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Buon Natale 2014
Scritto da Adelino Amistadi   
Domenica 14 Dicembre 2014 07:50

 

Buon Natale, Buon anno. Il periodo natalizio è uno dei pochi periodi che ancora mi coinvolgono, nonostante l’età. Mi piace ricordare i tempi della mia fanciullezza. Il solito nostalgico, lo so. Sarà anche la solita tiritera di tutti gli anni, ma io la trovo sempre emozionante e vorrei che il Natale non passasse mai. Il presepe è sempre il presepe. Ma il presepe fatto dai poveri è tutta un’altra cosa. Lo si faceva con il cuore, con l’eccitazione di far qualcosa d’importante e di doveroso. Si strappava il muschio alla natura, pieno d’aromi di bosco, la capanna era di legno di nocciolo costruita a mano dal nonno durante le lunghe serate autunnali, laghi e laghetti consistevano in pezzi di specchio rotto debitamente sistemati. 

Alla costruzione del presepio partecipavano un po’ tutti: genitori, bambini, suoceri e anche qualche intruso. La povertà dei mezzi arricchiva la fantasia e ognuno metteva in atto il proprio talento, così scattavano idee che lasciavano a bocca aperta, segno di intelligenza e di passione.

Alla fine il presepe risultava come un pianoro verde, tutto rivolto verso la capanna, disseminato di pecorelle mezze scassate e pastori impegnati in mille attività, ce n’era uno che suonava la fisarmonica, uno che suonava la zampogna, uno che tagliava la legna, lavori improbabili per quei tempi, ma a me piacevano così e con loro sognavo d’essere coinvolto, magari come cane pastore. In un canto ci mettevamo anche un alberello d’abete, di solito malandato e rubato in qualche bosco del comune, dove brillavano quattro bocce, qualche candela agganciata ai rami, due bamboccini fatti dalla nonna, e quattro mele legate dallo spago. “A Natale si festeggia Gesù Bambino...l’albero centra poco o niente!” Così si giustificava la mamma quando le facevamo notare la pochezza dell’albero rispetto alla solennità del presepe. Di regali non se ne parlava, ci aveva già pensato santa Lucia qualche settimana prima a portarci in dono le solite calze di lana, quattro mandarini, carrube e qualche caramella.

Eppure era quello il tempo della serenità, le bestie erano in stalla asciutte e provvedevano al riscaldamento dei filò, il paese era di solito imbiancato dalla neve, il silenzio regnava nelle vie e nelle piazze, si respirava un’aria eterea che ti portava a viaggiare fra le nuvole, i rintocchi delle campane che segnavano le ore erano gli unici suoni che ci riportavano sulla terra.

A quel tempo avevo tanti amici. Al mio paese ogni famiglia aveva almeno tre figli. A volte anche sei o sette. Partitelle di calcio nel prato del parroco, palla prigioniera, punto mio, erano i giochi di tutti giorni, estate ed inverno. Al freddo non si faceva gran caso, con le mutande di lana che grattavano, flanelle e maglioni, sopportavamo ogni intemperia, sempre rigorosamente con le “braghe” corte. Gli amici si andavano a chiamare a casa e a volte ci si fermava lì ad aspettare che finissero di mangiare o fare i compiti, prima di precipitarsi fuori a giocare. In strada non c’erano pericoli e ci sentivamo padroni del mondo. I genitori ci vedevano arrivare alla sera senza averci mai dovuto chiamare con il cellulare che allora non esisteva, erano tranquilli perché sapevano di poter contare sul nostro senso di responsabilità e su quello dei ragazzi più grandi. Erano altri tempi, era un altro Natale. E poi tutti a Messa. Il giorno di Natale ci vestivamo con quel poco di bello che avevamo e tutti insieme, tutta la famiglia, ci recavamo alla S. Messa compunti e devoti ad attendere la nascita del Signore, e quando a fine Messa, il sacrestano metteva in bella mostra sull’altare un bambinello cicciotello e sorridente, ci si riempiva il cuore di soddisfazione, ci sembrava davvero di aver partecipato al parto di Maria, ne eravamo tutti emozionati ed eravamo disponibili per i migliori propositi. In quel periodo eravamo tutti più buoni. Anche mio zio evitava di darmi le solite “bargnocole” che lo divertivano tanto, ma che a me facevano un male cane. Quello era il nostro Natale, fatto di povertà, ma anche di amore e sentimenti che ti segnavano per tutto l’anno.

