Grande partecipazione della comunità per il ritorno del missionario. Dopo la celebrazione, immagini e testimonianze sulla vita nelle comunità dell’altopiano boliviano
Padre Stefano Marchetti, rientrato dalla Bolivia, celebra la sua prima Messa in Italia

Una giornata di festa, di fede e di grande partecipazione quella vissuta a Bolbeno in occasione della prima Messa celebrata in Italia da padre Stefano Marchetti, rientrato per un periodo dalla sua missione in Bolivia.
Fin dal sagrato della chiesa l’accoglienza era stata preparata con particolare cura. Un doppio arco floreale accompagnava l’ingresso, mentre sul selciato era stata realizzata una vera e propria opera d’arte con fiori e materiali naturali: un grande calice, il pane, grappoli d’uva e spighe, simboli eucaristici esaltati da una vivace composizione di colori.
Ad attendere padre Stefano c’erano numerosi fedeli: l’amministrazione comunale ha voluto sottolineare il forte legame che unisce padre Stefano al suo paese e la vicinanza della comunità alla sua esperienza missionaria. «La comunità – ha sottolineato il sindaco Giorgio Marchetti – sente una relazione diretta con padre Stefano e per questo appoggia volentieri le iniziative proposte, partecipando in maniera concreta anche dal punto di vista economico». A queste parole si è aggiunto il pensiero di Debora Pretti: «Ringrazio padre Stefano per la sua testimonianza e soprattutto per l’umiltà con cui porta avanti la sua missione, facendo del bene alle persone che incontra». Dopo i saluti di benvenuto si è formato il corteo liturgico che, con chierichetti e sacerdoti, ha attraversato la navata centrale della chiesa. Padre Stefano ha salutato e benedetto i fedeli prima di raggiungere l’altare e dare inizio alla celebrazione.
La chiesa era gremita di persone, tra residenti e turisti, accorsi per condividere con lui un momento particolarmente significativo: la sua prima celebrazione eucaristica nella comunità di origine dopo l’ordinazione sacerdotale e la partenza per la Bolivia.
La Messa è stata concelebrata da padre Stefano insieme a don Celestino, don Flavio e con la partecipazione del diacono Silvio.
Nell’omelia don Celestino si è rivolto direttamente al missionario, ricordando le tappe più importanti del suo cammino: l’ordinazione diaconale dell’aprile 2024 e quella sacerdotale del novembre dello stesso anno. Dopo la partenza per la Bolivia, padre Stefano ha continuato a mantenere vivo il rapporto con la comunità di Bolbeno anche attraverso messaggi ed email.
Richiamando il Salmo «Benedici il Signore, anima mia», don Celestino ha sottolineato anche il significato profondo del ministero sacerdotale, ricordando come il presbitero sia chiamato anzitutto a vivere e a nutrirsi della Parola di Dio.
Particolarmente significativo il momento dell’offertorio, durante il quale, insieme ai doni tradizionali, sono stati portati all’altare alcuni oggetti simbolici legati all’esperienza e alla vita quotidiana del missionario, tra cui una penna, della carta da lettera e una felpa.
Tra le persone che hanno partecipato alla processione offertoriale c’era anche Daniela Salvaterra, missionaria laica impegnata in Perù, dove segue due case che accolgono giovani con disabilità. Una presenza dal forte valore simbolico, che ha idealmente accostato davanti all’altare due esperienze missionarie diverse, accomunate dall’attenzione verso le persone e le comunità più fragili.
Al termine della celebrazione la giornata è proseguita all’interno della chiesa con l’intervento del Coro Cima Tosa di Bolbeno, che ha proposto alcuni brani, contribuendo a rendere ancora più solenne e partecipato l’incontro.
È stato quindi padre Stefano a prendere la parola, accompagnando il proprio racconto con uno slide show dedicato alla realtà nella quale svolge la sua missione. Sullo schermo sono apparse le immagini degli immensi paesaggi della zona del lago Titicaca: altopiani sconfinati, lande quasi deserte e pochi animali disseminati in territori vastissimi.
«Capite adesso il senso di queste fotografie?», ha chiesto a un certo punto ai presenti.
Dietro la bellezza dei panorami si nasconde infatti una quotidianità spesso difficile. Padre Stefano ha raccontato che da gennaio a maggio le mattine sono frequentemente caratterizzate dalla brina e che le condizioni di vita delle popolazioni locali presentano numerose criticità. Non sono rari i casi in cui viveri e materiali devono essere trasportati a spalla, anche dalle donne, lungo terreni impervi.
Le comunità affidate alla missione sono diciannove. Nelle fotografie sono comparsi i volti delle donne con i caratteristici abiti tradizionali dai colori vivaci e i cappelli neri a bombetta, immagini delle celebrazioni per i defunti, bambini con giochi e materiale scolastico e piccole scuole frequentate da pochissimi alunni.
Particolarmente significativa una delle immagini commentate dal missionario: «Otto bambini e neanche uno in più: questa è tutta la scuola».
Padre Stefano ha poi spiegato come il materiale scolastico rappresenti una spesa importante per molte famiglie, soprattutto quando i figli da mandare a scuola sono numerosi.
Ampio spazio è stato dedicato anche ai lavori di sistemazione e costruzione portati avanti direttamente dalle comunità. Con grande spirito di collaborazione, anche settanta od ottanta persone riescono a lavorare insieme e, nel giro di una quindicina di giorni, a realizzare la struttura portante di un edificio o a intervenire su un campanile. La difficoltà principale resta però l’acquisto dei materiali.
Sono diversi i progetti ancora da completare, alcuni rivolti in particolare agli anziani, che in determinate comunità costituiscono una parte molto consistente della popolazione. Una fotografia ha mostrato, ad esempio, una piccola costruzione destinata a diventare una sala polivalente, luogo di incontro e di socialità per il villaggio.
«La cosa bella – ha spiegato padre Stefano – è che il lavoro lo fanno loro». Una collaborazione concreta, fatta di malta, mattoni, cemento e soprattutto di una forte volontà comunitaria.
Tra le immagini anche un video con alcune donne in costume tradizionale impegnate in un canto dedicato alla Vergine nella loro lingua.
La giornata si è conclusa ancora una volta in musica, con il Coro Cima Tosa e un canto mariano, suggello di un incontro che ha unito idealmente Bolbeno alla lontana Bolivia attraverso il racconto, le immagini e soprattutto l’esperienza di un suo concittadino diventato sacerdote e missionario.






















