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Per la Provincia è cambiata la “password”
Scritto da Il Saltaro   
Giovedì 04 Agosto 2011 23:11

Oggi soffro di nostalgia. Il vostro Saltaro rimpiange il passato e medita sul nuovo millennio. All’ombra del suo pessimo umore, va alla ricerca di un copricapo riparatore, dalle ampie tese, contro il sole e contro le avversità.  Un cappello, serve un cappello! Per il passato il cappello era un capo di vestiario che accompagnava gli uomini in ogni momento della giornata. Di forme e fogge diverse, aveva il compito di coprire la testa che si presumeva, allora, organo pensante per eccellenza. Nei giorni di festa, nelle cerimonie, o negli appuntamenti importanti, però, si sfoggiava quello classico, un Borsalino, per chi poteva, o brutte copie per i meno agiati, ma tutti facevano la loro bella figura. 

Era un segno di distinzione, di eleganza, e, tutto sommato, anche di prudenza perchè alla capocchia si dava molta importanza. Di tutto il corpo umano, la testa era la parte più prestigiosa, erano guai se uno perdeva la testa, una pacca in testa la si curava con impacchi e mille infusi, se la testa in qualche modo fallava, eri fregato, un uomo senza testa era un povero diavolo. Il cappello doveva proteggere quanto di buono si avesse da quelle parti e le idee che da quelle parti si producevano. Nel mio lungo peregrinare ricordo le processioni antiche quando partecipavano numerose le donne avvolte nei loro scialli di lana nera, e gli uomini, tutti in fila, disciplinati, con il cappello in mano, posto dietro alla schiena, solenni, austeri, tutti eguali. Come atto di rispetto, poi, i nostri nonni si toglievano il cappello quando incontravano il Parroco, o qualsivoglia autorità, era per loro normale, era un segno di riguardo, un segno di educazione.

Ci fu chi strumentalizzò, e lo fa tutt’ora, l’uso del cappello anche in politica, tant’è che divenne il simbolo della sottomissione al potere e del clientelismo della prima repubblica. Il vostro Saltaro, sempre attento alle ingiustizie di questo mondo, non sopporta sentire i politici d’oggi proclamare sussiegosi: “Non è più il tempo dei sindaci con il  cappello in mano...oggi in Provincia regna la trasparenza, la perequazione, tutto procede alla luce del sole... basta cappello in mano!”. Per stagioni intere è stata la parola d’ordine dei farisei della politica, banalizzando un atto di gentilezza e confondendolo, volutamente e con malizia, con il consueto pietire dei sindaci che dovevano rivolgersi alla Provincia ed ai suoi politici per ottenerne un finanziamento. E invece quanta dignità in quel cappello in mano, quanta fierezza, quanto coraggio, quanta intelligenza: lo sappiano i presuntuosi della nuova politica, quelli che non hanno bisogno del cappello perchè non hanno testa da proteggere, né idee da custodire, quelli che ancora credono agli uomini col cappello in mano, poveri contadini, che scendevano in città per chiedere l’elemosina, poveri ignoranti, sottomessi ad un potere sovrano e sprezzante. In effetti è vero, oggi la musica è cambiata. Il cappello non è più di moda neanche nelle valli, ormai girano sole chiome al vento e crape pelate che mi sembrano teste d’asino appena tosate, così va il mondo. La politica, oggi, è un’altra cosa, è quella nobile che si occupa dei problemi della gente, quella più umile, quella più bisognosa, la Provincia è la nostra casa, di tutti i trentini, il Presidente è il custode della nostra casa, buon padre di famiglia, disponibile e generoso, i sindaci stiano tranquilli, siamo in una botte di ferro, siamo ai limiti del paradiso in terra, un’isola felice, come è d’obbligo chiamare la nostra terra.

