Nel 1904 e nel 1905 nacquero, rispettivamente, il Cedis e il Ceis, oggi realtà che garantiscono quotidianamente alle famiglie controllo a sostegno sulla produzione e i costi dell’energia.
Sono 120 anni di storia per i Consorzi elettrici

17 febbraio 1904: 96 soci di Storo, guidati da quell’animatore della cooperazione trentina che rispondeva al nome di monsignor Giacomo Regensburger, fondarono l’”Officina economico-industriale di Storo, con sede in Storo”. Ogni socio portava in dote dieci corone austriache. Il monsignore non era storese, ma faceva parte di quella schiera di uomini di chiesa che seppero interpretare lo spirito di emancipazione dei figli di una terra avara come quella trentina. Insieme a lui, davanti a lui, c’era don Lorenzo Guetti, che nelle Giudicarie Esteriori fece partire le prime Cooperative, destinate a trovare emuli in tutto il territorio provinciale.
Poco più di un anno dopo, il 14 maggio del 1905, ad una cinquantina di chilometri di distanza dal paesone del basso Chiese, a Tavodo (villaggio delle Giudicarie Esteriori, più precisamente del Banale) 120 soci costituirono il Consorzio elettrico industriale di Stenico.
Poco più di 120 anni dopo, i due Consorzi, insieme al Cep (Consorzio elettrico di Pozza di Fassa) sono gli eredi di un movimento gagliardo e continuano a produrre e vendere energia elettrica ai loro soci: in tutto più di 6.000 persone, pari più o meno ad un sesto degli abitanti delle Giudicarie e ad un quarto delle famiglie.
Sulle spalle le due aziende hanno una storia di sviluppo costante, non senza inciampi. Il tranello più pericoloso fu sistemato sul loro percorso all’inizio degli anni Sessanta, quando il governo italiano decise la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Erano gli anni in cui si andava veloci verso il boom economico, cercando di dimenticare i disastri ambientali e paesaggistici, nonché la tragedia dei morti della seconda guerra mondiale.
Le aziende (metalmeccaniche su tutte, ma anche degli altri settori) cercavano energia con l’affanno di chi cerca l’aria per respirare. Gli “elettrici” sguinzagliarono cercatori nelle valli grandi e piccole delle Alpi con l’obiettivo di chiuderle con le dighe per portare acqua alle centrali idroelettriche. Fu così che cambiò il volto di molte valli. Si pensi (per fare un esempio) alla valle di Daone, dove sparirono i pascoli e le pinete di malga Bissina e malga Boazzo per lasciare il posto a due bacini: Bissina, con la capacità di 60 milioni di metri cubi di acqua, Boazzo con poco meno di 13 milioni.
Erano tutti convinti che fosse uno sviluppo inarrestabile: energia elettrica per tutti, industrie, alberghi, famiglie. Poi arrivò lo schiaffone a rimettere tutti al loro posto. Era la sera del 9 ottobre 1963 quando una intera montagna piombò nel bacino artificiale del Vajont sollevando un mare d’acqua che si riversò sui paesi attorno e sommerse Longarone, nel Bellunese. Più di duemila morti. Come si dice in questi casi, fu il momento in cui la nazione italiana perse l’innocenza.
Il governo proseguì dritto sulla strada della nazionalizzazione, ma i Consorzi trentini non abboccarono, anzi, reagirono con l’appoggio dei loro rappresentanti politici. E la resistenza diede i suoi frutti: i Consorzi sono ancora qua, al servizio delle loro comunità.
PAROLA D’ORDINE: DIVERSIFICARE. Il core business dei due Consorzi giudicariesi è la produzione di energia con impianti idroelettrici. Guardando i numeri di allora e confrontandoli con quelli di oggi viene da sorridere. Basti pensare che nel 1907, due anni dopo la nascita, il Consorzio di Stenico attivò la prima centrale idroelettrica, di Ponte Pià, che utilizzava l’acqua del rio Bianco, aveva una potenza di 100 chilowatt e un costo di 245.500 corone austriache.
A Storo furono addirittura più rapidi: infatti già nell’anno della fondazione, con tempi che oggi, lascia perdere, fu realizzata la prima centrale. Nel 1935 arrivò la seconda, mentre negli anni ’60 (con l’industrializzazione della zona e la fame di energia che perseguitava le aziende) arrivò il terzo gruppo.
Ma ora siamo giunti nel terzo millennio. Fra preoccupati e negazionisti, qualche dato è chiaro: nevica sempre meno e sempre più tardi; i ghiacciai si stanno sciogliendo; l’acqua scarseggia. Tradotto: occorre aggiungere all’idroelettrico altre fonti, come l’energia solare e quella eolica (il vento). Così i nostri Consorzi si stanno muovendo in questa direzione. Il sole e il vento occorre cercarli dove ci sono: dove non ci sono le montagne a fare ombra e a chiudere le valli.
