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Buon Natale dal Saltaro e dai suoi sodali
Scritto da Administrator   
Mercoledì 11 Dicembre 2013 09:07

Si avvicina il Natale ed è tornata l’armonia in cielo ed in terra come conviene a chi vuol godersi qualche giorno di intensa emotività e serenità dopo un anno tribolato da ogni punto di vista. Così come Saltaro delle Giudicarie ho convocato i miei sodali di sempre per un brindisi di pacificazione e di ritrovata amicizia.
Le elezioni, la lotta politica fra le fazioni, la partigianeria lasciano strascichi non da poco, talvolta rompendo amicizie, spaccando famiglie, e il restauro dei ruderi di un normale convivere civile non è per niente facile. Così è avvenuto anche nel gruppo che da sempre mi supporta, gli amici di sempre,  che hanno perso il filo della ragione, per Dio, con l’Orsolina innamorata dei baffi del candidato Mosna, si sarebbe concessa mani e piedi, un uomo così bisognerebbe farlo scolpire in val Gardena per averne un altro simile.
Ah...che sospiri! L’Orsolina era pronta ad ogni tipo di lifting pur di piacere al simpatico baffuto. “Impresa disperata!” osò pronunciarsi l’Abele, il solito, e fu la fine di una amicizia secolare. Cosi come l’Osvaldo Caccola guardò in cagnesco il dotto Archimede quando pronunciò parole sante sull’Italia e sugli Italiani, eh no! I Trentini sono Trentini e con gli Italiani hanno ben poco a che fare! La nostra patria è il Trentino, mettetevelo in testa anche voi, saputelli dei miei stivali!”. E sulla maestra Camilla che timidamente aveva preso le parti dell’italico pensiero dell’Archimede, l’Osvaldo esondò con parolacce indicibili, turpiloqui da lupanare, contrastati da dotti epiteti d’altri tempi, e la guerra ideologica si concluse col levarsi reciprocamente il saluto. L’Evaristo, che si era tenuto neutrale, dichiarò aspramente che a lui non gliene fregava niente né dell’Italia, né di Cecco Beppe, men che meno del bramato baffuto, a lui interessava l’arsura atavica che gli bruciava la gola e il suo portafoglio sempre lustro come una canna d’organo, che non gli permetteva di sistemare  l’ugola sempre più esigente. Ma, notato lo scarso interesse degli amici per i suoi guai, mandò tutti alla malora, me compreso,  con versacci inenarrabili e moccoli inventati per la bisogna, prese cappello e scomparì per qualche giorno. Ah maledetta Politica! Che corrode le anime candide e le fa uscire di senno! Rimetterle in sesto e riportarle all’ovile non è stata impresa da poco. M’è stato d’aiuto frà Gandino del Bleggio, vecchio frate da cerca, che conosceva a menadito l’indole dei nostri conterranei. “Venite, fratelli, disse, è tempo che la pace e la serenità torni nei vostri cuori!” e mai parole così profonde avevano solcato le nostre valli. Hanno aderito gli amici, mantenendosi a debita distanza, cosi disposti attorno ai massi di granito della Val Genova, ed alle mie parole d’esorto a ritornare fratelli come prima, a tornare al sorriso, a tornare a ragionare insieme sulle cose nostre per il bene delle Giudicarie, sono apparsi sui loro volti solo ghigni rassegnati e poco altro. E’ dicembre, un mese importante, si avvicina il Natale, dissi, prepariamoci alla nascita del Divin Bambino, che ha portato giustizia e felicità a tutti gli uomini, nei secoli dei secoli. Non l’avessi mai detto! L’Evaristo prese la parola, spavaldo e sfacciato: “Non mi raccontate storie su dicembre, su Santa Lucia e su Gesù Bambino, con loro ho ancora dei conti in sospeso fin da ragazzo! “Cosa dici? Sei matto?” Dissero in coro gli altri finalmente uniti contro le ignominie dell’Evaristo. “Quando ero bambino, ero povero, ancor più di adesso, eravamo tutti poveri allora, e in dicembre arrivava ogni anno Santa Lucia... guidata dagli angeli perchè era orba finca, a detta del mio Parroco, e ci portava i regali che meritavamo dopo mesi di