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Festa della donna, una riflessione
Scritto da Giorgia Odorizzi   
Domenica 27 Febbraio 2011 10:36

La giornata internazionale della donna, conosciuta come festa della donna ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste ottenute dalle donne che le discriminazioni e le violenze che subiscono ancora in molte parti del mondo. Ai giorni nostri le donne possono accedere a tutte le professioni ed a tutti gli uffici (tranne il clero).

Nel passato la donna era quasi un accessorio del capofamiglia (padre o marito che fosse), il codice di famiglia risalente al 1865 non riconosceva alle donne il diritto di esercitare la tutela sui figli (solo nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia viene introdotta la potestà genitoriale), pure la gestione dei soldi guadagnati col lavoro spettava al marito.

Infine di questi tempi profeticamente grami è appena il caso di segnalare che l’art. 486 del codice penale (codice Rocco) prevedeva una pena detentiva da 3 mesi a 2 anni per la donna adultera, mentre il marito era punibile solo in caso di concubinato. La riforma del diritto di famiglia, avvenuta nel 1975 ha sancito inoltre la parità legale fra i coniugi, quanto al diritto di voto, esso viene ottenuto solo nel 1945 con decreto legislativo su proposta dello statista trentino Alcide Degasperi e di Palmiro Togliatti.

Dopo l’elencazione di questi dati è importante riflettere sulla condizione attuale delle donne. Molteplici potrebbero essere i ritratti delle donne di oggi: potremmo incontrarle nelle loro abitazioni, nei bar dei luoghi dove vivono, frettolosamente durante una pausa rubata al lavoro piuttosto che in un tranquillo pomeriggio di vacanza. Ognuna potrà portarci una storia con la malattia propria o di altri familiari, quando la sofferenza bussa alla porta delle nostre famiglie quasi sempre c’è una donna che risponde all’appello e che spesso si cancella per amore degli altri, provando magari la paura di non bastare agli altri.

L’immagine della donna risulta essere assai appannata e travisata: basta accendere la tv, generalista o commerciale che sia, per vedere, mattino o pomeriggio nient’altro che telenovelas o repliche del grande fratello. Qualunque sia l’argomento trattato i programmi, quanto i relativi spot sono sempre abbondantemente infarciti di meteorine, veline, le vallette del bel tempo andato, relegate al ruolo di comparse poiché prive di qualsiasi abilità o competenza, chiamate solo a fare sfoggio della loro avvenenza, unico requisito di ingaggio. In questo periodo abbiamo assistito, come ogni anno al Festival di Sanremo ed ancora una volta il conduttore, rigorosamente di genere maschile è stato affiancato da due belle statuine pagate profumatamente coi soldi del canone dei contribuenti per fare solo le comparse. Manifestazioni come questa potrebbero servire a valorizzare le donne in ben altro modo, non certo mettendole in vetrina. C’è un libro piuttosto interessante e di recente pubblicazione, scritto da Michela Manzano (intitolato “Sii bella e stai zitta”) in cui si afferma che non esiste un’essenza femminile: la donna, per natura o per essenza non è proprio nulla, tali et qualis all’uomo. Non è dunque naturalmente gentile, dolce, materna o fedele. Esattamente come non è naturalmente perfida, libidinosa o pericolosa. La donna è senza dubbio diversa dall’uomo ma non per questo è destinata ad essere il suo esatto contrario. Gli atti di eroismo ed i gesti di sacrificio non hanno sesso. La storia infatti è piena di eroi, eroine, vittime e carnefici. Un problema è la ricostruzione storica che viene talvolta fatta di questi eventi od ancora l’occultamento di tanti gesti di eroismo quotidiano al femminile. Questo vuoto che regna sovrano a tutti i livelli per incanto potrebbe divenire uno spazio riconquistato. e libero da condizionamenti, per imparare finalmente ad essere da sole, non sole, evitando possibilmente di amare troppo.

Non sarà difficile trovare un tema che ci accomuni: potrà essere la famiglia, la casa, il luogo degli affetti e delle rinunce, dei litigi e delle conquiste, del lavoro e delle amarezze, dei ricordi e dei dolori. Se la nostra montagna e la nostra terra potessero parlare lo farebbero certo con voce di donna e conierebbero un nuovo motto di vita da cui scaturisca anzitutto un risveglio della coscienza che altro non è che nuova consapevolezza, non necessariamente da urlare nelle piazze, l’8 marzo può divenire un ideale quotidiano e punto di partenza: non arrenderti e non fermarti mai perchè c’è sempre una nuova meta da raggiungere, il vero viaggio di scoperta che ti aspetta, come dice il poeta “non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” od ancora “nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora”.
Reimparare a progettare e sognare può farci sperare che anche se siamo tutti coi piedi immersi nel fango possiamo elevarci a guardar le stelle e se credi fermamente ai miracoli, essi possono accadere.
Giorgia Odorizzi