Parliamo prima del Consorzio di Stenico, presieduto da Dino Vaia, che ha annunciato la formalizzazione del contratto sottoscritto da Stenico e Pozza, lunedì 29 giugno 2026, per l’acquisizione delle quote di una delle due società veicolo proprietarie di due impianti fotovoltaici in Abruzzo. L’operazione, secondo una nota delle due Cooperative, «ha un valore complessivo di circa due milioni di euro e comprende un primo impianto da un megawatt di potenza già realizzato e operativo, oltre ad un secondo asset, sempre da un megawatt di potenza, attualmente in fase di costruzione».
L’operazione è stata condotta attraverso la società di scopo Ades Green Power srl, appositamente costituita per affrontare questo tipo di investimenti. «Si tratta del primo investimento delle due Cooperative – hanno spiegato i presidenti con parole al miele – in asset di generazione rinnovabile realizzati al di fuori del perimetro della propria rete di distribuzione tradizionale: un primo passo fondamentale all’interno di una più ampia strategia che punta a diversificare il portafoglio produttivo e a proiettare il modello di sostenibilità della cooperazione su scala nazionale».
Qualche informazione in più. Produzione prevista di due megawatt di potenza, pari ad una media stimata di 1.500 ore equivalenti annue; garanzia a pieno regime di una produzione di circa 3.000 megawattora all’anno, che tradotto significa 3 milioni di chilowattora di energia pulita. Che, una volta immessa in rete, sarà equivalente al fabbisogno elettrico annuale di oltre 1.100 famiglie, consentendo di evitare l’emissione in atmosfera di oltre 1.300 tonnellate di CO2 ogni anno.
Non sfuggirà che all’accordo non partecipa il terzo Consorzio: Storo. Il presidente Fausto Fiorile, nell’ultima Assemblea, a domanda ha risposto che non ci sono rotture, ma semplicemente la presa d’atto di una situazione: il Cedis si è mosso su più fronti prima, perciò è già impegnato.
IL CASO CEDIS. La storia del Consorzio elettrico di Storo è decisamente più complessa di quella dei cugini di Stenico. Intanto (lo diciamo per puro senso della completezza) all’inizio del terzo millennio si è lanciato nel progetto della fibra ottica, con un tempismo da pionieri, visto che il tema interessava al massimo le metropoli.
Era la primavera del 2002 quando il progetto di cablatura del territorio del Cedis ottenne una notorietà che andava ben oltre i confini del lago d’Idro. L’allora presidente Mauro Ferretti si guadagnò tre servizi sul Sole 24 ore, un comunicato dell’agenzia Reuter e telefonate di aziende italiane ed europee. «In aprile – disse allora Ferretti – abbiamo il calendario pieno perché un sacco di gente vuole venire a vedere».
L’entusiasmo non durò molto: nel 2007 se ne andò il direttore e si dimisero cinque consiglieri di amministrazione, perché il cablaggio rischiava di far crollare il Consorzio. Nel bilancio del 2005 il segno era rosso acceso: mezzo milione di euro di buco. Era solo l’antipasto. Cammin facendo il Consorzio acquistò un impianto fotovoltaico a Remedello, fra il Bresciano e il Mantovano, con un costo che molti soci giudicarono eccessivo.
Infine dai nuvoloni che da tempo si stavano addensando nel cielo del Cedis si scatenò la tempesta. Era il 2012 e la Provincia commissariò il Consorzio: tutti gli amministratori a casa con in testa il presidente Mauro Ferretti.
Due anni di commissario (il re dei commercialisti trentini Maurizio Postal) per rimettere in ordine i conti, poi ripartenza. Alla presidenza per nove anni, fino al 2023, Giorgio Rossi, ingegnere, dipendente dell’Enel in pensione.
Sotto la sua presidenza si ha (ci scusiamo per la battuta) l’ultima alzata di ingegno: l’acquisto, per poco meno di un milione e mezzo, della pala eolica a Monte Paone, provincia di Catanzaro, terra di Calabria. Come forse non era difficile immaginare (ma del senno di poi, come diceva il poeta, “son piene le fosse”) l’operazione non pare essere finita in gloria: infatti all’ultima Assemblea il presidente Fausno Fiorile (che è subentrato a Rossi nel 2023) ha parlato dell’idea di rivendere al venditore la pala. Si vedrà. In compenso anche il Cedis, superato il trauma dell’acquisto contestato di Remedello, ha continuato a dedicarsi al fotovoltaico.
Prima, per la verità, ha potenziato le sue fonti idroelettriche con l’acquisto della centralina dell’hotel Castel Lodron, della centrale in quel di Novara e della centrale della Mineraria Baritina, con annessi i capannoni della Idrosigma, fra Darzo e Storo. Tornando al fotovoltaico, insieme a Polytec (azienda del gruppo BM di Condino) inaugurerà (almeno secondo gli auspici espressi dal presidente) entro l’anno una centrale fotovoltaica ad Argenta (in provincia di Ferrara) capace di produrre qualcosa come sei milioni di chilowattora, dando una botta notevole alla produzione, che nel 2025 è calata.























