Claudio Marchiori propone una riflessione fra passato e presente: scrive per suscitare un sentimento che vada nella direzione della cooperazione.
Lettera alla redazione – Claudio Marchiori

Riceviamo e pubblichiamo volentieri una lettera di un nostro gentile lettore. Marchiori Claudio, di Saone:
La guerra civile nei Balcani scoppiata negli anni novanta del secolo scorso, fu un intreccio di conflitti, caratterizzati da rivendicazioni storiche, etniche, religiose e nazionalistiche.
Questo odio tribale di stampo medioevale, fatto di genocidi, saccheggi, stupri, massacri, come una maledizione si è riflesso sulle crisi delle epoche successive, dando luogo a odio razziale, nazionalismi, scontri con il mondo islamico, migrazioni.
Durante questi conflitti nella “polveriera d’Europa”, l’assedio di Sarajevo durato dal 1992 al 1996, vide i cittadini della capitale bosniaca sottoposti a privazioni d’ogni genere e tenuti sotto tiro dai cecchini dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia (VRS – Vojska Republike Srpske) responsabile nel 1995 anche della strage di Srebrenica, dove furono uccisi più di ottomila musulmani bosniaci.
Oggi, a trent’anni di distanza, un’inchiesta aperta dalla Procura milanese, cerca di far luce sull’esistenza di persone di diversa nazionalità, tra le quali anche italiani che tramite viaggi organizzati, in quell’epoca si sarebbero recati a Sarajevo per provare la cinica ebbrezza di sparare sui civili durante l’assedio.
A denunciare questi fatti è lo scrittore Ezio Gavazzeni, il quale dopo anni di ricerche, ha deciso di consegnare il dossier alla magistratura, mentre è recente la pubblicazione del suo libro “I cecchini del weekend”.
Nella torbida scia di tutte le guerre affiorano turpi episodi, compiuti in maniera abietta, in questo caso però, si supera qualsiasi tipo di perversione.
Nel 2022 uscì un documentario dal titolo “Sarajevo safari” che racconta di questo “turismo” di guerra, dove facoltosi uomini d’affari, venivano accompagnati sulle postazioni serbo-bosniache per sparare a bersagli umani, mentre il libro “I bastardi di Sarajevo” di Giacomo Scotti, uscito nel 2011, si inserisce nel filone storico-saggistico e del reportage, focalizzandosi proprio sugli orrori della guerra in Bosnia.
Durante la trasmissione di RaiTre “PresaDiretta”, testimoni hanno affermato che le vittime predilette da questi esseri erano i bambini, la cui tariffa, se venivano colpiti, era la più costosa (fino a cento milioni delle vecchie lire).
Come macabro souvenir, veniva consegnato al cecchino il bossolo del proiettile che li aveva colpiti (azzurro per i maschi e rosa per le femmine).
Udire o scrivere di queste atrocità, nonostante l’assuefazione per la dose quotidiana propinata dai media e i decenni trascorsi, si prova ugualmente un senso di nausea.
Se pensiamo che da allora, la stessa ferocia è andata perpetuando, dobbiamo prendere atto che questa brutalità primordiale ci ricaccia ai tempi della clava, essendosi incrinato quel patto sociale che differenzia l’uomo dalla belva.
In questa giungla tali depravazioni toccano l’acme, quando il concetto di esaltazione travalica i confini della logica e innesta un processo di disumanizzazione. Qualsiasi forma di umanità, dignità ed emozione viene cancellata e ogni forma di violenza viene perpetrata, giustificando nel contempo delitti, conflitti e genocidi.
Nella Divina Commedia (Inferno XII, 22-24) Dante usa una similitudine per descrivere la furia cieca del mostro (il Minotauro) che è paragonabile alla bestialità dei violenti: “E come quel toro che si slaccia in quella / c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale, / che gir non sa, ma qua e là saltella…”
La cultura della pace parte dal basso, promuovendo – in primis – il dialogo fra le diverse civiltà, abbandonando i pregiudizi che fomentano l’odio.
Sconfiggere la guerra significa passare dall’ ideologia del dominio, a quella della cooperazione. Questo è un processo lungo e complesso.
L’ottimismo ci induce a confidare in un colpo di scena, o qualche personalità di rilievo che possa favorire un cambio di rotta e schivare il baratro. Non si tratta dell’uomo della provvidenza (Dio ce ne scampi) ma di qualcuno che sappia usare anche il cervello e non solo le mani o la bocca.
Però un simile auspicio in questo momento storico, è pura utopia. Se guardiamo il materiale umano che tiene in pugno il destino dell’umanità, notiamo solamente incapaci, pazzoidi egocentrici, criminali, pervertiti e misogini.
Il paradigma dominante attuale, ossessivamente è orientato a esaltare la logica di guerra, con slogan che incitano la violenza. Il più delirante e citato è “si vis pacem, para bellum.” (Se vuoi la pace, prepara la guerra).
Con questa prospettiva, chi meglio del quadro “Guernica” di Pablo Picasso, può fungere da icona. Questo capolavoro di cubismo e surrealismo, rappresenta il bombardamento della città basca di Guernica da parte dell’aviazione nazi-fascista, durante la guerra civile spagnola ed è la più potente dichiarazione contro la guerra dell’arte moderna. Quel monocromatismo (uso esclusivo del bianco, nero e grigi) enfatizza il senso di morte e disperazione.
Questa è la guerra e ciò che rappresenta: il ritorno agli istinti primordiali, vanificando l’aspirazione e le conquiste dell’uomo per il progresso civile.






















