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Riappropriamoci del sogno europeo
Scritto da Paolo Magagnotti   
Lunedì 12 Maggio 2014 06:25

L’avvio del processo di integrazione europea, avviato dopo due guerre mondiali scoppiate nel cuore del Vecchio Continente, è stato salutato con entusiasmo dagli europei.

Un entusiasmo che li ha visti sognare un futuro di pace. Il sogno non è stato un’illusione: da quel lontano 9 maggio 1950, quando il ministro degli Esteri francese Robert Schuman ha proposto una collaborazione franco-tedesca aperta ad altri Stati, fino ad oggi siamo vissuti in pace, con Francia e Germania, due Paesi che erano sempre in guerra, divenuti motore del processo di unificazione in Europa. Oltre alla pace, che da sola sarebbe sufficiente per giustificare il successo del progetto europeo, l’Europa che ora viviamo nell’Unione Europea ha promosso un benessere che solo chi è miope o in malafede non può riconoscere.

Non è stato certamente un cammino facile. Si è trattato di non semplici rinunce a sovranità nazionali per trasferire poteri dagli Stati centrali alle Istituzioni europee. È stato necessario trovare faticosi compromessi per portare all’unità diversità spesso molto profonde, radicate in secoli di storia.

Vi sono stati momenti in cui questo processo sembrava doversi arrestare per incapacità di convergenza su obiettivi comuni. Negli anni Settanta sembrava che la Comunità europea fosse prossima alla morte, con un continuo rinvio di “vertici” che non lasciava presagire un futuro di unità. Invece non è andata cosi’, e ce l’abbiamo fatta. Ora l’Unione Europea, nata a Parigi il 18 aprile 1951 con la firma da parte di sei Paesi, fra cui l’Italia del trentino Alcide De Gasperi, del trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone dell’Acciaio(CECA), è divenuta grande e vi partecipano 28 Stati, che, assieme, contano mezzo miliardo di cittadini.

 

Nel corso dei decenni trascorsi gli europei hanno avuto percezioni talvolta oscillanti del processo di unificazione. Le Istituzioni chiamate a portare avanti accordi e processi per far crescere l’unità europea non sono sempre state vicine ai propri cittadini; rinchiuse nei palazzi di Bruxelles, Strasburgo e Lussemburgo non sempre sono uscite fra la gente per farla sentire e renderla partecipe delle loro decisioni. Tuttavia, pur in presenza di quello che è stato chiamato “deficit democratico”, carenza purtroppo tutt’ora presente, vi sono stati molti risultati positivi. Talvolta possiamo dire che questo o quel settore non ha avuto ciò che si aspettava, e forse meritava. Ma sarebbe ingeneroso valutare solo ciò che ci interessa direttamente, senza ricononoscere i grandi benefici avuti. Talvolta valutiamo e diamo importanza solo a ciò che lo spirito dell’egoismo, che pullula nelle vene di tutti noi, ci suggerisce essere vantaggioso in termini diretti per noi.

E’ il quadro d’insieme che dobbiamo considerare e analizzare. Troppo spesso, forse, apprezziamo solo progetti e programmi che fanno giungere mezzi finanziari nelle “nostre” tasche, sia in termini diretti sia come riflesso di benefici accordati alla comunità di cui facciamo parte, come può essere per noi la realtà provinciale. A parte i notevolissimi vantaggi che anche il Trentino ha avuto in termini di contributi finanziari - consideriamo ad esempio alle opere realizzate grazie al “Piano verde” per l’agricoltura ed ai Fondi strutturali europei in generale - pensiamo alla libera circolazione di beni, persone, servizi e capitali.

Qualcuno potrebbe dire che le aperture dei confini hanno portato in casa nostra concorrenti che ci disturbano e creano difficoltà. E’ vero, la concorrenza è una politica voluta e sostenuta dall’Unione europea. Tale politica, tuttavia, è stata promossa per contenere i prezzi e migliorare i servizi; insomma per avvantaggiare i consumatori. Al tempo stesso, tuttavia, l’Unione Europea mette a disposizione di chi voglia impegnarsi e ne abbia i requisiti, strumenti di varia natura, suprattutto mezzi finanziari e regole per consentire alle imprese di essere competitive.

