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“Autonomia? Nasce dalla capacità di autogoverno”
Scritto da Roberto Bertolini   
Martedì 03 Aprile 2012 10:34

Autonomia e manifestazioni di piazza. Mentre la cronaca dell’incontro di Piazza Battisti a Trento è già storia passata, occorre forse fare una riflessione ulteriore sui significati reali del temine autonomia, soprattutto in relazione al particolare momento storico che stiamo vivendo. Le neanche mille persone mobilitate quel sabato pomeriggio nel centro storico del capoluogo hanno fatto storcere il naso a molti: manifestazione troppo distante dalla gente? Momento fatto solo ad uso e consumo dell’elìte dei partiti? Cittadini disinteressati alla politica? Forse tutto questo, forse niente di tutto ciò. Abbiamo cercato di capirne di più con Franco de Battaglia, tra i decani del giornalismo trentino e profondo conoscitore della realtà storica e politica di questa terra.

Allora De Battaglia, a molti è sembrata che la manifestazione per l’autonomia fosse “senz’anima”. E’ stato davvero così?

Diciamo che la manifestazione è stata proposta in un momento particolare in cui l’autonomia è messa in discussione da contingenze storico-politiche ed economiche a livello italiano e internazionale che ci porta inevitabilmente a ripensare molte delle categorie a cui siamo abituati, anche le più consolidate. Penso però che la manifestazione sia stata viziata in primis dall’essere di fatto una scorciatoia per evitare di entrare in profondità di questa discussione, scansando problemi interni ed esterni al concetto stesso di “specialità”.

Quali?

Quelli esterni sono ben intuibili, ossia quella situazione di contrazione economica generale che porta a ridiscutere tutte le posizioni considerate “di privilegio”. Quelli di matrice interna, invece, sono più sottili ed attengono alla percezione che la gente trentina ha dell’autonomia, che oggi vedo un po’ confusa, a causa di una indeterminatezza dei livelli di governo, delle funzioni di comuni, provincia, comunità di Valle; insomma degli interlocutori politici ed amministrativi che stanno davanti ai cittadini. Ecco che di fronte a questa confusione, una giornata in piazza non può essere la risposta.

Alcuni sostengono che sia stata in fondo la manifestazione “dei partiti”, mentre la gente non l’ha sentita propria.

Può darsi, ma è chiaro che in democrazia i partiti guidino o tentino di guidare certi processi. Piuttosto sulla gente non direi che è disinteressata. Anzi, forse non partecipando ha dato prova di maturità, ha voluto affermare che non si accontenta di slogan, mandando un segnale alla politica e chiedendo implicitamente maggiore chiarezza sulla situazione interna dell’autonomia. Insomma, prima di rivendicare verso Roma, dobbiamo capire chi siamo e come si caratterizza la fase matura dell’autonomia, quali contenuti vogliamo associare a questo termine.

 

Quali sono dunque secondo Lei questi contenuti?

Li possiamo ritrovare nella nostra storia, che è fatta sì di Tirolo, ma non solo, di Mitteleuropa, ma non solo, che assomma altre complessità e risulta una tradizione fatta a strati sedimentati nel tempo come le Dolomiti. Come si recupera questo patrimonio? Riprendendo il filo del discorso con l’Alto Adige, da portare avanti nell’alveo di quell’istituzione regionale di cui si sente la mancanza a livello politico, rinsaldando una visione di provincia quale “cerniera” tra Italia e Europa, di territorio modello dell’arco alpino a livello di gestione ambientale, di ricerca ecc., creando alleanze e condivisione con le altre province delle Alpi.


Può essere questo un viatico verso il Terzo Statuto?

Direi che prima di parlare di Terzo Statuto dobbiamo risolvere prima di tutto queste complessità, soprattutto partendo dalla definizione del nostro assetto interno, assestando competenze e funzioni di ciascuno, messe a dura prova dalla fase crescente di autonomia che ci ha portato competenze e risorse come pochi territori al mondo. Ora l’autonomia è vasta e dobbiamo passare la fase di indigestione e definire meglio quello che siamo, anche guardando alla storia. Molti hanno come modello l’Impero Asburgico. Ecco il primo insegnamento di quell’esperienza politica è che in quell’organizzazione ciascuno era in primis cosciente delle proprie mansioni. Dobbiamo partire da qui. Senza scorciatoie.