Ermanno Salvaterra: un’ispirazione senza fine

A Pinzolo ricordati i quarant’anni della prima salita invernale al Cerro Torre, Le sue imprese rimangono nella storia dell’alpinismo mondiale

Tentativi, nuove vie aperte, prime salite, ripetute. La vita degli alpinisti è costellata di anniversari e date importanti. Quella di Ermanno Salvaterra, alpinista e guida alpina di Pinzolo, lo è in modo particolare. Il suo nome e le sue imprese – dalle montagne di casa, in particolare le Dolomiti di Brenta che ha cominciato a frequentare da bambino, quando i genitori gestivano il rifugio XII Apostoli, al Cerro Torre, quell’incredibile pilastro in granito che lo ha affascinato, tra le vette del mondo, più di tutte – fanno parte della storia dell’alpinismo, una storia avventurosa, al limite del possibile, alimentata da una incondizionata passione “per ciò che sta in alto”, al confine con il cielo.

Pensare oggi alla storia alpinistica di Ermanno Salvaterra è pensare a una storia affascinante che parla prima di emozioni, illusioni e disillusioni, fatica, tenacia, tentativi riusciti e fallimenti, ricerca della bellezza di fronte alla maestosità della natura e nei piccoli gesti quotidiani, e poi di conquiste e di tecnica. Quella tra Salvaterra e il Cerro Torre, selvaggia Patagonia, è una storia d’amore iniziata nel 1982, sulle tracce di quanto avevano fatto, prima di lui, i suoi conterranei Cesare Maestri e Bruno Detassis. Arrivato “ai confini del mondo”, si lega per sempre a quei luoghi lontani fino a essere considerato, insieme all’alpinista italo-argentino Rolando Garibotti, il più grande conoscitore del Cerro Torre. Su questo difficilissimo pilastro granitico, Salvaterra è stato protagonista di numerose avventure e imprese: compiute, rimandate, sognate. Centotrenta le notti vissute appeso alle strapiombanti pareti verticali del Torre sferzate dal vento.

La prima volta” è stata nel 1982, lungo la “Via del compressore” con Elio Orlandi, ma il tempo, che là detta la legge più dura, costrinse la cordata alla rinuncia mentre è il 1983 l’anno i cui, con Maurizio Giarolli, raggiunse per la prima volta la cima. Del 1985 (con Andrea Sarchi, Paolo Caruso e Giarolli) è la prima salita invernale al Torre, rimanendo 11 giorni in parete. Nel 1995, con Piergiorgio Vidi e Roberto Manni c’è l’apertura di “Infinito sud” mentre nel 2005, con Rolando Garibotti e un giovanissimo Alessandro Beltrami, realizza la ripetuta della discussa impresa compiuta nel 1959 dalla cordata Egger-Maestri.

A poco più di due anni dalla tragica scomparsa, avvenuta il 18 agosto 2023 sul Campanile Alto del Brenta, Ermanno Salvaterra è stato ricordato nei mesi scorsi in due belle e sentite serate: la prima, ad agosto, a Madonna di Campiglio quando, in uno degli incontri del “Salotto delle guide” sono stati ricordati i trent’anni di “Infinito Sud”; la seconda, dal titolo “Quelli del Torre”, ad inizio ottobre, a Pinzolo, per ricordare i quarant’anni della prima salita invernale del Torre (per iniziativa dell’Amministrazione comunale in collaborazione con l’Azienda per il Turismo). Al centro dell’incontro la vetta patagonica che ha ammaliato più generazioni di alpinisti trentini, il Cerro Torre, e colui che, per le imprese compiute nella “terra del vento”, è stato definito “l’uomo del Torre”. L’occasione i quarant’anni dalla prima ascensione invernale del Cerro Torre, una grande impresa tornata alla ribalta proprio in questi giorni grazie all’incredibile prima invernale in solitaria realizzata dall’americano Colin Haley. Al Paladolomiti, per riannodare il filo con gli 11 giorni in cui rimasero in parete per finalizzare la prima salita invernale al Torre (1985), sono intervenuti i compagni di Salvaterra di allora: Maurizio Giarolli, Andrea Sarchi e Paolo Caruso.

L’incontro di ottobre è stata una bella opportunità per riportare la giusta attenzione sulla storia di un grande e originale alpinista che si chiama Ermanno Salvaterra. «In vetta – ha scritto in “Patagonia, il grande sogno” – ho raggiunto una parte di me. Qualcosa di mio che, in trent’anni di vita, non avevo potuto incontrare ma che mi aspettava lassù, a poco più di tremila metri di quota, da sempre».

IL LIBRO. È un libro per tutti, non solo per gli alpinisti e gli scalatori, e vorrei che per un minuto riusciste a immaginare cosa vuol dire stare su quella parete”. Così, nel 2021, Ermanno Salvaterra descriveva il suo libro “Patagonia. Il grande sogno” pubblicato da Mondadori Electa con sottotitolo “Io e il Cerro Torre: una passione ai confini del mondo”. Quasi un “testamento” nelle pagine del quale Ermanno racconta con cura le spedizioni compiute e svela il suo profondo legame con le montagne, e la Patagonia in particolare.

ERMANNO SALVATERRA HA DETTO

«Ho rinunciato spesso alla vetta, anche quando mancavano pochi metri. Perché la vera vetta è il viaggio, ogni sforzo fatto per arrivare, ogni gesto che ti ha portato fin lì».

«Che arte effimera l’arrampicata. Sparisce nell’istante stesso in cui la pratichi. Ci muoviamo, piccoli acrobati, nel cielo, in un paesaggio maestoso».

«Siamo stati sconfitti? Forse, ma non ha importanza. Abbiamo partecipato, e lo abbiamo fatto con tutti noi stessi. E ci siamo divertiti».

«“A stringere i denti”. Questo rispondo a chi mi domanda cosa mi ha insegnato la Patagonia. Può sembrare riduttivo, ma forse in questa risposta è contenuto tutto».

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