Dagli esordi del progetto ai referendum per eliminare la presenza degli orsi: l’involuzione di di Life ursus e del dialogo.
Grandi carnivori, posizioni sempre più lontane

Dal sogno all’incubo. È la traversata nel deserto compiuta dall’orso bruno sulle montagne del Parco naturale Adamello Brenta.
Chi non ricorda gli esordi del progetto “Life ursus”, quando vennero catturati, messi sui camion e portati sulle montagne trentine alcuni esemplari di orso con l’obiettivo di ripopolare un territorio, indiscutibilmente abitato dai plantigradi? Arrivavano le tivù nazionali a cercare di seguire gli eredi di Yoghi. Per non parlare dei turisti, che riprendevano la mamma con i cuccioli vicino alle piste di Campiglio.
Poi, come si dice, il tempo passa e i cuccioli crescono; si riproducono e generano altri cuccioli. All’improvviso ci si rende conto che la situazione sta scappando di mano. Ad un certo punto ci sono esemplari che danno l’assalto alle stalle ed alle malghe in quota. Gli abitanti delle valli cominciano ad agitarsi, e non c’è di peggio per la classe politica che vedere l’agitazione dei propri elettori.
Il punto di non ritorno nell’umore dell’opinione pubblica si verifica la sera del 5 aprile del 2023 sulle montagne della val di Sole. Un giovane, Andrea Papi, sta facendo jogging, quando, lungo il sentiero, finisce dritto dritto in bocca all’orsa con i cuccioli. La quale reagisce come fanno tutte le madri di animali che temono per i loro cuccioli: aggredisce il ragazzo e lo uccide.
Eccoci passati dal sogno all’incubo. Ne nasce una campagna anti orso che passa attraverso l’organizzazione di consultazioni popolari con l’intento di convincere le autorità provinciali a prendere provvedimenti. Tradotto: a togliere dai piedi più orsi possibili. La Provincia, dal canto suo, emana la legge che prevede l’uccisione di un massimo di otto esemplari problematici all’anno. L’assessore Roberto Failoni, nel 2023, aveva chiesto che accanto al turismo gli fosse affidata la delega dei grandi carnivori nella convinzione di poter fare di più rispetto a prima. In realtà (sia detto crudamente) la Provincia è accusata da più parti di aver delegato la soluzione del problema grandi carnivori ai bracconieri.
IL PARCO ADAMELLO BRENTA. Nella tempesta scatenata da politici, giornali e gente comune, in cui è prevalso lo scontro fra tifoserie, incondizionatamente contrarie o favorevoli ai grandi predatori, l’Ente Parco per almeno due anni è finito al centro degli attacchi, ma occorre dire che si è comportato con un equilibrio invidiabile, parlando sempre di ricerca scientifica e di comunicazione, tenendosi lontano dai toni truculenti di molti amministratori pubblici.
Nel mese di gennaio del 2026 proprio l’Ente con sede a Strembo ha convocato un incontro pubblico per spiegare che fra il 2023 e il 2024 ha affidato ai professori di due università (Venezia e Sassari) delle ricerche sociologiche con tanto di indagini fra la gente per sondare il “sentiment” dell’opinione pubblica rispetto ai grandi carnivori.
Non si può dire che ne esca un quadro univoco. Se il Parco offre un’immagine quasi idilliaca, altri hanno usato la mannaia. Ma mettiamo gli elementi in fila.
Il progetto è stato definito “pionieristico” dal Parco, perché ha visto come protagonisti studiosi di scienze umane, in particolare di antropologia e sociologia, anziché, come quasi sempre, esperti della sfera animale.
I risultati della ricerca sono stati illustrati dagli antropologi Roberta Raffaetà, Nicola Martellozzo e Gabriele Orlandi, e dal sociologo Andrea Vargiu.
