Scrivere per sé significa anche descrivere il mondo come lo si vede, e allora…
“Voci da me, per te” la psicografia, perché scrivere nell’era dell’IA?

La psicografia è la descrizione analitica dei fatti di coscienza e delle caratteristiche psichiche di una persona, includendo anche la registrazione grafica delle manifestazioni fisiche dei fenomeni psichici (compresa la scrittura).
Cosa significa?
Il modo migliore per capire qualcuno nel profondo è la descrizione scritta, che non è assoluta, ma mostra nero su bianco il processo di comprensione delle caratteristiche di una persona o di un fenomeno. “Si scrive per descrivere e capire il mondo, una lettera alla volta”.
A volte la scrittura non è solo informazione e messaggio, non può essere ricondotta a semplici caratteri digitali. Fa parte di un moto interiore, di una volontà di capire sé stessi, anche attraverso gli altri.
La scrittura nasce per comunicare, ma veicola l’introspezione personale. Un gioco a dir poco ambiguo, in cui non esiste un’unica strategia vincente. Per questo c’è ancora bisogno di scrivere, forse oggi più che mai.
Segue un esempio di psicografia autobiografica, nella forma di un esperimento o, per dirla ammiccando al titolo di un’opera di Georges Perec:
Tentativo di esaurimento di un luogo giudicariese
“L’unica voce che canta nella cascina è quella del fuoco, dentro al caminetto.
I ragazzi lo guardano, come fosse per loro il momento di una pausa dal mondo, per entrare in un attimo straordinario, in cui la ragione può venir sospesa.
Non c’è alcun significato, nessuna squadra, solo contemplazione, calore e luce. Tutti i sensi sono irrorati da una calma accogliente, che basta a sé stessa.
Qualcuno si alza, per sgranchirsi le gambe o per andare a prendere nuova legna, per il focolare sempre affamato.
Non esiste rumore, l’intera stanza gioisce, mentre fuori l’aria fresca sfreccia sotto le fronde dei castagni.
La piana sensazione trova poi conclusione, con la stessa naturalezza che la contraddistingueva alla nascita: “Andiamo?” chiede un ragazzo, a cui il fuoco ha quasi addormentato il nome.
Si alzano solo dopo una mezz’ora, in attimi differenti, ancora intorpiditi dalla calma provata. Li accompagna una tranquillità d’animo duratura, che si porteranno dietro stasera, quando torneranno alle loro case.
Uno ormai è a letto, ma la sua mente torna alla montagna, a quel focolare, al silenzio intervallato dai crepitii e alle lingue di fuoco.
Il sonno non lo grazia di un saluto, quindi comincia a domandarsi: “Cosa aveva di speciale quel fuoco?” “Eravamo tutti muti”.
Nel percorso dalla veglia al sonno la strada per lui diventa tortuosa: i pensieri si susseguono con frasi inarticolate, elenchi di motivazioni e ragionamenti inconcludenti.
Prima di assopirsi, l‘ultima cosa che gli rimane è la gratitudine, la soddisfazione di aver sfiorato il senso della bellezza, che non segue il normale corso delle parole”.
-Franco Salvaterra
La scrittura è un bene di tutti, che serve a conoscersi e a farsi conoscere.
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