fioretti, preghiere, e fiori portati nei vari capitelli del paese. A scuola la maestra ci aiutava a scrivere la letterina con le nostre richieste, senza problemi, in cielo c’era abbondanza di tutto. Solo la Graziella, la figlia del medico, scriveva la sua lettera a casa, era sempre più bella, più brava di noi, e mi faceva una rabbia da morire. La nostra letterina era di poche parole: Santa Lucia, portaci quello che vuoi, noi ti vogliamo bene...Io ero il solito furbo e chiedevo cose grandi che servivano più ai miei genitori che a me...portami un mulo con la sella, perchè sono stufo di avere un asino per andare al monte  e portami un fucile da caccia per uccidere l’orso quando ammazza i nostri vitelli, e un paio di ciabatte nuove alla mamma... a me non portare scarpe, non mi servono, al mio posto portale al mio amico Giuseppe che ne ha più bisogno di me, va in giro con le pantofole di sua nonna anche nella neve....un giorno o l’altro gli  si gelano i piedi...Tutte cose modeste, tutte cose necessarie. La maestra sorrideva nel leggere le mie esigenze, ma io insistevo quelle erano le cose che mi servivano. Nient’altro. “Poca roba, non c’è che dire!” disse l’Orsolina per canzonarlo. “Povero sempliciotto! Come faceva a portarti tutta quella roba?” disse l’Abele. “I bambini amano sognare, una volta più di adesso!” sentenziò l’Archimede. E l’Evaristo continuava nel suo racconto: “La sera prima era tutta un’agitazione, con i miei fratelli preparavano i piatti ed io aprivo la porta della stalla, il mulo mica poteva portarmelo nel piatto in camera della mamma, poi tutti a nanna, sotto le coperte si cercava d’aspettare che arrivasse, per vederla in faccia questa Santa Lucia, che nessuno aveva mai vista. Al mattino, all’alba, eravamo già alzati e con il cuore in ebollizione entravamo nella camera della mamma, il piatto sembrava pieno, poi la solita delusione, quattro mandarini, qualche carruba, poche noci, qualche caramella, il solito paio di calze filate grosse e la solita scatolina di colori. Niente fucile, niente scarponi.
Correvo nella stalla, niente mulo, andavo dalla mamma che aveva ancora le sue ciabatte malconce e dal papà che mi chiedeva se ero contento, dicevo di si e scappavo in cantina per poter piangere in pace. Il giorno dopo a scuola arrivavamo tutti un po’ delusi e tutti muniti dei nuovi colori, una scatolina uguale per tutti, con sei colori, e nient’altro, i più fortunati avevano un berretto di lana, filato dalla nonna e Giuseppe aveva ancora le sue pantofole scalcinate, solo la Graziella arrivava vestita di nuovo: scarponi da sciatore, maglione colorato, braghe a lapis, tutta roba nuova, di Santa Lucia, diceva con un sorrisetto da str...tta. Porca vacca, l’avrei ammazzata! Le cose andavano così tutti gli anni e non riuscivo a farmene una ragione. Come poteva Santa Lucia, essere così ingiusta, alla Graziella sempre un sacco di cose, e a noi miserie ogni anno? E ce l’avevo con Gesù Bambino in particolare, che doveva essere in cielo e avrebbe dovuto controllarla che non facesse preferenze. Lui, il Bambino, era nato povero, come noi, in una stalla, come poteva permettere simili ingiustizie...” “Madonna, che filosofo, ma sai che dici cose giuste, non ci avevo mai pensato!” disse attonito l’Abele. “Almeno le scarpe al Giuseppe gliele poteva portare...” continuò confusa l’Orsolina. “Io avrei chiesto un cappello con le piume...” disse l’Osvaldo.  “Con il mulo hai esagerato, ma sui principi concordo...!” concluse l’Archimede. “ E siccome avevo letto sui libri di scuola che invece Gesù bambino portava i regali sotto l’albero di Natale, bastava scrivergli una lettera, decisi di boicottare santa Lucia e di rivolgermi direttamente al Divin Bambino, sarei stato di certo compreso ed aiutato, continuava l’Evaristo, così quando venne Natale aiutai mio padre a fare il presepio e volli che l’albero avesse un tronco spoglio e alto perchè sotto ci dovevano stare i regali, ci voleva posto, mio padre, pur non comprendendo, mi accontentò. Poi di nascosto scrissi una lettera in bella scrittura, era per Gesù, ci voleva attenzione, e di notte riuscii a metterla nella capanna ed era tanto grande che quasi la copriva per intero. Il giorno di Natale corsi in cucina, fuori dalla grazia, c’era di mezzo il Bambino, non erano cose da poco. Niente, un ‘altra delusione, peggio che con santa Lucia, non c’erano nemmeno le caramelle e i soliti mandarini. La lettera era scomparsa, ma i regali non erano comparsi per niente. Anche Gesù Bambino mi aveva tradito. Si, anche lui proprio lui...”.  L’Evaristo sembrava commosso nei suoi ricordi, ma cominciarono a tossire e a soffiarsi il naso anche gli amici. “Mia madre, continuò l’Evaristo, comprese le mie passioni, mi prese da parte e mi spiego la storia come andava...era lei con quel po che aveva che riempiva i piatti di S. Lucia, e per quel Natale avevamo a stento di che mangiare e non aveva avuto possibilità di regalarmi niente. Era amareggiata e io mi misi a piangere abbracciandola...povera mamma! Mi resi conto che anche i piccoli doni di S. Lucia alla fine esprimevano tutto l’affetto di mia madre verso di noi, che era immenso, mi resi conto dei sacrifici che faceva ogni giorno, e quello era importante più dei doni, del mulo e del fucile...ma con santa Lucia e con Gesù Bambino, la pace, proprio del tutto non l’ho mai fatta.” Le lacrime ormai solcavano ogni viso degli astanti ridiventati amici quasi per miracolo. “Fu allora, continuò, che cominciai a covare rancore per le storture, per le ingiustizie, capii che quando sarei diventato adulto avrei dovuto affrontare un mondo balordo, fatto di soprusi, di torti, di parzialità...di prepotenze, di disonestà...infatti, diventato grande non sono stato capace di resistere, di combattere e ho mollato e mi sono ridotto così come sono...un povero diavolo!” E l’Evaristo si mise a piangere come un bambino e si allontanò, vergognoso. “Orpo, mi sono commosso, povero Evaristo....” disse ormai lacrimante l’Abele di solito duro d’animo come un faggio. “Chi l’avrebbe detto, sarà anche quasi sempre ubriaco, ma oggi ha parlato un gran bene...” l’Orsolina raccolse il consenso di tutti. “Certo che ha ragione, siamo davvero in un mondo di m..., e se non hai le palle ci rimani sotto!” concluse con insolita saggezza l’Osvaldo Caccola. Fu allora che fra Gandino prese in mano la situazione: “Fratelli, oggi l’Evaristo ci ha dato una grande lezione di vita. Davvero un bravo uomo, nonostante le apparenze. Quante volte l’abbiamo giudicato male. Questo dovrebbe insegnare a tutti che nell’animo dell’uomo c’è sempre un cuore che batte, ci sono dei sentimenti, delle aspettative fallite, delle speranze disattese,  ognuno ha i suoi problemi, le sue ansie, i suoi guai, e spesse volte si è soli a farne fronte, non c’è nessuno che ti porge la mano, se le cose vanno male. Il mondo sarebbe diverso se ci fosse più amore l’un l’altro, meno invidie, meno gelosie, meno rancori, e allora anche l’Evaristo avrebbe motivo di sorridere. Fratelli, sta arrivando il Natale, diamo l’esempio alle nostre valli, torniamo in armonia. Alla malora la perfida politica, la partigianeria, torniamo a stringerci la mano, a volerci bene. In ogni paese delle Giudicarie torni la concordia e l’amore. Questo è il vero Natale che auguriamo ai nostri conterranei...Con il Natale ognuno di noi è chiamato a rinascere dentro, a cambiare, ad amare sempre e comunque...Buon Natale fratelli, Buon Natale!” Scrosciarono le mani e si abbracciarono i sodali, la commozione era diffusa e dilagante come la Sarca in piena. Il vostro Saltaro, una volta tanto silente, s’aggiunge: “Buon Natale a tutti i Giudicariesi e a tutto il mondo! Che l’amore torni fra di noi!” Per sempre, nei secoli dei secoli, amen.