A Borgo Chiese una sala gremita per pensare al volto del Bene

Come si rappresenta ai giorni nostri? Qual è il suo aspetto?

Ci sono silenzi che dicono molto più delle parole. Venerdì pomeriggio, 7 agosto, nell’antico convento di Borgo Chiese, ce n’era uno particolare. Quello di una sala gremita di persone che ascoltavano. Un silenzio attento, quasi sospeso, mentre parole, immagini e opere d’arte ponevano una domanda tanto semplice da formulare quanto difficile da affrontare: come si rappresenta il bene?

È forse questa la domanda rimasta nell’aria al termine dell’incontro dedicato a “Gesù, l’Uomo del Bene”, organizzato nell’ambito della mostra allestita negli spazi del convento.

Un luogo che, già da solo, invita a rallentare il passo. Uno scrigno di storia, come è stato ricordato durante la serata, che ha attraversato secoli e vicende, dall’epoca napoleonica alle ferite delle guerre del Novecento. Mura che hanno visto passare generazioni e che, per una sera, hanno accolto un’altra storia: quella di un uomo vissuto oltre duemila anni fa e sul quale l’umanità continua ancora oggi a interrogarsi.

Ad aprire l’incontro è stato Giuliano Beltrami, presidente del Centro Studi Judicaria. E lo ha fatto scegliendo non un trattato, ma le parole delle canzoni. I versi di Francesco Guccini e Rino Gaetano hanno offerto il primo spunto per guardare all’uomo, alle sue contraddizioni, alle sue domande.

Poi lo sguardo si è spostato sui giovani e sul nostro presente, fino alle parole di Papa Leone XIV e a quell’invito a costruire una pace «disarmata e disarmante», ribadito anche nell’incontro con i giovani ad Assisi.

Parole che acquistano un peso particolare oggi, mentre le immagini delle guerre e delle sofferenze attraversano ogni giorno i nostri schermi.

Dopo il saluto di don Luigi Mezzi, anche a nome dei Cappuccini di Ala, proprietari del convento, è stata l’arte a ‘prendere la parola’.

Diciassette artisti, nessun Gesù uguale all’altro. Alessandro Togni, curatore della mostra, ha accompagnato il pubblico dentro il significato dell’esposizione. Perché ancora Gesù? Perché affidare proprio agli artisti il compito di raccontarlo?

Forse perché poche figure hanno attraversato la storia dell’arte e dell’umanità con la stessa forza. Da duemila anni il suo volto viene dipinto, scolpito, immaginato, trasformato. È entrato nelle grandi chiese e nei musei, ma anche nelle case più semplici.

La mostra ricorda anche questo attraverso quelle vecchie stampe del Sacro Cuore e della Sacra Famiglia che un tempo trovavano posto nelle camere da letto e sulle pareti delle nostre case. Immagini magari povere dal punto di vista economico, oggi talvolta ingiallite o deteriorate, ma ricchissime di memoria.

Davanti a quelle immagini hanno pregato madri e padri, nonni e bisnonni. Sono state testimoni silenziose di partenze, ritorni, paure e speranze. Accanto a esse, la mostra presenta le interpretazioni di diciassette artisti. Diciassette sensibilità e altrettanti modi di avvicinarsi alla stessa figura.

C’è il dolore. C’è la Croce. C’è la materia ferita. Ci sono il legno, la cera, i chiodi, la pittura, il tessuto. Ci sono luce e oscurità, realismo ed espressionismo, delicatezza e dramma.

E soprattutto non c’è un Gesù uguale all’altro.

Perché ogni artista, inevitabilmente, raccontando quel volto finisce per raccontare anche qualcosa di sé e del proprio tempo.

Così il dolore di Cristo può diventare il dolore dell’uomo di oggi. Le guerre, la violenza, i lager, le tragedie che continuano a segnare l’umanità entrano indirettamente nelle opere e dialogano con una sofferenza antica di duemila anni.

Ma non c’è soltanto dolore. Ci sono anche dolcezza, vicinanza, speranza.

E forse è proprio questa alternanza a rendere la mostra profondamente contemporanea.

Una mostra, però, non vive soltanto delle opere appese alle pareti e degli artisti che le hanno create. Vive anche del lavoro discreto di chi permette a quelle porte di rimanere aperte.

