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Alla ribalta i “beni collettivi”
Scritto da Mario Antolini Musón   
Venerdì 08 Gennaio 2010 14:28

Parlando (anche) giudicariese Alla ribalta i “beni collettivi” - Un’opportuna riproposta degli “Statuti” delle “Communitas”.
L’attenzione dei legislatori che hanno la responsabilità dell’organizzazione giuridica della Provincia Autonoma di Trento, negli ultimi mesi del 2009, è tornata a preoccuparsi delle “Comunità di Valle” prospettando una possibile e ritenuta ormai più che opportuna elezione dei rispettivi Amministratori pubblici con il voto di tutti i Cittadini interessati, annullando l’attuale sistema elettivo che riserva l’elezione ai soli Consiglieri comunali.

L’argomento mi porta a proporre un’opportuna riflessione su quanto scritto da Enzo Ballardini su questo mensile (Novembre 2009, pag. 13) - “Importanza degli istituti di uso civico” -, nonché sugli articoli pubblicati (pochi mesi fa su l’Adige) da Gianni Poletti - “Quando in Trentino c’era la Comunità” - e dal direttore Pierangelo Giovanetti - “Paese incattivito, non più Comunità: urge un riscatto dal basso”. - Tre articoli della massima attualità, che meriterebbero di essere ritagliati e tenuti in evidenza, poiché sottopongono all’attenzione, soprattutto dei politici e degli amministratori pubblici, le problematiche del “governo dei beni collettivi” in seguito all’assegnazione del premio Nobel 2009 per l’economia all’americana Elinor Ostrom che, nei suoi studi e nelle sue pubblicazioni, si è particolarmente interessata di tale problema.
Ballardini, cogliendo l’occasione di tale notizia e rispolverando la particolare posizione socio-giuridica delle secolari Regole di Spinale e Manez, rileva che la motivazione dello specifico premio Nobel «porta alla ribalta mondiale l’importanza della gestione dei beni collettivi di cui il Trentino può vantare una tradizione storica molto radicata». Dal canto suo Poletti evidenzia «l’attualità e la lungimiranza delle analisi della Ostrom per la “governance” del bene collettivo» poiché «le sue ricerche sono incentrate sullo studio delle interazioni tra persone e risorse naturali, tra sviluppo umano ed economia e sfruttamento dei “beni comuni”; approdando al risultato attualissimo e affascinante che è possibile uno sviluppo economico sostenibile… a condizione che la gente sia coinvolta nella gestione del territorio; se non lo è, perde la capacità di aggregarsi e di risolvere i problemi insieme».Da un altro punto di vista, Giovanetti considerata l’attuale delicata situazione dei rapporti fra cittadini ed il “bene comune”, constatando nel cittadino d’oggi la perdita del suo senso di appartenenza alla “comunità sociale”, ed imputandogli la responsabilità di essere giunto ad un individualismo talmente egoistico che si evidenzia persino nella quotidiana “sine cura” nei confronti del territorio e delle “cose comuni” lasciati, troppo spesso, all’indifferenza, all’abbandono, al latrocinio, all’uso e allo sfruttamento impropri ed ai vandalismi.
Logicamente, sia Ballardini che Poletti non potevano che richiamare i Lettori a riportare i propri ricordi e la propria attenzione alla sostanzialità degli Statuti medioevali trentini, che risultano proiettati capillarmente verso il “governo” ed il “godimento” di quei “beni comuni” che ancor oggi, in Giudicarie, costituiscono l’80 per cento dell’intera superficie comprensoriale con tutto ciò che tale superficie contiene, produce ed offre in opportunità ed in potenzialità. In particolare Ballardini precisa: «Gli antichi Statuti e le Carte di Regola hanno disciplinato per secoli e secoli le attività delle nostre Comunità consentendo lo svilupparsi di una cultura che favoriva la “partecipazione” e la “responsabilizzazione” dell’individuo all’interno dell’organizzazione sociale».
