I nostri telefonini ci aiutano davvero a vivere meglio?
Ho le dita troppo grosse?

Non vi è mai capitato di scrivere un messaggio su WhatsApp e di accorgervi, magari soltanto dopo averlo inviato, che alcune parole avevano assunto un significato completamente diverso da quello desiderato?
La colpa, naturalmente, non è nostra. Sono le dita troppo grosse?
Nella fretta di rispondere, si preme una lettera invece di quella accanto e il messaggio prende immediatamente una strada tutta sua. Compaiono parole inesistenti, frasi misteriose e dichiarazioni che non avremmo mai pensato di fare.
Poi arriva lui: il correttore automatico.
Uno strumento nato, almeno nelle intenzioni, per aiutarci. Evidentemente i nostri telefoni ci considerano un po’ incapaci e hanno deciso di suggerirci che cosa vogliamo scrivere.
Il problema è che spesso non lo sanno affatto.
Anzi, qualche volta sembrano divertirsi a peggiorare la situazione. Noi scriviamo una cosa, il correttore ne propone un’altra e il destinatario ne comprende una terza.
Se dall’altra parte dello schermo ci sono la moglie, il marito, la fidanzata, il fidanzato o anche un semplice amico, possono nascere incomprensioni, domande e sospetti.
«Ma che cosa volevi dire?»
Bella domanda. A volte non lo sappiamo più nemmeno noi.
Le dita troppo grosse tornano protagoniste anche quando non dobbiamo scrivere a nessuno.
Prendiamo una sala d’attesa dal medico. Un tempo si aspettava osservando le persone, sfogliando una rivista vecchia di tre anni oppure, semplicemente, restando con le mani in mano. Oggi non più.
Appena ci sediamo, arriva in nostro soccorso l’inseparabile smartphone: amico fedele, passatempo, finestra sul mondo e, talvolta, nemico dichiarato.
Inizia così la navigazione. Notizie, fotografie, video, curiosità. Il tempo sembra passare più velocemente, fino a quando compare la pubblicità.
In alto, quasi invisibile, si trova una minuscola “x”, che teoricamente dovrebbe permetterci di chiuderla. Teoricamente.
Cerchiamo di toccarla con precisione chirurgica, trattenendo il respiro. Ma niente. La pubblicità non si chiude. Proviamo ancora e, proprio quando siamo convinti di aver centrato finalmente quella piccolissima croce, si apre l’intero sito.
Forse la punta del dito è troppo grossa.
Ed è proprio in quel momento che ci ricordiamo di non avere silenziato il telefono.
Dallo smartphone parte allora, a tutto volume, una voce suadente che promette prodotti miracolosi, oppure una musica aggressiva, allegra o decisamente fuori luogo.
La sala d’attesa si scuote. Tutti alzano gli occhi. Noi abbassiamo i nostri, fingendo magari che il responsabile sia qualcun altro, mentre cerchiamo disperatamente il pulsante del volume. Ma anche quel pulsante, improvvisamente, sembra diventato piccolissimo.
Sono scene che fanno sorridere. Eppure, dietro il sorriso, resta una domanda.
Questi dispositivi ci aiutano davvero a vivere meglio?
Certamente ci permettono di comunicare, informarci e riempire ogni minuto vuoto. Ma forse proprio questo è il problema: non ci consentono più di avere un minuto veramente vuoto.
Non sappiamo più aspettare, osservare, pensare o annoiarci. Appena si crea un momento di silenzio, sentiamo il bisogno di riempirlo con uno schermo.
Lo smartphone ci promette libertà, ma spesso ci tiene legati. Ci accompagna ovunque, ci interrompe, ci distrae e pretende continuamente la nostra attenzione.
Forse, allora, il problema non sono soltanto le dita troppo grosse.
Forse è lo smartphone che ha occupato uno spazio troppo grande nelle nostre giornate.
E magari, ogni tanto, il gesto più moderno e rivoluzionario potrebbe essere proprio questo: metterlo in tasca, alzare gli occhi e tornare ad assaporare quella strana, antica sensazione che si chiama libertà.
Un tempo il telefono era legato a un filo, ma noi potevamo uscire di casa lasciandolo lì. Oggi il telefono non ha più fili e ci segue ovunque. Forse, paradossalmente, eravamo più liberi quando era lui a essere legato.






















