difficili da raggiungere. Basta pensare a molte realtà nel Centro e nel Sud Italia, oppure in aree remote della Germania o della Svizzera. Anche la stessa Silicon Valley, del resto, non è nata in una posizione particolarmente favorevole rispetto ai grandi distretti industriali della costa est degli Stati Uniti. Le condizioni infrastrutturali di base – strade, energia, connessioni digitali, servizi pubblici – non mancano. Anzi, sotto alcuni aspetti, il contesto locale può risultare persino più agevole: procedure amministrative e forniture energetiche, ad esempio, sono talvolta più accessibili che nelle aree altamente urbanizzate.

Ciò che fa davvero la differenza è lo spirito imprenditoriale: nasce dal privato, ma dovrebbe essere condiviso anche dai settori pubblici e amministrativi che accompagnano e sostengono le imprese.

C’è certamente spazio per rafforzare il dinamismo nella creazione di nuove iniziative economiche. Un primo ambito riguarda l’accompagnamento culturale, che dovrebbe partire dalla scuola e coinvolgere l’intera società, favorendo una maggiore apertura verso lo spirito d’impresa. Sarebbe utile, in questo senso, superare almeno in parte la mentalità del “posto fisso” – spesso percepito come sicuro ma talvolta limitante – per promuovere invece l’iniziativa personale e l’ambizione di costruire qualcosa di proprio. Un altro elemento cruciale è lo sviluppo di un welfare capace di sostenere famiglie e lavoratori, rendendo il territorio più attrattivo e contribuendo così a contrastare lo spopolamento, soprattutto tra i giovani.

Nel suo ruolo di rappresentante locale di Confindustria Trento quali sono le  principali istanze che provengono dal territorio e che porterà?

Nel mio ruolo di rappresentante delle Giudicarie in Confindustria Trento, le istanze che emergono con maggiore forza dal territorio si collegano direttamente a quanto già accennato: la necessità di creare condizioni concrete perché le imprese possano crescere e attrarre persone.

In questa direzione sto concentrando l’attenzione su un progetto specifico, certamente ambizioso, ma che ritengo possa rappresentare un contributo reale allo sviluppo. L’obiettivo è favorire un rapido potenziamento del welfare rivolto ai lavoratori e alle loro famiglie.

Le imprese, sia quelle già presenti sia quelle che potrebbero nascere, hanno bisogno di collaboratori motivati, capaci di lavorare con dedizione e concentrazione. Perché questo sia possibile, è però fondamentale che le persone possano contare su una condizione di serenità sul piano familiare e personale. Questo aspetto diventa ancora più rilevante quando si chiede a qualcuno di trasferirsi nelle nostre valli per intraprendere un percorso professionale.

Il nostro territorio è indubbiamente attrattivo sotto molti punti di vista: la qualità dell’ambiente, il paesaggio, il clima, la sicurezza e la vivibilità rappresentano elementi di grande valore. Tuttavia, esistono anche alcuni fattori che possono frenare questa attrattività: la disponibilità di abitazioni adeguate per posizione e qualità, una certa carenza di servizi per le famiglie — come strutture di supporto nei periodi extrascolastici —, oltre a criticità nei trasporti e, in parte, nell’offerta sanitaria.

Una risposta possibile è il coinvolgimento diretto del sistema imprenditoriale. Le imprese possono contribuire allo sviluppo di questi servizi, anche sotto forma di benefit per i propri collaboratori: abitazioni, servizi doposcuola, coperture sanitarie integrative, soluzioni di mobilità.

Per rendere questo approccio sostenibile, è però necessario prevedere strumenti di supporto agli investimenti. La proposta che intendo portare avanti è quella di introdurre un meccanismo di credito d’imposta, sul modello di quanto già avviene per gli investimenti industriali (Transizione 4.0 e 5.0), applicato però agli interventi in ambito welfare.

Sarà poi compito delle amministrazioni definire un quadro normativo chiaro entro cui le imprese possano operare. Ad esempio, sul fronte abitativo, si potrebbe incentivare la ristrutturazione di edifici nei centri storici, favorendo al tempo stesso l’integrazione delle nuove famiglie e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente.

Se ben orientato da regole efficaci, l’intervento del settore privato può garantire tempi più rapidi e una maggiore efficienza nei costi. Inoltre, l’impatto in termini di attrattività sarebbe significativo: un’offerta di lavoro accompagnata dalla disponibilità di un’abitazione adeguata e di servizi per la famiglia diventa immediatamente più competitiva.

Non va infine dimenticato che, in un territorio a forte vocazione turistica come il nostro, molte abitazioni non utilizzate come prima casa sono destinate alle locazioni brevi. Questo riduce ulteriormente l’offerta residenziale stabile. In queste condizioni, è difficile pensare che persone – soprattutto quelle con competenze più qualificate, di cui le imprese hanno maggiore bisogno – siano disposte a trasferirsi accettando soluzioni abitative precarie. Per questo, intervenire sul welfare territoriale non è solo un tema sociale, ma una leva strategica per lo sviluppo economico.

Le tensioni e le guerre che sono scoppiate a livello internazionale stanno avendo conseguenze gravi anche per l’economia, con un’incertezza generalizzata ed un aumento dei costi soprattutto in campo energetico. Che conseguenze potranno avere anche a livello locale?

In un’economia ormai pienamente globale, le crisi macroeconomiche generate da conflitti o forti tensioni politiche producono inevitabilmente effetti diffusi. La velocità e l’intensità con cui queste perturbazioni si trasmettono, tuttavia, variano a seconda dei settori e dei mercati. A mio avviso, in Europa le conseguenze dovrebbero rimanere relativamente contenute.

È plausibile attendersi un aumento dei costi energetici – in particolare dei carburanti – ma entro limiti complessivamente sostenibili. I rischi maggiori potrebbero derivare da dinamiche speculative, anche se esistono strumenti e meccanismi di controllo in grado di attenuarne gli effetti. Mi preoccupano di più, invece, i riflessi psicologici. In contesti segnati da incertezza e instabilità, famiglie e investitori – in tutti i settori, incluso quello turistico – tendono a diventare più prudenti, con una possibile riduzione della propensione al consumo e agli investimenti.

Ritengo infine che i conflitti in Medio Oriente possano ridursi progressivamente di intensità. Gli interessi economici in gioco sono troppo rilevanti perché la situazione rimanga a lungo fuori controllo: è verosimile che prevalga uno sforzo condiviso, soprattutto da parte dei Paesi più forti, per contenerli e avviarli verso una soluzione.

 

 

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