È certamente necessario impegnarsi ed attrezzarsi adeguatamente, sia culturalmente, soprattutto con la conoscenza delle lingue, sia professionalmente, per essere preparati nel reggere alla concorrenza. D’altra parte sono i processi di globalizzazione e di interdipendenza che nessuno può arrestare ad imporre nuovi modi e modelli di vita e di lavoro. Di fronte alle sfide di oggi e di domani solo un’Europa unita e non certo la chiusura degli Stati nazionali potrà esserci di aiuto per reggere agli urti di una sempre piu’ agguerrita ed inarrestabile competizione sui mercati. Lo stesso Euro va iscritto nelle liste dei successi dell’Unioine Europea. Il fatto che con la sua introduzione vi sia stata una lievitazione dei prezzi non è colpa della moneta unica europea. Responsabilità vanno attribuite semmai ad una mancata azione governativa in termini di controlli consentti anche nell’ambito di un libero mercato e l’assenza, gravemente responsabile, di una incisiva campagna informativa e di sensibilizzazione. Vi sono veramente meccanismi economici che non potevano essere del tutto controllati, ma chi oggi, anche in Italia, auspica l’uscita dall’Euro per ritornare alla Lira lo fa senza competenza o con irresponsabile malafede per fini populistico-elettorali.

 

Le prossime elezioni del Parlamento Europeo, che viene eletto a suffragio universale diretto dal 1979, avranno un’importanza di gran lunga maggiore rispetto alle precedenti tornate elettorali per il futuro dell’Unione. Di grande importanza è già il fatto che per la prima volta l’esito elettorale indichi chi sarà il prossimo presidente della Commissione Europea, motore dell’Unione e unica Istituzione che può presentare proposte legislative che per essere approvate devono ottenere il voto positivo sia del Parlamento sia del Consiglio dell’Unione, il quale si compone di un rappresentante per ogni Governo degli Stati membri.

Tenuto presente che, pur avendo il Parlamento forti poteri, sono i Governi nazionali con le loro maggioranze parlamentari che in ultima analisi decidono l’avanzamento o meno del processo di integrazione europea, un esito elettorale segnato da scarsa afflunenza al voto o da un significativo consenso a forze politiche euroscettiche (o addirittura favorevoli ad un destino “titanic” dell’Unione), avrebbe una precisa influenza sulle stesse posizione governative nei confronti del progetto europeo. Purtroppo sono lontani i tempi in cui, grandi statisti come De Gasperi, nel loro agire politico pensavano piu’ alle future generazioni che alle elezioni. Anche questo deve essere tenuto presente nell’andare al voto. Purtroppo la disaffezione nei confronti del progetto europeo, complice anche la crisi economica e finanziaria, registra oggi i minimi  storici. Per evitare di compromettere risultati di unità di popoli che non hanno pari nella storia dell’universo, serve un nuovo scatto di orgoglio e di fiducia. Anche se difficile da chiedere nella presente situazione, si tratta di un imperativo per evitare il peggio.

Solo una robusta Unione Europea potrà confrontarsi con i nuovi scenari di geopolitica mondiale che hanno negli eventi ucraini e nello spostamento verso il Pacifico del centro di interessi economici del nostro Pianeta segni inequivocabili dei cambiamenti epocali in corso.

Le pur pesanti difficoltà dei difficili tempi che stiamo attraversando potranno essere superate essendo uniti in una Europa  forte e non rifugiandoci sulle sempre piu’ deboli piattaforme nazionali. Quella che noi europei stiamo attraversando è una fase storica nella quale può essere deciso il nostro futuro nel Vecchio Continente e nel mondo. Non dobbiamo scoraggiarci ed ascoltare le cassandre. Cerchiamo invece di riappropriarci del sogno europeo.