Conseguentemente, le prospettate elezioni degli amministratori delle “Comunità di Valle” da parte di tutti i Cittadini, potrebbero e dovrebbero sollecitare il legislatore a trovare negli esemplari Statuti delle “Communitas” trentine, quello spirito e quegli accorgimenti tecnici ed ideali che li hanno caratterizzati e mantenuti in vigore (positivamente) per secoli e secoli. A mio modesto modo di vedere, dovrebbe essere possibile riproporre in forma moderna quelle “assemblee generali” alle quali non solo potevano ma “dovevano” partecipare tutti gli aventi diritto/dovere al voto, e che avevano scadenze almeno annuali. Dovrebbe e potrebbe essere ripreso (per legge) il costante, vivo e vivace rapporto fra amministratori e gestori (i singoli responsabili/dipendenti di settore) dei beni collettivi con tutta la popolazione, per “far sentire” ai cittadini (i “vicini”), ed a ciascun censita (anche i nuovi residenti), che i beni catastali sono e restano di tutti e che ciascuno deve obbligatoriamente collaborare a rispettarli ed a curarli, prima ancora che a goderli. I vecchi Statuti prevedevano l’obbligo di una giornata in malga per la conservazione dei pascoli e la manutenzione della viabilità e delle acque pubbliche; in Giappone ho vissuto personalmente il “giorno mensile per il rione”, obbligatorio per tutti (giovani e vecchi, uomini e donne) per provvedere tutti insieme alla pulizia ed alle necessità logistiche del momento: giornate fantastiche, dalla mattina alla sera, con pranzo in comune, che davvero “facevano comunità” tenendo presente che si “vivevano” dodici volte all’anno!
Sciocchezze? Sogni impossibili? Robe di altri tempi e di altri luoghi?
Le Regole di Spinale e Manez – encomiabilmente – hanno ritenuto doveroso per tutti i Regolieri un’annuale “giornata insieme” almeno per “fare festa” in una specifica località montana del proprio territorio; perché, invece, non fare dei “giorni di lavoro insieme” (con i ragazzi a cui “trasmettere” conoscenza e valori) in varie parti dei territori collettivi (ànca sai sgrèbegn) per farli conoscere “palpandoli con mano”, per pulirli, per coltivarli, per valorizzarli, per sentirli come qualcosa di personale e, quindi, da coltivare con amore e da difendere a denti stretti? Senza dimenticare, poi, in riferimento a tutto il territorio che, come trovo scritto, «una volta i beni collettivi – come le strade, le chiese, le fontane, le malghe – si costruivano insieme e, per la loro gratuità, servivano tutti i “vicini” (oggi, 2009 = tutti i residenti!)».
Non si apprezza se non ciò che si conosce: ed oggi le popolazioni giudicariesi non conoscono più i loro boschi, le loro selve, le proprie acque, i propri prati, le proprie malghe, i propri pascoli montani, il proprio sottobosco (se non per sconvolgerlo e deturparlo), i propri sentieri, i propri immensi “beni naturali” (una volta di reale e determinante sostentamento). Ben vengano le elezioni dal basso: ma, nella loro scadenza ogni 4 o 5 anni, esse costituiscono soltanto una vaga forma di democrazia; infatti il voto (l’andare a votare singolarmente alla spicciolata) non fa comunità; anzi “spacca” la gente fra quelli di una parte e quelli dell’altra!
Mi auguro, invece, che si possa ancora “fare Comunità” mediante il sostanziale aiuto di possibili ed augurabili nuovi Statuti sullo stampo di quelli antichi. Con lodevole avvedutezza sono stati stampati e diffusi fra i pubblici Amministratori i “Privilegi giudicariesi” emanati nel medioevo dai principi vescovi di Trento, ma essi sono ormai inattuabili, né possono essere proponibili pur sotto una diversa forma; venga promosso, pertanto, uno studio per la compilazione, la stampa e la divulgazione di una visione comparata delle “Antiche carte”: uno studio affidato ad autorevoli storici (presenti sul territorio) coadiuvati dall’ausilio di saggi esperti in giurisprudenza, così da riuscire alla possibile elaborazione di indicazioni propositive per delle “Nuove carte” animate e supportate dallo “spirito comunitario” radicato negli “instrumenta” dei nostri antenati, e che, quindi, abbiano la reale capacità di aiutarci a ricomporci in quei “gróp de gént” che sapevano star insieme e provvedere tutti insieme alla “governance” dei nostri beni collettivi che, quasi miracolosamente, sono giunti ancora tali e quali fino a noi.
Per giungere ad una tale (possibile ed augurabile) pubblicazione potrebbe costituire una iniziale e buona “prima pietra” lo studio di FRANCO BIANCHINI “Le pergamene condinesi del Duecento” pubblicato dalla Biblioteca comunale di Condino nel luglio 1979, per i tipi della Tipografia “Alto Chiese”, e che dettagliatamente elenca ed analizza le essenziali componenti dell’intrinseca “forza” di organi e strumenti che sono sempre risultati essenziali non soltanto ad “essere Comunità” ma soprattutto a “farsi Comunità” ed a “sentirsi Comunità”.