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Traduzioni e Comunicazione

Gli attacchi di panico
Scritto da dott. Paola Taufer   
Sabato 05 Febbraio 2011 23:42

Panico deriva dal latino panicus, che a sua volta deriva dal greco panikon, termine che origina dal Dio Pan. Il Dio Pan era il Dio delle montagne e della vita agreste, patrono del riposo meridiano. Il “timor panico” o “terror panico” era ritenuto dagli antichi un timore indefinibile e misterioso originato appunto dalla presenza del Dio Pan.

Il disturbo da attacco di panico (DAP), secondo la classificazione del DSM-IV (Il manuale diagnostico dei disturbi mentali, più utilizzato al mondo) si manifesta nel contesto di molti disturbi d’ansia ed ha una caratteristica essenziale: un periodo preciso di intensa paura o disagio accompagnato da almeno quattro dei seguenti sintomi: palpitazioni o tachicardia, sudorazione, tremori, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea, sensazioni di svenimento, derealizzazione o depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, sensazioni di torpore o di formicolio, brividi o vampate di calore.
L’attacco di panico è un evento fondamentalmente imprevedibile, ad insorgenza improvvisa, apparentemente privo di causa. In Italia ne soffrono circa un milione di persone, ma il fenomeno è in crescita. Solitamente il DAP inizia tra i 15 e i 19 anni con una particolare prevalenza nella fascia di età dei 25 anni e poi tra i 35 e i 44 anni. Il disturbo è presente in percentuali simili tra la popolazione maschile e quella femminile.  La durata dell’attacco varia da pochi secondi a pochi minuti, raramente dura fino a mezz’ora o a un’ora.
Questo fenomeno va messo in relazione – da un punto di vista psicodinamico - con un affetto antico e complesso: l’angoscia. Vi può essere l’esistenza di un conflitto inconscio nella persona, tra parti interne che chiedono cose diverse. E di questo essa non è consapevole, ponendosi così in una situazione di rischio non ben valutato tra l’accettare le richieste esterne e valutare le conseguenze per sé e le preoccupazioni che da questa scelta possono sorgere.
La persona che soffre di DAP può aver vissuto, nel periodo precedente la comparsa dei sintomi, molti eventi stressanti, in particolare la perdita di persone significative.
Secondo alcune ricerche il 50% dei pazienti con DAP, presenta “ansia di separazione”, cioè un’angoscia di ritrovarsi soli con se stessi, senza più amore né speranza, in un deserto emozionale che sembra insormontabile.
 Il DAP ha una rilevanza maggiore nei cambiamenti di vita: matrimonio, lavoro, separazioni, traslochi, cambio negli studi.
Porta con sé altri stati emotivi: alcune persone provano vergogna, altre tendono a demoralizzarsi e a diventare più vulnerabili alla depressione, specialmente quando al DAP si accompagna agorafobia (paura degli spazi aperti). In genere, le persone che soffrono di DAP sono “ipersensibili”, recettive a tutto, assorbono come spugne benessere e malessere dell’ambiente circostante, pertanto sono soggette a maggior stress rispetto alle altre, a parità di situazioni difficili.
Secondo il modello cognitivista il paziente con DAP ha un’immagine di sé debole, fragile, bisognosa di cure, con l’idea che “arriva il peggio”  e con un senso di oppressione e di scarso controllo personale, accompagnati da aspirazione di perfezionismo ed elevati standard di prestazione. Questo schema di pensiero deriverebbe da un’educazione iperprotettiva.
L’autostima di questi individui è migliorabile con training di comunicazione assertiva.
E’ possibile guarire?
Il rischio di cronicizzazione di questo disturbo è molto alto e per alcuni non vi è una completa guarigione, le ricadute possono presentarsi anche dopo lungo tempo. Ma un atteggiamento di passiva e sofferta tolleranza del disturbo non aiuta a risolverlo.
La possibilità di risolvere il problema è connessa anche alla disponibilità di farsi curare e alla possibilità di risolvere alla radice il problema.
Pertanto la complessità dei fattori in gioco nel DAP solitamente conducono ad un approccio integrato, il che significa diversi livelli terapeutici a seconda delle esigenze individuali, tra cui psicoterapia, farmacoterapia, lavori di gruppo.
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