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Il “dilemma” della disoccupazione
Scritto da Marco Zulberti   
Lunedì 08 Novembre 2010 22:50

Le oscillazioni dei dati di disoccupazione e gli accesi dibattiti che si stanno registrando in questi mesi sia nell’area Europea che in quella Usa, minacciano di annullare l’effetto positivo dei primi dati di crescita degli ordinativi, del fatturato e del Pil europei emersi durante questo difficile 2010. In particolare dopo il dato positivo sulla disoccupazione italiana scesa ad agosto al 8,2%, che riallineava le aspettative dell’economia italiana a quelle della media europea, oggi vengono a frenare i dati di Banca d’Italia, che invece stima la disoccupazione complessiva a al’11%, livelli decisamente più alti intorno che hanno alimentato la risposta risentita del ministro Sacconi.

Stabilire salomonicamente che hanno ragione entrambi è forse la soluzione migliore, perché di fatto sul tema disoccupazione dagli anni settanta ad oggi, nel clima post-industriale delle economie più avanzate, è cresciuta una corrente di studi che ha condotto l’economista Edmund Phelps al premio nobel nel 2006. Strutturalmente nelle moderne economie in cui i tassi di produttività sono cresciuti a livelli mai visti grazie all’automazione, in certi settori tecnologici addirittura al 4%, la disoccupazione è diventata una costante anche in presenza di crescita, di cui è estremamente difficile farne una stima. Ai disoccupati ciclici, si devono aggiungere i cronici, quanti vi rinunciano in definitivo o quelli che lavorano nel sommerso.
La querelle tra Sacconi e la Banca d’Italia, deve far conto di questa situazione e valutare come nelle fasi “grigie”, tra i dati negativi della disoccupazione e del debito pubblico e quelli positivi di fatturato, ordinativi e ripresa del Pil, anche gli esperti sanno offrire poche, se non scarse interpretazioni. E’ significativa la domanda fatta recente a Cernobbio da Luigi Spaventa fatta a Nuoriel Rubini, «Ma, Nouriel, dicci anche cosa dobbiamo fare per uscirne invece che prevedere il double-deep?».
Uno dei passaggi più problematici nell’incedere delle dinamiche cicliche, appare quello delle modalità di uscita dalle crisi, che non sono mai uguali a quelle precedenti. La storia economica ci dice infatti che dalle crisi e più pesanti, si esce al traino di nuovi settori, premiando, quella che Joseph Schumpeter definiva l’analisi micro. Il susseguirsi secolare dei cicli economici, a cui hanno dedicato studi economisti e premi nobel come Nicolai Kondratieff e Fridriech Von Hayek, è talmente vasta rispetto alla singola esperienza umana che riduce la conoscenza solo ad una sorta di saggezza.
Questo ricambio settoriale è di fatto all’origine delle ondate di disoccupazione, in cui una cultura produttiva viene sostituita da una nuova. La crisi industriale degli anni settanta fu superata negli anni ottanta con l’introduzione dei personal computer che rivoluzionarono il mondo del lavoro. Tutti ricorderanno l’immagine di Charlie Chaplin con cui IBM pubblicizzava il primo computer da tavola. Cambiò totalmente il modo di lavorare. La drammatica crisi valutaria del 1992 di Lira italiana e Sterlina inglese, venne superata grazie allo sviluppo delle telecomunicazioni e alla diffusione del telefono cellulare, fino alla bolla d’internet e tecnologia nel 2000. Cambiò totalmente il modo di comunicare. Infine la bolla di questi anni è stata alimentata dallo sviluppo del settore immobiliare e finanziario, grazie alla leva monetaria applicata da FED e BCE per uscire dal trauma del crollo delle Twin Towers del 2001. Ogni crisi rappresenta quindi il cedimento strutturale di un settore primario, che poi viene progressivamente sostituito da nuovi settori. E’ successo anche alle fine dell’ottocento negli Stati Uniti, dove alla crisi delle società ferroviarie ed elettriche, si sostituirono la crescita del settori dell’auto con la Ford e dell’estrazione petrolifera dei Rockfeller. Pochi sanno ad esempio che nella seconda metà dell’ottocento durante il Pennsylvania Oil Boom, il brent aveva raggiunto quotazioni ben oltre i 140 dollari al barile.
Se pertanto gli indici economici indicano una crescita secolare, a tutti gli effetti poi salgono grazie ad una continua rotazione settoriale. La domanda da porsi oggi è questa: quali saranno i driver della crescita futura?
Se infatti oggi da una parte siamo in grado d’identificare come i sub-prime poi “insaccati” nei CDS e contabilizzati nei bilanci delle istituzioni finanziarie, abbiano originato il domino che ha travolto in serie Freddie Mae e Freddie Mac, la Wasghinton Mutual, il colosso assicurativo Aig, le investiment banks Morgan Stanley e Meryll Linch, con il crash finale nell’ottobre 2008 della Lehman brothers, dall’altra non sappiamo leggere dai dati economici ancora quale sarà il tema della ripresa e i settori che ne saranno coinvolti.
I motori positivi accesi a livello internazionale sono già diversi; chimica, materie base, beni personali, utilities, alimentari, beni industriali mentre i finanziari all’origine della crisi rimangono ancora in difficoltà. Solo una stabilizzazione degli indicatori macro-economici come Euro, Brent e tassi, potranno indicare nei prossimi mesi il ritorno pieno della ripresa, che per ora rimane fragile e va protetta, sia sotto il profilo psicologico che economico. In questo senso la riforma del welfare italiano si trova in ritardo rispetto a quello presente nelle economie evolute, che si occupa con più attenzione del mondo del lavoro, rispetto a garanzie universali keynesiane che tutelano a pioggia.
Il dibattito emerso il mese scorso intorno ai dati di disoccupazione, per quanto importante e fondamentale, non è quindi il più utile per indicare lo stato della ripresa. Molto meglio assistere il mondo dell’occupazione osservando questi cambiamenti settoriali, cercando tra quelli che si stanno effettivamente riprendendo quale assetto avrà l’economia nel prossimo decennio individuando i nuovi motori dello sviluppo e quindi le aree di nuova occupazione.