Accanto al Centro Studi Judicaria, al contributo economico del Comune di Borgo Chiese e della Cassa Rurale Adamello Giudicarie Valsabbia Paganella, un apporto logistico concreto è arrivato dal Gruppo Giulìs, con la vicepresidente Ernesta Butterini ed Efrem Ferrari, che hanno affiancato gli organizzatori nei turni di sorveglianza della Mostra. E poi c’è Cinzia Monfredini, che di questo antico convento è diventata, quasi naturalmente, la “custode”: una presenza che accompagna e si prende cura di un luogo un tempo abitato e gestito dai frati Cappuccini e che continua oggi ad accogliere persone, arte, cultura e memoria.

Una persona prima di una teoria

Poi prende la parola Leonardo Paris, professore ordinario di Teologia Dogmatica presso l’ISSR “Romano Guardini” di Trento. Il titolo del suo intervento è già un programma: “Una storia da raccontare. Parole e immagini per dire Gesù”.

E la sala ascolta. Al centro del cristianesimo, ricorda il teologo, c’è una persona.

Un’affermazione semplice, ma capace di cambiare la prospettiva. Perché una persona non si può racchiudere soltanto dentro una definizione. Una persona bisogna raccontarla.

Ed è quello che gli uomini fanno con Gesù da duemila anni.

Lo hanno raccontato con i Vangeli, con la pittura e la scultura, con le immagini devozionali. Poi sono arrivati la fotografia, il cinema, la televisione, le serie contemporanee. Ogni epoca ha cercato il proprio Gesù e, forse, ogni epoca ha finito per raccontare qualcosa di sé attraverso di lui.

In fondo, lo stesso Gesù era un narratore.

Parlava alla gente attraverso le parabole. Raccontava di un seminatore, di una donna samaritana, di uomini e donne incontrati lungo la strada. Storie semplici per avvicinare le persone a domande enormi.

Anche la teologia, allora, può passare attraverso un racconto.

E anche un’immagine può diventare una domanda.

Paris invita a osservare le opere della mostra da questa prospettiva. La Passione e la morte possiedono una forza visiva quasi immediata: una croce, un corpo, una ferita, dei chiodi.

Ma come si rappresenta la Risurrezione?

Qui tutto diventa più difficile. Perché l’artista deve dare forma a qualcosa che sembra andare oltre la forma stessa.

E il bene, che volto ha? Ed è a questo punto che mostra e conferenza sembrano incontrarsi definitivamente.

Possiamo rappresentare Gesù. Da duemila anni lo facciamo. Possiamo dipingerne il volto, scolpirne il corpo, raccontarne la nascita, la vita, la Passione e la morte.

Ma il titolo scelto per questa esposizione aggiunge due parole decisive: “uomo del bene”.

Ed ecco la difficoltà. Perché come si rappresenta il bene?

Ha bisogno di un volto? È una mano tesa? Una luce dentro il buio? Un corpo che soffre per un altro? Un gesto di misericordia? Oppure è qualcosa che nessuna pittura, nessuna scultura e nessuna immagine riescono davvero a contenere?

Forse la risposta non è appesa alle pareti del convento. Forse sta proprio nello spazio che rimane tra un’opera e chi la guarda. Nel pensiero che nasce davanti a un’immagine.

Nella domanda che ci portiamo dietro uscendo.

E forse anche in quel silenzio della sala gremita, mentre un teologo parlava di una storia iniziata duemila anni fa e che gli uomini non hanno ancora finito di raccontare.

Fuori dal convento rimane il nostro tempo, con le sue guerre, le sue paure e le sue contraddizioni.

Dentro, per una sera, diciassette artisti, tre relatori e tante persone hanno provato semplicemente a fermarsi davanti a una domanda. Non soltanto quale sia il volto di Gesù. Ma quale volto vogliamo dare, oggi, al bene?

Ultime notizie

Registrato a Carisolo un caso di Dengue, si disinfesta contro le zanzare

Cosa c’entra Caravaggio con i Baschenis?

Allerta per il caldo fino a domenica prossima

Calcio, Pieve di Bono e Comano si aggiudicano i Memorial