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Gilmozzi: “La riforma prende concretezza”
Scritto da Administrator   
Domenica 04 Dicembre 2011 16:28

Davanti alle perplessità di alcuni sindaci e alle inevitabili prime difficoltà di applicazione di quella che lui stesso ha definito “riforma storica”, l’assessore Mauro Gilmozzi è comunque fiducioso sul proseguo del passaggio della competenze da provincia e comuni verso la Comunità. “Va premesso – spiega – che in Trentino abbiamo situazioni diverse da comunità a comunità, con un grado di avanzamento dell’applicazione della riforma che presenta anche scenari parzialmente diversi. E’ chiaro che una comunità grande con 39 comuni come quella delle Giudicarie necessita di un’attenzione particolare, e presenta certo un grado di complessità maggiore”.

Come giudica il passaggio di competenze importanti come quella sui tributi verso la Comunità che andrà concretizzandosi?

Rappresenta certamente un passaggio forte, dal punto di vista amministrativo e politico. La competenza sui tributi locali è certo un esempio di come gli enti locali interagiscano attivamente con i cittadini. Il fatto di trasferire questa competenza alla comunità permetterà di gestire in modo più razionale e attento alcune questioni importanti. Ad esempio se il governo reintrodurrà l’Ici sulla prima casa, ecco allora che sarà necessario saper gestire un servizio tributario efficace, che deve conciliarsi ad altre esigenze di questo tipo, ad esempio la riscossione della tassa sui rifiuti. Abbiamo chiesto ai comuni una politica fiscale integrata da gestire assieme, nell’ottica di dare un migliore servizio ai cittadini che costi di meno alla p.a.

Allo stesso modo comuni e comunità dovranno condividere risorse umane a livello di gestione degli uffici tecnici?

Sì e si tratta di un’altra tematica importante. Pensiamo solo alla delicata questione della gestione degli appalti pubblici. Spesso abbiamo stazioni appaltanti tanto piccole da apparire inadeguate a  gestire procedimenti e bandi sempre più complessi con 50 o più ditte partecipanti. Ecco, in questo senso il convenzionarsi, il mettersi insieme fra i comuni, porterebbe ad una razionalizzazione delle risorse, ad una maggiore capacità ed efficienza della stazione appaltante anche sotto il profilo professionale, e alla possibilità di gestire meglio i profili di efficacia a trasparenza richiesti da questa delicata materia. Identico discorso per la Commissione Paesaggio che responsabilizza il territorio nella gestione e conservazione ambientale sposata con lo sviluppo. E’ chiaro che per funzionare tutto questo necessita di un “patto” comunità-comuni.

Ma è vero che con l’avvento delle Comunità ai comuni toccherà “tirare la cinghia”?

Direi di no. E’ chiaro che va chiesto a tutti, responsabilmente, un momento di contenimento della spesa pubblica, ma ciò non vuol dire ridurre gli investimenti, altrimenti si fermerebbe anche un pezzo di economia, quello legato alle ditte. Abbiamo garantito ai comuni l’80% circa del budget degli ultimi 5 anni, circa 1 miliardo e 200 milioni, tenendo conto anche che nei prossima anni occorre mettere in campo un piano scuola ed interventi su infrastrutture, chiedendo ai comuni un “sacrificio” complessivo di soli 4 milioni e 150 mila euro ai comuni, su totali 600 milioni. Non mi sembra molto, considerando che nel resto d’Italia le risorse per i comuni sono calate anche del 50%.

Come giudica la prima applicazione del Fondo Unico territoriale (Fut)?

Il Fut nasce come stimolo al territorio a collaborare nella gestione dei fondi per le opere pubbliche, destinandoli su quelle di maggior interesse e importanza. Devo dire che la prima gestione ha fornito alcuni esempi positivi accanto a momenti di “lottizzazione” e spartizione delle risorse fra comuni. È chiaro che non è questo il senso del Fut e se  si ripetessero la Provincia non esiterebbe a riprendersi questa competenza.

A fronte di quanto detto, crede ancora in questa riforma?

Certo che sì e mi sono speso personalmente per la sua riuscita. Si tratta di una riforma che anticipa i tempi di 5 anni e muove nelle direzione in cui solo ora si stanno muovendo altri territori. Nel resto d’Italia, ora i comuni sotto i 1.000 abitanti devo creare unioni non inferiori ai 5.000, quelli sopra i 1.000 convenzioni fino a raggiungere almeno i 10.000. Inoltre le comunità saranno esempio di autogestione del territorio, per uscire dalla logica “Trentocentrica”.