La regola del 3X3 nella vita di tutti i giorni, il metodo di Werner Munter insegna a osservare ambiente, condizioni e fattore umano prima di ogni scelta
Rischio e pericolo, anche in montagna è una questione di impulsi

E’ nelle sale il film di Cristopher Nolan, Odissea. Mi rigiro fra le dita il solito hi-tecnopoint di colore rosso cercando le giuste parole che vorrei scrivere per parlare dei pericoli e dei rischi.
Idea potrei chiedere a Ulisse come partire a scrivere: persona reale, uomo dei suoi tempi e di tutti i tempi, che non agisce per evitare i pericoli, ma che affronta i rischi spronato dal desiderio di conoscere e per conseguire un risultato o un nobile fine. Inclinazione consapevole dell’uomo e ancora di più dell’uomo moderno.
Omero inizia :“ Musa, quell’uom di multiforme ingenuo, che molto errò, …che città vide molte, e delle genti l’indol conobbe, dimmi …” E Dante gli fa dire “… nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
CONOSCERE NON SIGNIFICA IGNORARE CIò CHE PUO’ ACCADERE. Usiamo nel parlar comune pericolo e rischio in maniera indifferente, ma non sono sinonimi. Il loro significato è differente, completamente differente.
Il pericolo esprime un fattore, un qualcosa che esiste, col rischio potenziale di creare danno; una situazione che può essere causa di danno (un pendio scosceso, un evento atmosferico grave, un ambiente non idoneo a determinate mansioni, etc.) Il rischio invece esprime la probabilità che si verifichi un evento che può causare un danno di diversa entità, da lieve a grave, se il mio comportamento non è corretto e consono colla valutazione del pericolo.
Posso correre dei rischi se vado a pesca, per funghi, se guido male, se nevica, se c’è ghiaccio, per mare, se uso le armi, se mangio cibo inquinato, se non valuto correttamente la situazione ambientale, etc. La prevenzione è l’arma più efficace per ridurre il rischio. Ma il pericolo esiste di per sé; è l’azzardo del rischio che genera il danno.
Non ci addentriamo nella valutazione degli ambienti di lavoro, che per legge prevedono dei protocolli attuativi e delle residenze strutturali assolutamente protette. La loro trattazione non è lo scopo dell’articolo. Vogliamo invece riferirci a quei comportamenti che spesso e volentieri assumiamo specie quando siamo in ferie o ci attiviamo per le nostre passioni del vivere e che per “l’abitudine o l’estrema familiarità con l’ambiente” ci rendono meno attenti e meno previdenti.
LA PREVENZIONE NASCE DAL SAPER VALUTARE. E’ da evitare anche la generalizzazione perché si crea solo allarme. E’ sempre da specificare e informare in modo corretto (non vado più in montagna perché posso incontrare il lupo o l’orso; o non ho le scarpe adatte): non vale. E’ importante per informare usare la “tecnica della proporzione e del contesto”: c’è la possibilità di farsi male se le scarpe non sono adatte, ma non è che tutti quelli che non hanno le scarpe adatte si fanno male. Pericolo uguale fattore potenziale di danno. Rischio solo probabilità che si verifichi un danno.
Il nostro cervello reagisce agli stimoli in modo differente e secondo l’esperienza di ognuno, ma è sempre prontissimo a imparare e recepire nuovi e diversi comportamenti. Molto dipende anche dal linguaggio che viene usato, perché se no l’attenzione non si crea e non si consolida; ma c’è il rischio di generare paura se si sbagliano i percorsi. I sensi non trasferiscono esattamente al cervello la realtà, semmai la traducono. Noi esistiamo perché il nostro cervello traduce all’istante miliardi di informazioni che gli arrivano nella percezione del mondo.
LA LEZIONE DI WERNER MUNTER. Allora bisogna spiegare cosa fare e come comportarsi, bisogna fornire quella che a buon dire si chiama “cassetta degli attrezzi”. Un importante alpinista svizzero, Wermer Munter ha inventato, non molti anni fa, la regola del tre x tre (3×3), che funziona molto bene specie nelle attività di montagna per gestire il rischio e prevenire gli incidenti.