 

Adesso le cose sono cambiate, il Natale, un po’ alla volta, ha perso il senso mistico e religioso che tanto ci affascinava, a causa del diffuso benessere e dell’esasperato consumismo che hanno cambiato il mondo. Ho l’impressione che la magia del Natale, oggi,  resti, seppur per poco, solo nel cuore dei bambini. Le tradizioni stanno affievolendosi anche nei nostri piccoli paesi, e non è raro che il giorno di Natale la gente vada ad un centro commerciale o a fare un giro, cose che fino a qualche tempo fa erano impensabili. Ormai il Natale è diventato un monumento al consumismo. S’è persino persa la tradizione del presepio. Oggi, nelle nostre case, si sfoggiano alberi di Natale, si fa per dire, giganti. Illuminati giorno e notte da mille luci colorate che sembra di essere a Hollywood, lampadine che sembrano meloni, che quasi danno fastidio. Per guardarlo occorrono gli occhiali da sole. L’albero non perde un ago, è fatto di misera plastica e costa anche parecchio. Ormai il mondo è mezzo di plastica, ci puoi comprare di tutto. Ma il presepe di solito non c’è. E quando c’è, è raggomitolato laggiù, accanto al tronco dell’albero, con una capannina schizzata, con dentro striminzite statuine, un bambino Gesù che neanche si vede, e nient’altro, un piccolo contentino alla nonna, vecchia come il cucco, che ogni anno insiste con quel benedetto presepio. I bambini più emancipati il presepio l’hanno dimenticato in fretta. Ormai è stato spiazzato da quel pupazzo bianco e rosso che chiamano Babbo Natale, ma che con il Natale non c’entra nulla. Dicono che porti i regali, i doni di Natale (?), ma a me sembra tutta un’invenzione di commercianti di poco scrupolo, che hanno subordinato ai propri interessi una antica e bella leggenda della Lapponia. Ormai abbiamo perso la poesia e il gusto del Natale, la fede è stata sostituita dai beni di consumo, con l’illusione che si possa comprare anche la felicità. Cerchiamo nei centri commerciali la gioia effimera, passeggera, riempiendo il carrello di cose inutili. Ci piace tutto del Natale, ma abbiamo sloggiato Gesù Bambino, non pensiamo più al senso vero della natività. Nonostante l’amarezza, rimango comunque dell’idea che il tempo migliore non è quello passato, caso mai dobbiamo usare il passato per vivere meglio il presente e migliorare il futuro.

D’altronde il Natale può riprendere valore, per laici e cattolici, se segna un momento di riflessione per una rinascita personale e complessiva dell’intera comunità. Per aiutarci ad abbandonare vecchie scorie del passato e cercare una vita di maggiore sostanza e sobrietà negli stili e negli affetti. Non lasciamo quindi che la sfiducia e lo sconforto uccidano i nostri sogni, le nostre speranze, proteggiamo il nostro piccolo mondo da ogni falsa intromissione, torneremo ad aspettare il Natale con ansia e col trasporto dei sensi  quale momento rassicurante della nostra vita. Diceva in uno scritto Madre Teresa di Calcutta: “E’ Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi una mano. E’ Natale ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare l’altro. E’ Natale ogni volta che non accetti i principi che relegano gli oppressi ai margini della società. E’ Natale ogni volta che speri in quelli che disperano nella povertà. E’ Natale ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza. E’ Natale ogni volta che permetti al Signore di rinascere per donarlo agli altri”. Dopo queste parole c’è solo da meditare, e per non disturbare aggiungo sottovoce gli auguri più cari a tutta la nostra gente, a chi soffre, a chi è solo, a chi è lontano e a tutti i nostri lettori, Buon Natale!