Così un sindaco, alle prime armi, si mette in pace, e pensa a vivere felicemente. Ohibò! Alla prima necessità iniziano le sorprese, e scopri che la Provincia è circondata da un filo spinato a più strati e da mille trincee, una cappa fumosa ed impenetrabile confonde le idee al malcapitato sindaco  che viene schiacciato da mille norme, leggi e leggine, che gli tolgono il fiato. Dov’è il paradiso? Dove sta l’isola felice? Nell’inforcare le scale del Palazzo provinciale, che dovrebbe essere casa nostra, t’intoppi perfino al primo piano, poi, da un ufficio all’altro, il nuovo sindaco impara l’arte dei “non so”, “non è mia competenza”, “provi nell’ufficio di fianco” ed infine “passi fra qualche giorno!”. Altro che cappello in mano, qui neanche con un mitra riesci a farti capire e ad ottenere quel che ti spetta. Povero sindaco imberbe. Sprovveduto e credulone. Non conosci la chiave del successo in politica e negli affari del nuovo millennio, non conosci la nuova politica provinciale (NPP), oggi per aprire i forzieri della Provincia e ammansire i cuori dei politici e dei funzionari, occorre la “password” che ormai conoscono tutti: se vuoi entrare con successo in Provincia e godere dei suoi privilegi e dei tuoi diritti, devi diventare un gelataio. Un gelataio? No, non tanto un gelataio che produce artigianalmente il gelato, com’è nella nostra tradizione, ma piuttosto chi il gelato se lo gusta e lo sa leccare con le dovute maniere, perchè  ‘lisciare’ (leccare)  è la password per l’apertura di ogni porta e di ogni portone. Esagerato! Per niente! Mi rifiuto! “Il mio comune ha tutti i diritti”, “Quello che danno agli altri, lo devono dare anche a me!”, “I soldi sono nostri, ne abbiamo tutti diritto!”.

Così dovrebbe essere, ma non è. Me lo spiega il Gaetano, laureato nel dopoguerra, e grande esperto della burocrazia provinciale. Allora: i comuni prendono dalla Provincia congrui finanziamenti per la realizzazione di opere ritenute necessarie dalle loro amministrazioni. Ci sono apposite leggi di finanziamento, si fa domanda e si aspetta la risposta. Normalmente la risposta non arriva e allora, un buon sindaco, si mobilita e va a vedere come mai. Così scopre l’incredibile. I fondi che esistono, e abbondanti, fanno ormai tutti parte di misteriose riserve a disposizione della politica che vengono distribuiti senza regole e criteri. Ci sono comuni privilegiati a cui vengono finanziate anche opere voluttuarie ed altri che aspettano da anni l’intervento risolutivo per opere urgenti. Non è possibile! E allora come si fa? L’unica possibilità  è usare la password senza limiti e senza remissioni. Un ottimo gelataio coglierà in breve tempo i frutti del suo lavoro, il Gaetano lo garantisce al 100/100. Provare per credere. E il Gaetano insiste prodigo di consigli. Non si spaventi il neo sindaco, non necessariamente è obbligatorio un ‘lisciaggio’ (leccaggio) ad alto livello, lì, lo fanno in pochi e ben specializzati, non serve lo stoino, talvolta basta l’uomo giusto, l’amico dell’amico, o magari qualche portaborse, qualche faccendiere, ultimamente quest’ultimi sembrano abbiano ottenuto miracoli. Basta poco insomma, basta non dimenticare la password e il finanziamento è garantito. Fra qualche anno ne lamenteremo le conseguenze, dice il Gaetano, troveremo disseminati un po’ dovunque monumenti alla spreco, al clientelismo, monumenti al bullismo politico e all’arroganza, soldi buttati al vento. Il Gaetano sta  facendo il censimento delle opere inutili in Giudicarie, già ce ne sono di interessanti ed altre stanno venendo avanti. Ci sono rimedi ad una simile strafottenza? Ci sarebbero i rimedi antichi usati nelle nostre contrade, ma sono fuori moda e proibiti dalla legge. La speranza è in un sussulto d’orgoglio dei nostri sindaci, vecchi e nuovi, che rifiutino la password e chiedano rispetto per  i propri diritti, fare il gelataio può funzionare per un po’, ma può capitare che con il gelato vi arrivi alla bocca anche qualcosa di peggio, e allora sono cavoli vostri....