Samuel Cornella da Bruxelles: “La prima riforma della politica agricola, una svolta per le imprese trentine”

Intervista al sanlorenzino classe 1981, rieletto presidente del Comitato questioni legali e fiscali del Copa Cogeca, l’associazione dei produttori e delle cooperative agricoli europei

Samuel Cornella, classe 1981, è stato rieletto presidente del Comitato questioni legali e fiscali del Copa Cogeca, l’associazione dei produttori e delle cooperative agricoli europei. Lavora a Bruxelles ma vive a San Lorenzo, dove cerca di godersi la famiglia e la piccola figlia Irene. Ma quanto possono incidere le decisioni prese in Europa sulla vita quotidiana delle cooperative e delle comunità di montagna?

Cornella, entrato come vice, è stato presidente dell’associazione dal 2015. Riconfermato per più di 5 mandati biennali consecutivi, conta più di 10 anni in carica. Come sta vivendo questa rinomina?

Hanno voluto riconfermare il presidente a questo giro, ma ci sarebbe una sorta di regola per cui, dopo tre mandati, dovresti lasciare il posto a qualcun altro. C’è da dire che tutti i dipendenti del Copa Cogega con cui ho lavorato in questi anni hanno avuto sviluppi fortunati nelle proprie carriere e sono passati ad altri lavori o altri ruoli. Di recente si è aggiunta una figura giovane molto competente: credo che la mia rielezione serva a dare un po’ di continuità e ad affiancare questa persona.

Sessanta dipendenti, una delle più grandi organizzazioni professionali europee, e due nuovi anni di lavoro per lei: ha mai considerato di fermarsi?

Avevo detto che, se qualcuno avesse voluto candidarsi o se ci fosse stata la volontà di cambiare, ero pronto a lasciare l’incarico, anche per dedicare più tempo a mia figlia. Invece mi è stato chiesto di continuare. Nel frattempo mi sono organizzato per recarmi a Bruxelles solo quando necessario e lavorare per il resto dal Trentino, quindi ho accettato di proseguire.

Del resto, un ruolo molto specifico che richiede competenze di settore. Quale il momento che ricorda più difficile?

Conta molto l’esperienza qualificata per questo incarico. Il contesto di Bruxelles e quello specialistico dell’agroalimentare sono un po’ una nicchia nella nicchia, lo fanno in pochi e non è facile trovare le persone qualificate. Il momento che ricordo più impegnativo è il mio primo mandato, dove mi sono trovato a dover imparare in fretta, affannandomi parecchio.

E invece siamo qui… Qual è il risultato in questi anni di cui va più orgoglioso?

Credo che uno dei momenti chiave è stata la prima riforma della politica agricola che avevo potuto seguire: è stato un momento abbastanza decisivo perché siamo riusciti a ottenere anche dei buoni risultati.

Può concretizzare con un esempio?

A quei tempi c’era un limite secco per cui una volta superate le soglie della piccola e media impresa, sui 50 milioni di fatturato, non potevi più ricevere aiuti finanziari europei per lo sviluppo rurale. Questo pregiudicava cooperative come Melinda, Mezzacorona e Cavit. È vero che la Melinda è un gigante, però è cresciuta aggregando migliaia di piccoli produttori, è diverso da un’impresa grande su modello capitalistico. Un contadino con un ettaro di terreno non arriva neanche a Trento a vendere il suo prodotto, con Melinda si sono messi insieme e oggi arrivano su 80 mercati internazionali. Noi siamo riusciti a far riconoscere che una cooperativa di questo tipo non è assimilabile a una grande impresa tradizionale.

Che poi è l’essere una cooperativa: come si è chiusa su ai piani alti?

Si è chiusa con un dialogo costruttivo con Parlamento europeo e Commissione, che ha portato alla rimozione di quel limite. Sono risultati che tu ottieni con azioni istituzionali a Bruxelles, ma dopo hanno ricadute di milioni, per anni, che vengono attratti sul territorio, che prima, in qualche modo, sfuggivano.

Dalle leggi al territorio, quanto avvenuto anche per i Servizi di Interesse Economico Generale – SIEG in cui avete fatto rientrare i negozi multiservizi nelle aree montane che costituiscono presidio unico nei Comuni trentini. Quale il bilancio oggi?

Quando abbiamo iniziato a lavorarci con l’ufficio di Bruxelles, il tema era fermo da quindici anni. La normativa europea poneva un limite agli aiuti pubblici raggiunto velocemente dalle cooperative che gestivano più negozi. Con il riconoscimento a SIEG siamo riusciti a dare una nuova qualificazione a queste attività: non più semplici punti vendita alimentari, ma servizi fondamentali per le comunità. Si è potuto così superare quei limiti, il risultato è stato un aumento delle risorse pubbliche disponibili in Provincia di Trento, passate da 1,5 a 3,5 milioni di euro ogni singolo anno.

