Home Economia Lo strappo di Marchionne e le ragioni della Fiom

Sfoglia il giornale

 

Maggio

Aprile

 

 

 

giornale delle giudicarie aprile 2014

Traduzioni e Comunicazione

Lo strappo di Marchionne e le ragioni della Fiom
Scritto da Marco Zulberti   
Mercoledì 05 Gennaio 2011 06:37

Marcia dei 40mila

Il caso NewCo della Fiat sta dividendo in modo trasversale le opinioni di tutte le categorie interessate al nuovo accordo voluto da Marchionne. Lo strappo dei vertici della prima industria italiana verso la vecchia contrattazione aziendale divide le opinioni dei vertici confindustriali, dei sindacati e della classe politica del Partito Democratico, con le recenti aperture di Fassino, Chiamparino e dello stesso Marini.


Unilaterale e miope invece il plauso del centrodestra alla iniziativa “disperata” di Marchionne, che non si accorge come alle origini di questo strappo vi sia proprio l’incapacità economica della classe politica. Come il 14 Ottobre del 1980 con la marcia dei quarantamila colletti bianchi della Fiat a Torino contro il sindacalismo radicale, che avviò la ripresa degli anni Ottanta, così oggi gli accordi innovativi su Pomigliano e Mirafiori, si apprestano a cambiare la storia economica della contrattazione in Italia, perché la riuscita di questo accordo si propagherà poi a tutti gli altri contratti sindacali. In un mondo in cui la globalizzazione economica e finanziaria non sa ancora trovare un equilibrio tra diritti del lavoro, tassazione alle imprese, costi dei servizi e dell’energia, sarà gioco forza, pena la chiusura definitiva delle attività imprenditoriali soprattutto industriali, trovare accordi alternativi per poter continuare a produrre ricchezza.
Il dramma di Marchionne, è proprio questo; l’essersi trovato da solo ad avere la coscienza della situazione al limite che si trova  l’industria e l’economia italiana. Mentre Marchionne negli anni scorsi cercava di spiegare le difficoltà di fare impresa in Italia, (ricordo un suo intervento al Teatro sociale nel maggio 2008 contro la finanza Usa), veniva infatti lasciato solo e inascoltato dagli stessi  politici che oggi lo plaudono. In questi due anni non sono intervenuti e non hanno capito la  necessità di mettere le imprese in condizioni di competere con il resto del mondo sul piano fiscale, del costo del lavoro, e dei costi dei servizi.

Con il barile di petrolio passato da 20 $ a 80£ nessuno ha cercato di frenare i costi dell’energia o dei trasporti, di compensare la doppia tassazione dell’Irap introdotta dal centro sinistra con Visco per pagare i debiti della sanità. Scelte sbagliate che ora pagano paradossalmente proprio gli operai della Fiat. E qui stanno, inespresse e incomprese, le ragioni della Fiom. Come nel 1980, quando il petrolio passò da 3$ a 40$ al barile, la congiuntura costringe oggi l’industria e il mondo del lavoro a sterzare bruscamente per non chiudere le fabbriche, per salvare una cultura manifatturiera del lavoro che ancora esiste in Italia, ma che è soffocata dalla miopia colpevole della classe politica e dei suoi dirigenti amministrativi. E’ allora da una parte si coglie la solitudine coraggiosa e necessaria di Marchionne, che grazie alla sua formazione internazionale e alla sua cultura italiana, intende ancora tentare una salvaguardia di questo tesoro imprenditoriale, dall’altra le ragioni inespresse della Fiom, che non sa argomentare, ma che sono frutto di questo drammatico isolamento in cui è caduto il mondo del lavoro dal 1984, quando con il referendum sulla contingenza, si deresponsabilizzò la classe politica dal mantenere contatto con il mondo del lavoro. L’esplosione senza freni successiva del debito pubblico, la crisi della lira del 1992, i quindici anni di bizantinismo politico con l’era Prodi-Berlusconi, hanno fatto il resto.

L’Italia si trova pertanto di fronte ad una sorta di nuovo punto tornante della sua storia economica in cui ancora una volta è protagonista la classe dirigente della Fiat. Sarà un passo fondamentale che poi sarà seguito progressivamente e necessariamente anche da tutti gli altri contratti nazionali. Ma non c’è alternativa. La clamorosa conduttura economica da parte della classe politica, indistintamente di destra e di sinistra, e di una Confindustria molto spesso addomesticata da sacche di aiuti suggeriti dalle lobby e non dal mercato, hanno condotto a questo punto di non ritorno l’economia. Sarebbe quindi utile da parte dei politici un generale silenzio e ammissione d’incapacità. Il loro benedicente paternalismo stride con la storia più recente. Poi gli stessi operai iscritti alla Fiom capiranno che non vi sono alternative, se non tornare ad essere un paese d’emigrazione, verso le terre lontane dell’Argentina e gli impianti della Solvay negli Stati Uniti come cento anni fa.