Ketty Pellizzari, Enaip Tione: “Ai giovani dico di avere il coraggio di mettersi in gioco”

A un mese dall’inizio del nuovo anno scolastico, la direttrice CFP ENAIP di Tione guarda al futuro dei suoi studenti

É passato più di un mese dal suono della prima campanella, uno sguardo sul nuovo anno scolastico e sul mondo del lavoro al di fuori del persorso scolastico, giunge dalla direttrice del Centro di Formazione Professionale ENAIP di Tione, Ketty Pellizzari.

Le scuole professionali hanno un forte legame con il mondo del lavoro, quanto è difficile e come si fa a stare al passo nella proposta didattica con un mondo del lavoro che cambia molto più velocemente rispetto al passato?

Per una scuola professionale il rapporto con il mondo del lavoro non è un elemento accessorio, ma parte della sua identità. Il CFP ENAIP di Tione opera nel territorio giudicariese, dove le competenze richieste sono concrete e legate ai bisogni di imprese e strutture ricettive.

Oggi stare al passo è più difficile rispetto al passato: cambiano rapidamente tecnologie, aspettative dei clienti, organizzazione delle aziende e competenze trasversali richieste ai ragazzi. Non basta più insegnare un mestiere in senso tradizionale. Occorre costruire competenze tecniche solide, ma anche capacità di adattamento, autonomia, responsabilità e comunicazione.

La difficoltà sta nel fatto che la scuola ha tempi educativi, progettuali e organizzativi che non sempre coincidono con la velocità del mondo del lavoro. Tuttavia, non deve rincorrere ogni cambiamento in modo affannoso, ma imparare a leggerlo e a trasformarlo in proposta formativa. Per riuscirci servono un dialogo continuo con territorio e aziende e, insieme, una riflessione interna su metodologie didattiche, coerenza delle valutazioni e strumenti per accompagnare ogni studente.Stare al passo significa quindi costruire un percorso integrato, in cui aula, laboratorio ed esperienze esterne siano parti coerenti di un unico progetto educativo e professionale, ricordando sempre che si formano persone prima ancora che lavoratori.

Dal punto di vista dell’organizzazione scolastica il prossimo anno porterà delle novità nell’istituto che dirige?

Il prossimo anno sarà un anno di consolidamento e miglioramento. Veniamo da un anno intenso e positivo, nel quale il Centro è stato presente sul territorio e ha offerto agli studenti occasioni per crescere, sperimentarsi e mettersi alla prova. Il bilancio ci consegna però alcune priorità chiare.

Dal punto di vista organizzativo, intendiamo rendere sempre più condivise e coerenti le pratiche didattiche e valutative. In una scuola professionale convivono area culturale, area tecnico-professionale, laboratorio, tirocini, attività esterne e progetti educativi. La sfida è evitare che procedano separatamente, significa progettare meglio insieme, definire obiettivi comuni, accompagnare gli studenti con maggiore continuità e rendere più chiaro il percorso anche alle famiglie.

Ci sarà poi una forte attenzione alla dimensione educativa e relazionale. I progetti su salute, cittadinanza, prevenzione del bullismo, rappresentanza studentesca e peer education hanno migliorato il clima scolastico e il senso di appartenenza. Vorrei che questa dimensione diventasse sempre più parte integrante della nostra organizzazione, qui non si lavora solo sulle competenze tecniche, ma si accompagnano ragazzi e ragazze in una fase delicata della loro crescita.

Le novità, quindi, non saranno solo nuove attività, ma soprattutto un modo più ordinato e condiviso di lavorare. Una scuola migliora quando dà continuità alle buone pratiche, impara dall’esperienza e ha il coraggio di guardare anche agli aspetti più fragili.

Il settore alberghiero e il turismo delle Giudicarie: quanto sono realmente in sintonia? E cosa si può fare per rafforzare questo legame?

Il settore alberghiero e il turismo delle Giudicarie hanno molti punti di contatto, ma credo che il loro rapporto possa essere ancora rafforzato. Le Giudicarie sono un territorio con ambienti naturali importanti, strutture ricettive, ristorazione, eventi e una vocazione turistica che sta ancora crescendo.

La scuola può avere un ruolo proprio in questa crescita. La nostra scuola non forma studenti in astratto, li forma dentro un territorio. Questo significa che il percorso alberghiero deve aiutare i ragazzi a conoscere non solo le tecniche di cucina, sala o accoglienza, ma anche il contesto in cui queste competenze verranno utilizzate. Un giovane che lavora nell’ospitalità nelle Giudicarie deve saper leggere il territorio, raccontarlo e valorizzarne i prodotti.