Non serve sottolineare che nel report di chi ha commissionato la ricerca colpiscono i toni concilianti, là dove si scrive che esiste una “propensione ad accettare la complessità della convivenza fra comunità e grandi carnivori maggiore di quella che ci si potrebbe attendere”. Andando oltre, “a fronte della netta polarizzazione che emerge di solito sui media, fra chi vuole a tutti i costi l’orso e il lupo e chi li rifiuta nettamente, la maggioranza delle persone esprime in realtà posizioni più sfumate. A prevalere è la moderazione e la volontà di conoscere, di capire di più, di contribuire con idee ed esperienze, di avere più voce in capitolo nei processi decisionali. Essenziale, quindi, insistere sul versante del coinvolgimento, della comunicazione e dell’educazione ambientale”.
E uno obietta: “Sarà vero, ma le consultazioni popolari fra il 2024 e il 2025 hanno dato esisti plebiscitariamente avversi alla presenza dell’orso e del lupo”.
LA RICERCA IN PILLOLE. La presenza di due antropologi sul territorio è durata circa 20 mesi, con l’effettuazione di 86 interviste semi-strutturate, più una cinquantina di interviste informali. Sono state raccolte oltre 2.300 risposte complessive, sommando il questionario online con quello statistico. Da aggiungere 4 focus group condotti in Rendena più 5 eventi/incontri nelle altre valli. Sono state visitate 22 malghe in Rendena, più 6 fuori dalla valle, durante le stagioni d’alpeggio 2023-2024. Infine c’è la mole di lavoro “social network analysis di comunità digitale” su Facebook, con l’ascolto di circa 200.000 utenti.
La parte antropologica della ricerca è stata condotta soprattutto attraverso mesi di presenza sul territorio e un’ampia serie di interviste realizzate dai ricercatori nel territorio del Parco fra il giugno 2023 e il giugno 2025. Con il coordinamento della prof. Roberta Raffaetà, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, gli antropologi Martellozzo e Orlandi si sono immersi nella vita delle comunità, osservando e partecipando al lavoro (fondamentale soprattutto per chi svolge attività legate alla montagna), nonché ai momenti quotidiani e ricreativi (feste, filodrammatiche, corali e così via). In tal modo hanno raccolto via via le opinioni delle persone”.
LE VOCI DELLA CRITICA. Dopo l’aggressione dell’aprile 2023 è nato un Comitato in memoria di Andrea Papi, che ha promosso (grazie a relazioni sui vari territori) le consultazioni, in vero con risultati alterni di partecipazione, ché rispetto ai risultati nessuno poneva dubbi.
Dopo la presentazione in grande stile della ricerca sociologica voluta dal Parco, il Comitato ha alzato le barricate, dichiarando che, tanto per cambiare, l’Ente presieduto da Walter Ferrazza ha voluto continuare con il “dogma della convivenza con gli orsi sulle nostre montagne”, e ammonendo che “non c’era bisogno di questo teatrino autoreferenziale allestito a spese dei cittadini—contribuenti per sapere cosa pensa la popolazione locale della presenza di orsi e lupi a casa loro”. Inevitabile il riferimento alla partecipazione popolare alle consultazioni, “nate su impulso del nostro Comitato e delle nostre attività. E i risultati sono certificati da enti locali riconosciuti quali sono le Comunità di Valle”.
Ben sei quelle in cui si sono svolte le consultazioni. Non può mancare quindi il riferimento al risultato perentorio: “45.278 persone hanno risposto che la presenza di orsi e lupi è un grave pericolo per la sicurezza pubblica e un danno per l’economia e la salvaguardia di usi, costumi e tradizioni locali, cioè per la possibilità di vivere in montagna come abbiamo sempre fatto”.
Se azzardi che il risultato del Parco è scientifico, ti sentirai rispondere: “Sono state chiamate le scienze per mettere in soggezione chi la pensa in maniera diversa”.
Insomma, non viene usato il termine plagio, ma ci si va molto vicino. Un altro argomento viene sfiorato: il costo della ricerca. Come dire? Soldi gettati nella Sarca.
L’impressione finale è che la lancetta non sia ancora puntata sull’ora del dialogo.






