Essere giudicariese ha inciso nel portare questa visione in Europa: cosa rappresentano questi negozi per il territorio?

Ha sicuramente aiutato, perché conoscevo bene il valore di questi negozi e, come squadra, sapevamo cosa stavamo portando avanti. Poi ho trovato persone pronte a comprenderne l’importanza e a cogliere analogie con altre realtà. Mantenere questi presidi significa sostenere l’intero territorio: dove mancano servizi essenziali come pane e latte, nel giro di pochi anni anche il valore delle case diminuisce. È vero che si sostiene la cooperativa, ma si sostiene anche chi vive lì: si rende più attrattivo il territorio, si preserva il valore degli immobili e si favorisce il lavoro di artigiani e imprese locali. È un intervento che produce benefici per tutto il sistema.

Delle difficoltà vissute, con le proprie peculiarità, anche in altri territori. Perché proprio il Trentino, a suo parere, sembra riuscire più di altri a difendere le sue aree periferiche?

Le problematiche sono simili in tutte le valli: invecchiamento della popolazione, spopolamento e rischio di perdita dei servizi se i territori non vengono presidiati. Ho presentato l’esperienza dei SIEG in molte città italiane, ma nessuno ha poi replicato un percorso analogo. Credo che la differenza del Trentino stia soprattutto nell’attenzione politica: gran parte della popolazione vive nelle valli, che hanno quindi un peso anche elettorale. Ho sempre riscontrato una forte attenzione verso i territori periferici, indipendentemente dal presidente della Provincia in carica. In regioni come l’Emilia-Romagna, invece, per esempio, il consenso si concentra soprattutto nei grandi centri urbani; in Trentino, l’equilibrio tra città e valli rende queste ultime più rappresentate e capaci di far valere le proprie esigenze.

Ha affermato di voler puntare, con questo mandato, a lavorare sulla concorrenza e gli aiuti di Stato. In che modo intende farlo?

Intendo lavorare su due fronti. Il primo è far sì che le cooperative non vengano equiparate alle imprese capitalistiche nell’applicazione delle norme sulla concorrenza: trattare allo stesso modo soggetti diversi rischia di produrre risultati iniqui. Il secondo riguarda gli aiuti di Stato, cioè la disciplina della concorrenza applicata agli Stati membri. Anche nel sostegno alle realtà del territorio va riconosciuta la differenza tra un’impresa capitalistica e una cooperativa mutualistica, che ha come obiettivo la tutela dei soci. Esistono già norme e decisioni europee che riconoscono questa specificità, ma vorremmo che fosse valorizzata con maggiore continuità.

Parliamo ora del peso del diritto europeo con lei che è laureato in Giurisprudenza: quali le sue considerazioni? C’è una legge che cambierebbe e quale?

L’osservazione condivisa da tutti è che oggi l’80% della legislazione nazionale, in tutte le discipline e non solo in quella agricola, è di derivazione europea, mentre le iniziative autonome dei legislatori nazionali sono stimate attorno al 20 per cento. Lo conferma anche l’articolo 117 della Costituzione, che vincola la normativa nazionale e regionale al rispetto del diritto europeo. Per questo Regioni, cooperative e grandi imprese mantengono una presenza stabile a Bruxelles:o stai lì dove si decide la gran parte delle partite, oppure rischi di restare fuori. Se potessi cambiare qualcosa, ridurrei gli adempimenti burocratici per tutte le imprese che creano valore e occupazione, soprattutto le PMI che subiscono maggiormente l’aggravio burocratico. La Commissione europea ha già annunciato un taglio del 35% degli obblighi di rendicontazione, ma andrei oltre, semplificando anche le norme fiscali, sugli aiuti di Stato e sui finanziamenti al Terzo settore e al no profit, che troppo spesso sono sottoposti a regole pensate per realtà diverse. In sintesi: meno burocrazia e maggiore attenzione alle specificità del no profit.

Augurandole un buon lavoro, quale un suo bilancio personale?

Ho avuto la fortuna di potermi occupare di ciò per cui avevo studiato, con una ricaduta concreta sul territorio in cui ho sempre vissuto. È stato importante poter fare da ponte tra le esigenze locali e le decisioni prese a Bruxelles. È un lavoro che dà grandi soddisfazioni quando porta risultati, anche se, come in ogni percorso, ci sono momenti positivi e difficoltà: spesso si raccontano i successi, ma dietro ci sono anche molti tentativi che non vanno a buon fine. È parte del lavoro e della vita.

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