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Tassare la speculazione e non il “servizio bancario”
Scritto da Marco Zulberti   
Mercoledì 07 Luglio 2010 08:20

La recente idea di applicare una tassa sulle banche, ha subito sollevato una serie di problematiche, che da una parte oscillano verso il populismo, con cui la classe politica sembra voler sviare l’opinione pubblica dalla coscienza che la crisi dell’Euro ha messo in evidenza la fragilità dei bilanci statali dei governi che agiscono ancora attraverso il modello keynesiano della spesa, e dall’altra verso la necessità di comprendere l’effettiva identità e ruolo della “banca” all’interno delle istituzioni economiche, ai fini di frenare la speculazione.

Se il meccanismo tra la raccolta del risparmio, il patrimonio obbligazionario e immobiliare in cui viene investito e gli impieghi, è di fatto il cuore del modello storico della “banca universale”, che la rende economicamente impermeabile ad ogni fase del ciclo economico, anticiclica, perché la forza di un settore sopperisce alla debolezza di un altro, lo sviluppo finanziario degli ultimi vent’anni ha visto disgregarsi questo modello verso forme più articolate dove sono sorte “banche per la casa”, “banche per gli investimenti”, “banche per le imprese”, “banche per le famiglie”, “le banche internet”, “banche dedicate ai mercati finanziari” e “banche dedicate raccolta del risparmio gestito”. Questa frammentazione da sempre presente nel mondo anglosassone, e si è poi trasferita anche al mondo europeo e italiano sotto la recente spinta delle liberalizzazioni degli anni Novanta. In questa specializzazione si trovano mescolate tra loro, in modo non più molto chiaro, due identità; da una parte la banca intesa come “servizio” alle famiglie e alle imprese produttive, che deve essere sottoposto a tutta una serie di garanzie e controlli, dall’altra la banca come “impresa”, che invece assume in se, esattamente come un’impresa, anche una componente del rischio “mercato”. La drammatica crisi partita dai mutui sub-prime USA nel 2007, che ha travolto in serie le “banche per la casa” che li avevano fatti sottoscrivere, le “investiment banking” che li avevano cartoralizzati, le “banche-assicurazioni” che le avevano garantite, fino al crollo della banca d’affari Lehman Brothers nell’ottobre 2008, ha messo in evidenza questa differenza  tra “banca-servizio” e “banca-impresa”, al punto che oggi si potrebbe pensare che una “banca-impresa”, proprio come un’impresa produttiva, debba essere a sua volta assistita da una “banca-servizio” più grande. La recente idea di tassare le banche a livello europeo,  se appare intenzionalmente corretta perché intende mettere un freno alla speculazione, dall’altra deve necessariamente scontrarsi, prima di essere applicata, con queste articolazioni del mondo bancario. Il rischio infatti è quello di non riuscire a colpire la speculazione finanziaria delle “banche speculative”, che continuerebbe perché agisce sul piano internazionale, fuori dal regime finanziario dell’EURO, ma di andare a penalizzare le banche che invece sono orientate al processo di “servizio” alle famiglie e alle “imprese”, che alimentano e sostengono il tessuto produttivo. In questo senso sono da interpretare le affermazioni fatte ieri a margine di un incontro in Banca d’Italia da parte di alcuni esponenti del mondo bancario, che manifestano la necessità, prima di applicare questa tassa, di distinguere le articolazioni in cui si è frammentata oggi l’identità della banca orientata al servizio.Tecnicamente, forse basterebbe concentrarsi sugli scambi, sulla frequenza dei metodi di trading speculativo, emersi negli ultimi anni dai nomi tecnologici come “high high speed” o “quants”, che nel loro vorticare operativo, con milioni di operazioni intraday, molto spesso aumentano in modo pericoloso la volatilità, alimentando a seconda dei casi, artificiali fasi “panic selling” o di “sentiment bullish”, che deteriorano quel ruolo di servizio che ha invece sempre avuto la banca nel suo ruolo di assistenza alla crescita economica delle famiglie e delle imprese produttive.
Marco Zulberti