Un cavallo azzurro di nome Marco

Simbolo di libertà, guidato da Franco Basaglia, veniva scortato nel 1973 da un corteo di 600 persone tra operatori e pazienti psichiatrici. Oggi corre per la chiusura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio

DUE CAVALLI, UN SOLO NOME. Si parlava quest’estate nella nostra rubrica del cavallo di Strembo, assemblato con gli scarti di Vaia dallo scultore Marco Martello (alias Martalar), come simbolo di resilienza e di rinascita, quando l’ottobre scorso un altro cavallo, anche lui di nome Marco, è balzato agli onori della cronaca: un cavallo azzurro di legno e cartapesta, in questo caso simbolo della lotta per la libertà e i diritti di chi non ha voce, alto quattro metri, montato su un carrello con ruote, protagonista di un viaggio attraverso le città italiane che ospitano i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr).

Sono più di cinquant’anni che Marco Cavallo gira l’Italia per denunciare le condizioni disumane, ieri delle persone richiuse nei manicomi-lager, oggi delle persone richiuse in questa specie di nuove carceri solo per la colpa di avere attraversato un confine, senza aver commesso alcun reato penale se non mancare di documenti in regola; luoghi di detenzione senza colpa!

TRIESTE, 25 FEBBRAIO 1973. Il “viaggio per il mondo” del cavallo azzurro, simbolo della “liberazione dei matti”, inizia precisamente il 25 febbraio 1973 quando viene portato fuori dai cancelli dell’ospedale psichiatrico di Trieste, sfondando mura e reticolati vista la sua imprevista grandezza, a scortare uno strano e festoso corteo che scende in città dal colle di San Giovanni: oltre 600 pazienti e operatori del manicomio con in testa il direttore della struttura Franco Basaglia, il grande riformatore della salute mentale in Italia, sfilano per le strade della città giuliana invocando la chiusura di quei luoghi di segregazione, negatori della dignità e dei diritti fondamentali dei pazienti psichiatrici.

“Trieste è semivuota, le serrande chiuse comunicano ostilità nonostante la città sia tappezzata di volantini che annunciano l’iniziativa”, riporta una cronaca di quella fredda domenica funestata dalla bora.
“È come se il muro che il cavallo ha dovuto rompere per uscire dal manicomio ce lo portassimo addosso”, rincalza Giuliano Scabia, drammaturgo.

IL LABORATORIO P E LA NASCITA DI MARCO CAVALLO.  Scabia è uno degli artisti chiamati da Basaglia, insieme al cugino Vittorio, scultore di notevole livello, ad attivare all’interno del complesso manicomiale il “laboratorio P”, un vero spazio creativo a disposizione dei ricoverati.

Lì è nata l’idea di costruire il grande cavallo azzurro come opera collettiva, in omaggio al vecchio cavallo utilizzato per anni a trascinare il carretto dei panni sporchi del manicomio, familiarmente ed affettuosamente chiamato Marco, destinato ad una inevitabile soppressione per raggiunti limiti di età, ma all’ultimo graziato per la ferma opposizione dei pazienti stessi.

Il cavallo Marco passa il testimone a Marco Cavallo, molto più di una scultura, simbolo vivo e potente di liberazione e della rivoluzione basagliana che ha portato alla promulgazione della legge 180 del 1978.

IL COLORE DELLA LIBERTA’. Il colore azzurro dell’indomito equino, scelto dai pazienti, è lo stesso del cielo e del mare che non hanno confini, il colore della libertà, della gioia di vivere; nella sua pancia viene ritagliato uno sportellino dove deporre le lettere con scritti i desideri, i sogni, le speranze del popolo del manicomio.

DALLA CHIUSURA DEI MANICOMI AGLI OPG. Dopo la straordinaria esperienza triestina, in tempi più ravvicinati, ritroviamo Marco Cavallo in azione nel novembre 2013 per chiedere la chiusura dei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) italiani, figli dei manicomi criminali ottocenteschi, dove sono internate un migliaio di persone; luoghi, come li definisce il Presidente della Repubblica Napolitano nel suo messaggio di fine anno 2012, “indegni per un Paese appena civile”.

Con il suo passaggio di grande impatto comunicativo e simbolico, anche il “gigante azzurro” dà il suo contributo all’abolizione delle terribili strutture di contenzione fisica e morale, che avverrà il 31 marzo 2015.

I MANICOMI DEL PRESENTE: I CPR. Ed eccoci ai giorni nostri con l’iniziativa promossa dal Forum Salute Mentale, una piattaforma e una rete di persone e associazioni che si occupano di salute mentale, che ha organizzato tra settembre ed ottobre di quest’anno il viaggio di Marco Cavallo nella vergogna dei Cpr (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), per chiedere la chiusura dei “manicomi del presente”, eufemisticamente chiamati strutture di detenzione amministrativa.

Al loro interno vi sono persone migranti sottoposte ad un regime di privazione delle libertà personali per aver violato una disposizione amministrativa; chi è rinchiuso nei CPR, strutture del tutto assimilabili all’ambiente carcerario, per legge è un clandestino e non importa se ne va pure della sua salute mentale. È davvero impressionante, quanto comprensibile, come in questi inferni silenziosi venga fatto abuso di psicofarmaci.

LA VOCE DI PEPPE DELL’ACQUA. Presentando il nuovo tour di Marco Cavallo, articolato in dieci tappe, con partenza il 6 settembre dal Cpr di Gradisca d’Isonzo ed arrivo il 10 ottobre al Cpr di Bari, così postava sul sito del Forum di Salute Mentale lo psichiatra Peppe Dell’Acqua, già coprotagonista della singolare esperienza laboratoriale dalla quale uscì il fantastico cavallo azzurro:

“Marco Cavallo riprende il suo cammino. Stavolta vuole aprire le porte dei Cpr, luoghi grigi, freddi, invisibili, dove l’umano è dimenticato, messo in sospensione, sepolto… I Centri di Permanenza per il Rimpatrio non son altro che nuovi manicomi. Non c’è accoglienza, ma c’è segregazione. Non ci sono medici, ma sorveglianti. Non ci sono colloqui, ma interrogatori. Non ci sono cure ma trattamenti...

Marco Cavallo, storia inarrestabile della libertà riconquistata, della protesta, del sogno collettivo, ritorna a correre. Comincia un viaggio che è un atto politico, culturale, morale. Un grido, un’invocazione. Come allora, negli anni Settanta, si abbattevano i cancelli dei manicomi, oggi dobbiamo guardare oltre le reti dei Cpr, e vedere quello che ci viene impedito di vedere: persone, vite, sogni interrotti…

RESTARE UMANI. C’è una disumanizzazione in corso che ci riguarda tutti… Quello che chiediamo non è solo la chiusura dei Centri per il rimpatrio, ma un cambio radicale di sguardo. Chiudere i Cpr non è un’utopia. È una necessità. È un atto di civiltà”. Questa volta è un cavallo azzurro di cartapesta che ci insegna l’arte di restare umani.

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