Credo che la sintonia tra scuola, settore alberghiero e turismo cresca quando si moltiplicano le occasioni di incontro reale. Penso ai tirocini, alle collaborazioni con le aziende, agli eventi e alle esperienze professionalizzanti che hanno coinvolto i nostri studenti durante l’anno.

C’è però una criticità che va riconosciuta con onestà, in particolare rispetto al percorso sala bar. È un ambito essenziale per l’alberghiero e il turismo, ma non sempre viene percepito in tutto il suo valore. Ragazzi e famiglie talvolta lo considerano meno attrattivo, quasi un ripiego o associandolo alla fatica e a prospettive professionali poco chiare. Anche le strutture ricettive rischiano, in alcuni casi, di cercare più un supporto operativo immediato che una professionalità da far crescere nel tempo. È un tema delicato, da affrontare in modo costruttivo, perché la qualità dell’accoglienza dipende anche dal servizio, dalla relazione con il cliente e dalla capacità di raccontare un piatto.

La riforma provinciale della formazione professionale, con il progressivo passaggio al modello “2+2”, sembra andare proprio in questa direzione: rafforzare l’identità professionale degli studenti, dare continuità ai percorsi e sviluppare competenze tecniche e trasversali. Per sala bar significa superare una visione riduttiva e valorizzarne la dimensione relazionale, organizzativa e comunicativa. Non significa semplicemente “servire ai tavoli”, ma saper accogliere, ascoltare, proporre, gestire situazioni diverse e contribuire alla qualità dell’esperienza turistica.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il mondo del lavoro. Come pensa di integrare questa sfida nell’offerta formativa? 

L’intelligenza artificiale è una delle grandi sfide della scuola. Va affrontata con equilibrio, senza entusiasmo superficiale né paura, perché sta già cambiando lavoro e comunicazione. La scuola deve aiutare i ragazzi a capire che questi strumenti non sostituiscono pensiero, competenza e responsabilità personale.

Nel nostro Centro il tema si inserisce in un percorso digitale già avviato da qualche anno: la disciplina “Laboratorio Digitale” nel biennio non è solo alfabetizzazione informatica, ma una palestra per usare gli strumenti consapevolmente.

L’IA può entrare nella didattica attraverso compiti concreti e legati alla dimensione professionale, come confrontare informazioni, preparare presentazioni, progettare schede prodotto o analizzare un processo di lavoro. Queste attività contribuiscono allo sviluppo e alla valutazione della competenza digitale, che viene attestata al termine del percorso triennale.

Il punto centrale resta educativo. L’IA è una risorsa solo se usata con spirito critico, verificando le fonti, scegliendo lo strumento adatto e assumendosi la responsabilità del risultato. Anche l’attestazione della competenza digitale, ottenuta al termine del nostro terzo anno, rende visibili apprendimenti reali e utili nella transizione al lavoro. La scuola professionale parte da situazioni concrete: dobbiamo far capire ai ragazzi che il futuro non premierà chi usa l’IA automaticamente, ma chi saprà unire competenza professionale, intelligenza umana, creatività e responsabilità.

Qual è il consiglio più importante che si sente di dare ai suoi studenti in vista del loro futuro, dentro e fuori la scuola?

Il consiglio che mi sento di dare ai nostri studenti è di non avere fretta di definirsi, ma di avere il coraggio di mettersi in gioco. Molti ragazzi arrivano a scuola pensando di non essere abbastanza capaci, oppure portandosi dietro esperienze scolastiche faticose. A volte hanno bisogno prima di tutto di ritrovare fiducia in sé stessi. La nostra scuola può fare molto in questo senso, perché permette di imparare anche attraverso il fare.

Vorrei dire loro che il futuro non si costruisce solo con le competenze tecniche, ma anche attraverso il modo di stare con gli altri: rispettare gli impegni, collaborare, comunicare, chiedere aiuto e non arrendersi alle prime difficoltà. Per questo sono importanti i percorsi sulla cittadinanza, sulla salute, sulla prevenzione del bullismo e sulla rappresentanza, che aiutano i ragazzi a diventare persone più consapevoli, non solo studenti più preparati. Dentro e fuori la scuola, il mio consiglio è quindi di restare aperti e affidabili: aperti, perché il mondo cambia e bisogna continuare a imparare; affidabili, perché nel lavoro e nella vita fanno la differenza l’impegno, il rispetto e la capacità di mantenere la parola data. Le competenze si affinano, gli errori si correggono e le strade possono cambiare, ma è l’atteggiamento con cui si affrontano le cose a fare davvero la differenza.

E infine direi loro di non pensare mai che il percorso professionale sia una strada minore. È una strada concreta, impegnativa, dignitosa e piena di possibilità. Se vissuta bene, può aprire futuro, autonomia e soddisfazione personale.

 

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