Affanno: un rapper giudicariese che canta la violenza

Intervista a Christian Ceccherini Podio di Tione

Christian Ceccherini Podio, in arte Affanno, è un giovane classe 2006 di Tione di Trento. Sei anni fa si è avvicinato al mondo della musica e del rap, da due anni riesce a guadagnarci: oggi la sua è considerata una figura emergente nello scenario di Milano, il suo target i giovanissimi. Dopo la maturità al Tecnico Economico – Amministrazione Finanza e Marketing all’istituto Lorenzo Guetti, si è iscritto a Scienze della Comunicazione all’Università di Verona, dove vive al momento.

Ciao Christian, partiamo da lì, dalle origini. Come è andata?

Ero a casa, era il 2019. Giocando col computer, sperimentando col cellulare, ho scoperto dei programmi per registrare, all’inizio non ci davo molto peso. Mi è sempre piaciuto molto sia leggere che scrivere, poterlo fare attraverso la musica, seguendo il mio stile è una cosa che ha iniziato ad appassionarmi. Ho raffinato la tecnica nel tempo, la quarantena in particolare è stata fondamentale per chiudermi ed assaporare questa disciplina.

Il contesto giudicariese ti ha aiutato?

Sì e no. Ero forse l’unico a sperimentare, ho sentito molto il giudizio. Ho trovato una certa chiusura mentale, credo che le cose stiano cambiando. Ho avuto sempre la speranza di poter essere apprezzato fuori dal contesto di valle. Mi ha formato, oggi porto queste difficoltà nei miei testi.

Cos’è per te il rap? La musica mi permette di tirare fuori cose molto personali. Lo definirei un rapporto viscerale, mi permette di creare qualcosa di concreto attorno a quelli che sono i miei vissuti. All’inizio era uno sfogo, ora è un’esigenza, fa parte della mia routine quotidiana. Per me la scrittura è un processo casuale, con momenti in cui scrivi di più e altri meno: penso che attraverso la musica, più generalmente parlando, si possano ingabbiare i ricordi, come delle fotografie ferme nel tempo. Questo va oltre al rap, ultimamente mi sto avvicinando anche al country. Per me il rap è diventato uno stile di vita, oggi è forse l’unica cosa che ho portato avanti con continuità.

Come lo spiegheresti a chi non conosce questo genere?

Direi la parola divulgazione, dal momento che permette di strumentalizzare i vissuti per trarne qualcosa di positivo. Il rap è qualcosa di estremamente vero, non ha schemi, ciò che vuole trasmettere è la verità dei fatti, che facciano riflettere, che siano tristi e spiacevoli o leggeri. Non riguarda solo parole incastrate bene, ma anche il suono. È un genere molto versatile, non a caso sta prendendo piede sulla scena musicale italiana, lo vediamo anche a Sanremo.

Parole forti considerando il linguaggio del rap, notoriamente violento. Trovi anche dei punti critici a fianco di questi punti di forza?

Certamente. Trovo che l’ascoltatore medio possa confondere la crudeltà dei testi con la violenza nella vita vera. Mi è capitato di parlare con un ragazzo che diceva di voler compiere una rapina dopo aver ascoltato una mia canzone. È una cosa che disapprovo, va contro i miei stessi valori. Trovo che si debba guardare al potenziale del rap, col suo potere mediatico ed emotivo, quando fa di una storia una rivalsa. Nei testi c’è ancora una certa misoginia e dei dogmi da sdoganare, dall’uso di droghe alla criminalità.

Pensi che questo passi attraverso le tue canzoni?

Le mie canzoni usano un codice potente ed immagini forti. Ci sono pezzi più leggeri, pezzi più reali. Nel mio piccolo cerco di portare la verità dei testi, di far riflettere. Uso un linguaggio per toccare, ma senza ostentare, senza farlo diventare parte del mio personaggio. Il mio è un pubblico molto giovane, ci creo rapporti e quando si parla esce la mia persona e i miei valori.

Di cosa parlano i tuoi testi?

L’ultimo mio album si chiama Violenza, è uscito a novembre. Sono 13 tracce che parlano di violenza in tante sfumature diverse, fisica, verbale, legata all’odio, all’amore. Parte da quanto ho vissuto personalmente, esce la visione che ne ho costruito. C’è una violenza come istinto animale primordiale, una come violenza sociale e politica, specialmente quando mascherata da atti di finzione ed oppressione. Poi una violenza che vedo nel futuro, in crescita. In questo disco vado a demonizzarla in tutti gli aspetti, la esploro dove si può mantenendo un messaggio positivo.

Alcuni riferimenti all’attualità nei tuoi testi ci sono. Consideri quindi il tuo come un impegno sociale?

Sono appassionato di politica, in particolare da quando sono maggiorenne e ho diritto di voto. Ero disinteressato, come molti miei coetanei. Oggi  credo nell’importanza di questo diritto, non approvo l’immobilismo politico. Avendo del potere mediatico, nel mio piccolo, posso fare bene o male, ma qualcosa faccio. Sono contro tutte le forme di violenza.

Ultima domanda: perché il nome Affanno?

Da piccolo avevo problemi alla gola, andavo spesso in affanno. Mi piaceva come suonava il nome. Sembra paradossale: oggi, grazie a una buona respirazione, ci lavoro.

Ultime notizie

Futuri geometri in cantiere al Limarò

Antonella Flor, Upt di Tione: “Studenti, conta la tecnica ma anche voglia di fare ed entusiasmo”

Come funziona l’assicurazione vita

Ancora alcuni posti disponibili per genitori e figli ai laboratori di “Parliamoci”