Primo,analizzare: fare attenzione a tutto quello che è legato all’ambiente e lo riguarda; in gergo tecnico “verificare le condizione ambientali”: neve, temperatura, rocce, pioggia, nebbia.
Secondo, condizioni fisiche del terreno: pendio ripido, vie di accesso, tenuta del terreno, vie di fuga, ostacoli, tempi di percorrenza.
Terzo, fattore umano (quello che si controlla di meno) : preparazione fisica, età dei componenti del gruppo, condizione atletica, attrezzatura individuale, malattie eventuali, generi alimentari, farmaci di pronto soccorso, possibilità di comunicazioni.
Riassumendo: dove si va, con chi si va, come si va! Senza dimenticare le verifiche finali sul campo e quella che viene definita programmazione finale, cioè la possibilità di un eventuale piano B. Il rischio si riduce man mano che si fanno le verifiche sul campo.
DALLA TEORIA ALLE PASSIONI DI MONTAGNA. Nello specifico è tempo di pesca, di gite in montagne e di caccia; e non sono pochi quelli che “vanno in ferie” al mare, all’estero, in Italia o nelle città d’arte.
Allora ricordiamoci che la valutazione regionale si fa a casa, la valutazione zonale si fa alla partenza e la valutazione locale si fa sul posto. E ricordarsi che la responsabilità è in genere di uno solo: uno solo da il via, ma che tutti del gruppo possono dire basta.
Durante la pesca (laghi e torrenti) si possono creare problemi (pericolo /rischio) per ipotermia secondaria a caduta in acqua, perdita di equilibrio, sponde scivolose, fratture per cadute, piene improvvise. Quindi pianificare e attrezzarsi.
Per la caccia: verifica dell’efficienza delle armi, linee di tiro complesse (pericolo anche molto lontano dallo sparo), difficoltà di recupero del capo abbattuto. Verifiche dell’ambiente come per le regole del modello tre x tre.
Non possiamo dimenticare “l’andar per funghi”, vale quanto già detto e preferibilmente mai andar da soli.
L’AGO DELLA BILANCIA. Ma il fattore umano, noi, possiamo essere influenzati nelle nostre decisioni anche da idee abbastanza semplici. Possono prevalere nelle decisioni regole molto elementari, scorciatoie mentali : “che ci vuole l’ho già fatto, l’hanno già fatto”. Esperienze precedenti andate a buon fine. Attitudini personali. Eccesso di confidenza. Assuefazione al rischio. Percezioni e influenze del momento. Dinamiche di gruppo, le più pericolose : mettersi in mostra, arrivare prima degli altri, sminuire il valore delle valutazioni, “fare la furbata”. Il metodo decisionale può essere anche inconsapevole, perché governato da percezioni errate.
Il nostro cervello, noi, filtriamo le informazioni che ci arrivano dall’ambiente in maniera velocissima seguendo le vie e i meccanismi premianti delle cellule cerebrali. La moneta usata dal “sistema di ricompensa” è un ormone che si chiama Dopamina. Esistono dei sentieri nel cervello attraverso cui viaggiano gli impulsi dettati dalla Dopamina : “è un fungo bellissimo lo raccolgo anche se… ma sto attento”. “E’ un camoscio o un cervo da medaglia… . e quando mai me ne capita uno simile… ma …ci provo”. Non possiamo avere la minima consapevolezza del guazzabuglio di eventi elettrochimici che si scatenano quando i neuroni della Dopamina fanno fuoco! Si avverte una sensazione di piacevolezza che ci ubriaca. La Dopamina è la molecola del piacere. La ricompensa neuronale, la liberazione di Dopamina non fa fuoco alla fine ma prima di compiere l’azione.
L’idea che domina attualmente è che la Dopamina più che del piacere si occupa del volere. E’ per quello che bisogna saper ben distinguere fra pericolo e rischio e dire, se serve, anche no: “Non è possibile, non conviene, non vado oltre”.























